Cultura

Fondazione Bevilacqua La Masa. La fabbrica degli artisti

Tra le calli di Venezia c’è un atelier unico, vietato ai minori di 18 anni e ai maggiori di 35. Ogni anno seleziona 12 talenti per farli sbocciare. Fra questi ragazzi che imparano metodo e disciplina, potrebbe esserci il nuovo Maurizio Cattelan, anche se lui ancora non lo sa

L’idea venne alla duchessa Felicita Bevilacqua La Masa, benefattrice delle arti, che a Venezia nel 1898 decise di fare della sua dimora privata, il palazzo Ca’ Pesaro sul Canal Grande, una residenza per la promozione dei giovani artisti. Dal quel gesto di mecenatismo è nata la prima fondazione per giovani artisti, la più antica d’Europa e più importante in Italia. I nuovi Damien Hirst, i futuri Maurizio Cattelan, le giovani Gina Pane si formano salendo gli alti gradini di Palazzo Carminati a San Stae o nel Complesso santi Cosma e Damiano alla Giudecca.

Chi arriva qui andrà oltre. "Solo se saprà lavorare, perché oggi non si può più fare il bohémien, ci vuole molta disciplina. La carriera di un artista è breve e rischiosa, un po’ come quella di uno sportivo. Ne arriva uno su 1.000. Noi cerchiamo di dargli gli strumenti, ma la libido e la determinazione devono metterla loro" spiega Angela Vettese, critico e curatore, da 10 anni presidente della Fondazione Bevilacqua La Masa , l’unica istituzione italiana che offre una residenza lunga un anno. "Diamo questa possibilità a 12 artisti, dai 18 ai 35 anni, che studino o vivano nel Triveneto. Potranno avere uno spazio per 12 mesi e partecipare a una mostra finale".

Come nel Rinascimento c’erano le botteghe, oggi un artista si forma venendo selezionato dalle residenze, luoghi d’eccellenza, cui spesso è difficile accedere, tappe obbligate per arrivare un giorno a traguardi come la Biennale di Venezia o Documenta di Kassel. La più ambita è la Rijksakademie di Amsterdam, ma celebre è anche la Dena Foundation a Parigi. Ci sono residenze bellissime in Indonesia, in Israele, in luoghi isolati del Texas.

In Italia, oltre alla Bevilacqua, quelle più ambite sono: Viafarini a Milano, la Fondazione Spinola Banna a Poirino, vicino a Torino, la Fondazione Aurelio Petroni di San Cipriano Picentino (Salerno), la più importante nel Mezzogiorno; i workshop della Fondazione Antonio Ratti e le residenze d’artista appena inaugurate nelle sale del Macro, il museo di arte contemporanea di Roma, primo esperimento di questo tipo in un’istituzione pubblica italiana.

"Jasper Johns cucinava per Robert Rauschenberg. A Roma negli anni Sessanta gli artisti vivevano come una grande famiglia, che si incontrava in piazza del Popolo. Oggi non c’è più questa famiglia allargata, è difficile che l’artista faccia parte di un movimento con un manifesto, un palinsesto teorico" continua Vettese "tutto è più globale e frazionato e non si può costruire un artista a tavolino. Sono talmente tanti, non dico che sono tutti bravi, ma l’idea che vinca il migliore è ancora molto forte. E la selezione si fa in questi studi collettivi". Una selezione che in Italia è ancora più dura, come spiega la presidente: "Brera ormai è diventata un artistificio. Il Royal College a Londra ne fa uscire al massimo 25 all’anno".

Alberto Tadiello, 29 anni, di Vicenza, è uno di quelli che questa selezione l’hanno superata brillantemente. "Sono stato ammesso alla Fondazione Bevilacqua appena finito lo Iuav (Istituto universitario di architettura di Venezia). Per un anno ho avuto il più bello studio che potessi sognare, non avrò mai più uno spazio così suggestivo". Guardare Venezia dall’alto lo ha sicuramente aiutato: oggi è fra i giovani artisti in grande ascesa, è stato invitato alla Dena Foundation for contemporary art, ha vinto il premio Furla e l’anno scorso il New York Prize. "Ma se il lavoro è debole, puoi girare quante residenze vuoi, è inutile".

Nell’antico Palazzetto Tito, sede della fondazione, i 12 selezionati presentano il loro lavoro. E sono emozionati come prima di un esame. "Il cammino di un artista è legato allo studio, alla ricerca. Noi non dobbiamo creare prodotti da vendere" è convinto Ryts Monet, 30 anni, barese, che si calma bevendo camomilla. I suoi lavori partono dai graffiti, ironici e duri: la colomba della pace è schiacciata in un panino da fast food. Riccardo Banfi, milanese, 26 anni, racconta le sue foto che si ispirano agli snapshot, "al quotidiano, ai miei amici, ai concerti di acid house che seguo creando piccoli reportage". I Dirtmor si alterneranno nello spazio dato dalla fondazione: sono un collettivo, vengono da Treviso, dove organizzano happening di musica noise, ispirandosi a John Cage. Hanno un progetto che qui sembra difficile e all’estero sarebbe già mainstream: "Ma noi vogliamo restare in Italia, la concorrenza è poca e si può fare tanto. A Berlino di progetti come il nostro ce ne sono a centinaia".

Treviso come Berlino, o meglio come Varsavia, che sta diventando la nuova capitale dell’arte giovane, meno cara, e dove le gallerie tedesche si stanno trasferendo. Da noi la provincia è ancora la parte migliore, quella da cui nascono i progetti più interessanti. Come i lavori, che sembrano usciti da un racconto di Philip K. Dick, di Gianandrea Poletta, 28 anni, anche lui di Treviso: "Oggi l’arte si fa negli spazi autogestiti come il Brown a Milano e il Bocs a Catania, palestre libere dalle regole del mercato". Spazi non-profit, autofinanziati, cresciuti negli ultimi 5 anni, ma ancora troppo di nicchia per fare emergere il lavoro dei trentenni. "I collezionisti non vanno più negli studi, solo attraverso le visite organizzate dalle residenze hai la possibilità di farti conoscere" precisa Poletta.

Secondo Angela Vettese, chi vuole arrivare ai grandi traguardi deve andare via: "L’Italia è un paese dove tornare, chi si chiude qui sviluppa la sindrome dell’artista locale insoddisfatto". Così ha fatto la torinese Valentina Roselli, 26 anni, che prima di arrivare a Venezia aveva già fatto un’esperienza a Helsinki: "Lì l’artista viene pagato per essere artista, è considerato un lavoro serio. Da noi non è così e io vorrei andare via, in Francia, magari a Lione, che è stimolante e meno cara di Parigi". Ma andarsene non è facile: "Non ho mai venduto un lavoro, posso andare all’estero se mi chiamano. E poi sono polemico con chi vuole andare via a tutti i costi: se sei incapace lo sei qui e pure fuori" dice sicuro Fabio De Meo, 25 anni, di Latina. Il suo lavoro è raffinato e strabiliante, piccole storie costruite con oggetti che lui ritrova e trasforma.

Giorgio Andreotta Calò, veneziano, ha 32 anni e ce l’ha fatta. Ha frequentato la Bevilacqua La Masa, poi è stato preso alla prestigiosa Rijksakademie, selezionato da Bice Curiger per l’ultima Biennale e ha appena vinto il premio Italia arte contemporanea del Maxxi di Roma: "Ho lavorato per 10 anni prima di arrivare e ancora non posso parlare di guadagno, ma solo di sostentamento".

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