La musica è frigida: carezze del mondo fluttuante

Ho un ricordo che mi suscita sempre una grande vergogna, motivo per cui, giustamente, ho deciso di scriverlo qui. A una di quelle che la posterità non annovererà tra le cene più importanti della storia dell’uomo ma che nel tempo …Leggi tutto

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Ho un ricordo che mi suscita sempre una grande vergogna, motivo per cui, giustamente, ho deciso di scriverlo qui. A una di quelle che la posterità non annovererà tra le cene più importanti della storia dell’uomo ma che nel tempo in cui si svolse aveva tutta l’aria di esserlo, un personaggio altrettanto relativamente importante mi chiese «le piace Schubert?» e io, non so ancora perché, risposi la cosa più inopportuna, imbarazzante e fuori luogo che potessi rispondere, e cioè non «Sì», non «No» e nemmeno «Chi?» ma «Qualcosa».

Qualcosa! Come se quello non intendesse lo stile, l’estetica, il senso della melodia, ma la produzione di Schubert, e come se si trattasse di canzoni, alcune delle quali “mi suonavano” o erano più azzeccate e orecchiabili di altre. Fortuna che quello ebbe la cortesia di non chiedere oltre, perché io, subito accortami del livello della mia credibilità, ero già pronta a produrmi in sottili disquisizioni tra periodi, contesti culturali e politici e stati d’animo del musicista, come per Picasso.

Già è tanto che non mi sono messa a fischiettare ‘O sordato ‘nnamurato due ottave sopra come Verdone in Borotalco.

Non che «qualcosa» non fosse la risposta sincera; il punto è che non occorre sempre essere sinceri a riguardo dei propri gusti.

«Le piace Goya?» «Sì, almeno i due quadri che ricordo».

La musica, come l’arte, bisogna imparare a considerarla come un oggetto geometrico, della cui solida perfezione non si può dubitare o discutere, ma solo godere. Se le linee sono storte, la musica crolla, è rumore. Ma anche lì non si può escludere la bellezza della rovina acustica, che per qualcuno è un grido della materia, un’emanazione del conflitto sociale, ecc. Non si può dire, solo a nostro gusto, che una sinfonia è brutta; non si può dare per scontato che le onde sonore traducano un senso del bello universale.

«Le piacciono le piramidi?» «Umh, sì, anche se quella di Micerino l’avrei fatta un po’ più moderna».

No. La musica è un prodotto di ingegno e tecnica, mente e materia. Quello che mi sono sempre chiesta è: se la sentite, come tutti i mortali normodotati, come fate a dire che vi piace o che non vi piace? Su che base lo fate? E che, dentro la testa avete un pantone di note possibili combinando le quali dite, come per una carta da parati, questa sì e questa no?

E soprattutto: davvero vi fidate più del vostro giudizio in fatto di musica che di quello di tanti altri prima di voi compreso il compositore stesso?

Io non vi capisco.

La posizione più onesta da tenere in questi casi sarebbe ammettere che non ne capiamo niente, che ci limitiamo a sentire, come farebbe anche un neonato davanti alle api girevoli sopra il lettino, e che troviamo la melodia non troppo dissonante per i nostri orecchi. A volte temo di avere sviluppato una specie di progressiva anestesia rispetto alle forme più elaborate d’arte, per cui davvero non so dire se alcune opere “mi piacciono”, neanche quando ne riconosco la grandezza. Per la musica, potrebbe valere la regola che tutto quello che non mi ferisce il condotto uditivo può essere “bello”.

Il limite estremo del trovare piacevole una musica, dicono gli iperestetisti, è arrivare a non sentirla. Lasciare che entri dentro il nostro cervello, somministrata dalle orecchie come un alimento da navicella spaziale, e solo durante la sua digestione cerebrale pronunciare un ambiguo, gutturale segnale di soddisfazione, tra l’estasi e il ruttino. «Sì, le melodie ascoltate son dolci; ma più dolci ancor son quelle mai ascoltate», c’è scritto sull’urna greca di Keats.

Basterebbe uscire fuori dal nostro usuale contesto sonoro per non capirci più niente.

Ovviamente, se serve dirlo, il mio non è un elogio del silenzio, di quelli che la retorica della decrescita ogni tanto tira fuori come panacea ritentiva. Quello che mi interessa è la musica che, pure prodotta, elude l’ascolto. Indifferente, fredda, lontana dal piacerci.

Schönberg disse «la mia musica non è amabile».

Per queste bislacche idee sono corsa a comprare Musicofilia, che tratta tutti i tipi di disturbi legati all’ascolto (e al non ascolto, cioè all’amusia) della musica.

Come sempre Oliver Sacks collega le iperstesie e le anestesie a disturbi di carattere neurologico più che psichico: tarli ossessivo-compulsivi per i quali un motivetto resta incastrato in testa, allucinazioni uditive (tipo quella di Schumann che negli ultimi anni della sua vita sentiva costantemente un “la” acuto).

Ma se il vostro cervello è relativamente sano, non troverete niente che vi riguardi; ed è per questo che pur essendo affascinante la lettura di questo libro non è neanche paragonabile alla lettura di questo.

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Mishima, in una delle sue opere più rigorose, collega la percezione della musica all’ossessione, alla rimozione e al trauma sessuale. Nel libro è uno psichiatra di un elegante quartiere di Tōkyō; un giorno d’autunno nel suo studio compare una giovane e fragile donna che gli dice di non riuscire più a sentire la musica. Lo psichiatra ne resta impressionato: lei è bugiarda, elusiva; dissemina le sue associazioni mentali di facilissimi simboli sessuali, perché ha letto qualche rivista di psicologia e vuole depistare le indagini.

Il non sentire la musica, gli dice al secondo incontro, era una bugia, se l’era inventato. Quello che voleva dire è che non riesce a provare piacere, è frigida. Ha una storia con un collega ingenuo e vigoroso, un giovane maschio in salute, e è promessa in sposa a un suo cugino di secondo grado, che l’ha violentata e che poi si ammala gravemente richiamandola al suo capezzale, dove lei proverà una specie di estasi mistica in cui si mischiano desiderio di vendetta e sacrificio di sé, fino al culmine di riuscire a sentire di nuovo quella musica angelica, tragica e sublime, che aveva dimenticato. Ma tutto questo si intreccia con un passato incestuoso da cui cerca di distogliere l’analisi.

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Mishima fa dire alla sua assistente e fidanzata queste parole:

“La sua frigidità mi appare come un frigorifero bianchissimo, ultimo modello. Che rabbia che mi fa!”

Avevo l’impressione – continua lui - che l’idea di una donna frigida che ammalia un uomo senza legarsi a lui, l’affascinasse ancora come il meraviglioso verso di una poesia. Quest’idea le doveva apparire come la vittoria assoluta in amore.



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