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C'è una storia violenta negli occhi delle donne

Nel saggio "Medusa e Ippocrate" due psichiatre pisane offrono un'innovativa lettura dello sguardo femminile come sintomo e simbolo di subordinazione. Dalla mitologia alla modernità

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È possibile indagare in chiave psicopatologica lo sguardo femminile nella civiltà occidentale? A questa domanda fascinosa cerca di rispondere un saggio scritto da Liliana
Dell'Osso e da Barbara Carpita: Medusa ed Ippocrate, l'abisso negli occhi. Lo sguardo femminile nel mito e nell'arte (Edizioni ETS, Pisa, 108 pagine), in libreria da venerdì 11 novembre. Dell'Osso è direttore della Clinica psichiatrica e della Scuola di specializzazione in psichiatria dell'Università di Pisa; Carpita è medico chiriurgo e allieva della stessa Scuola.

Il loro saggio ripercorre le tappe della formazione di un archetipo. Si parte dal mito di Medusa, la cui sensualità viene punita dalla più mascolina dea Atena con la trasformazione-maledizione in mostro, esattamente come mostruosa diviene la donna che non si collochi in una posizione di chiara subordinazione alla figura maschile nella società patriarcale. Ma poi, abbandonando le considerazioni storico-culturali, le autrici si spostano nel campo della psicopatologia, facendoci notare che negli occhi pietrificanti della Gorgone si può leggere anche l'effetto paralizzante del trauma, ritorto dalla vittima contro gli interlocutori.

Del resto, molte altre delle figure femminili "scomode" della mitologia e della letteratura antica, come le Baccanti o la tenebrosa Medea, condividono con Medusa il doppio ruolo di vittima (se non della violenza fisica, quantomeno dell'esclusione sociale) e di carnefice: uno schema che nel suo ripetersi manifesta il consolidarsi di un immaginario in cui la possibilità di una donna di esercitare un qualsivoglia potere è inevitabilmente associata a una dimensione di pericolosità, e che ha continuato a ripresentarsi nei millenni successivi, rendendo leciti e anzi incoraggiando gli atti di violenza.

Basta ricordare i roghi di streghe nel Medioevo, o alle "fanciulle miracolose", per le quali la consacrazione della propria diversità da parte della Chiesa era anche l'unica
scappatoia per non finire anch'esse tacciate di stregoneria, sino alle sanguinarie eroine ottocentesche, rese immortali dal pennello di molti artisti (dalla Lady Lilith di Dante Gabriel Rossetti, alle Salomè di Moreau passando per le Giuditte di Gustav Klimt, come il volume ci ricorda) e di cui la Marchesa Luisa Casati fu la vivente incarnazione.

Anche alcune moderne icone di femminilità, come Marilyn Monroe, hanno attinto allo stesso immaginario per costruire la propria maschera seduttiva.

Dopo aver messo in dubbio le nostre certezze, evidenziando alcuni dei meccanismi tramite cui l'antico passaggio da una società matriarcale a una patriarcale, avvenuto agli albori della nostra civiltà, abbia condizionato e continui a condizionare l'immagine femminile, diffondendo il pregiudizio anche tra le stesse donne contro chi si discosti dalle coordinate socialmente accettate, Dell'Osso e Carpita portano la questione su un piano ancora diverso, vestendosi di nuovo del camice bianco: quali sintomi possiamo leggere nello sguardo della così amata e odiata femme fatale?

Nell'analizzarlo, le due autrici ci conducono in un excursus sulla moderna psicopatologia, analizzando i limiti del sistema diagnostico attuale, per mostrare la necessità di una visione della patologia psichiatrica che riconosca un continuum tra normalità e patologia, tenendo maggiormente conto dell'assetto neurobiologico sottostante.

Si focalizzano dunque sul comune denominatore del trauma, sempre centrale nella storia del genere femminile, sottolineando, però, che da solo non sia sufficiente: è piuttosto la sua associazione con tratti autistici anche lievi, che rendendo difficile la comunicazione e l'interazione sociale, facilita lo stesso verificarsi dell'evento traumatico e ne amplifica l'impatto sull'equilibrio psichico, generando un quadro che comunemente viene diagnosticato come disturbo borderline di personalità e si caratterizza per derealizzazione, promiscuità sessuale, relazioni instabili e intense (dovute alla ricerca continua di un contatto reso difficile dall'alterazione dell'empatia), instabilità dell'immagine di sé, sentimenti di rabbia e di vuoto.

Ma lo spettro autistico non è forse associato anche al pensare fuori dagli schemi, alla creatività, e in alcuni casi persino alla genialità? Certamente, e lo dimostrano figure
come Einstein e Leonardo da Vinci. Ma se la diversità nell'uomo è maggiormente accettata, permettendo l'associazione tra spettro autistico e genio, nella donna è
condannata, al punto da renderla - passando per il trauma, per l'esclusione e per la stigmatizzazione - un mostro. Ed è forse in questo binomio di stigma culturale e psicopatologia non riconosciuta che si nasconde il segreto di Medusa.

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