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I tedeschi e l’Italia: certe volte è quasi amore

Il rapporto dei tedeschi con gli stranieri è davvero particolare ed è difficile da definire in maniera generalista. Si passa facilmente dal malcelato e negativo pregiudizio comune (ricordate la storia Italiano = Cameriere/Cuoco?) all’indifferenza più completa (che tu sia …Leggi tutto

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Il rapporto dei tedeschi con gli stranieri è davvero particolare ed è difficile da definire in maniera generalista. Si passa facilmente dal malcelato e negativo pregiudizio comune (ricordate la storia Italiano = Cameriere/Cuoco?) all’indifferenza più completa (che tu sia italiano, spagnolo o tedesco non cambia nulla, vieni trattato allo stesso modo) se non ad un pieno e positivo apprezzamento che, nel caso in cui si parli di Italia e italiani, consta di amore per i nostri paesaggi, cucina, lingua e cultura classica. Sono moltissimi i tedeschi che parlano l’italiano, forse più di ogni altro popolo straniero che non utilizzi già una lingua romanza. Si è detto tante volte che il rapporto tra Italia e Germania sia di amore ed odio. Sarà un luogo comune continuare ad affermarlo, ma vivendo in Germania ci si accorge che è davvero così.

In questi giorni per le strade della capitale tedesca, la BSR, l’azienda comunale deputata alla raccolta dei rifiuti a Berlino, ha ricominciato a riutilizzare vecchi camion già visti l’estate scorsa sui cui fianchi campeggiano vari slogan divertenti sul tema dell’immondizia. Si tratta soprattutto di giochi di parole. Uno di questi, forse il più riuscito, riguarda l’italiano e gioca con la parola Müll, che in tedesco significa spazzatura. Il risultato? Un simpatico “Mülle Grazie” che strizza l’occhio all’italiano in Germania tanto quanto al tedesco (stranamente in Germania “mille grazie” è un modo di dire che conoscono tutti, al contrario di “grazie tante” o “molte grazie”). Anche i tedeschi sanno essere carini ed accoglienti quando vogliono.

©Andrea Bonetti

Un paio di settimane fa stavo sfogliando Focus. In Germania questa rivista non è una pubblicazione scientifica come da noi, ma un periodico di attualità politica ed economica. La linea editoriale è abbastanza conservatrice  (nel febbraio 2010, pubblicò una copertina con una photoshoppata  Venere di Milo che, con quel braccio che in realtà non c’è più, mostrava il dito medio con tanto di titolo dedicato ai cugini-sperperoni greci: “I truffatori della famiglia dell’euro”) e non mancano spesso articoli che, a voler scavare a fondo, spesso trasudano un certo sentimento di nazionalismo di ritorno. Ebbbene, nonostante questo, nell’articolo-intervista dedicato alla medicina palliativa di due settimane fa, il fatto che l’intervistato, Gian Domenico Borasio, luminare a capo del centro interdisciplinare di Medicina palliativa all’Universita’ di Monaco di Baviera, sia italiano non è minimamente menzionato. Non c’è nel testo dell’articolo né nelle didascalie delle foto. Da lettore è un’informazione che avrei voluto avere dall’articolo (ho avuto conferma della italianità del dottor Borasio solo dopo aver controllato online), così come sarei curioso di sapere se un medico dal nome chiaramente tedesco che lavora in Italia fosse intervistato da una rivista italiana su qualche argomento scientifico, ma Focus non ha pensato di affrontare il discorso neanche con una semplice parola, come a dire: “lettore, concentrati su cosa dice il dottore, non sulla sua nazionalità, bastano questi pochi cenni del suo curriculum che ti scriviamo qui in basso a garantire la sua autorevolezza”. Non so se si possa definire una bella lezione di giornalismo, di certo si tratta di un bell’esempio di “indifferenza razziale”, ovvero ciò che più serve a combattere razzismo e diffidenze. Non è importante da dove vieni, ma cosa fai e come lo fai, nulla più. 

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