Memorie di un giovane uomo nell’Albania veneta

Al tempo in cui studiavo delle cose in Montenegro, ricordo, c’era un’ora in cui la grande sala di lettura veniva chiusa al pubblico (non per arbitrio; perché era giunto l’orario previsto) e i locali, che normalmente passavano la mattinata a …Leggi tutto

Al tempo in cui studiavo delle cose in Montenegro, ricordo, c’era un’ora in cui la grande sala di lettura veniva chiusa al pubblico (non per arbitrio; perché era giunto l’orario previsto) e i locali, che normalmente passavano la mattinata a sbraitare e a controllare il vecchio catasto austro-ungarico in previsione di un qualche guadagno nel turismo, defluivano.

Io potevo restare perché ero un rispettabile studioso giunto dall’Italia, lavoravo in silenzio, non davo fastidio e il personale montenegrino, ritengo, era soddisfatto di me.

Allora restavo da solo nella grande stanza, con le mie cose sul tavolo enorme, e continuavo a leggere quell’italiano antico, chiazzato di venetismi. L’intero piano era vuoto e silenzioso; e c’era soltanto, due piani sopra di me, un impiegato chiuso nel suo ufficio piccolo e pieno di scartoffie. A volte forse l’impiegato s’annoiava, oppure, con i suoi superpoteri da impiegato statale montenegrino, percepiva che ero stanco e che avrei fatto volentieri una pausa. Allora scendeva al piano terra, alla sala studio, e mi chiedeva se avevo voglia di salire in ufficio e fare due chiacchiere. Io dicevo di sì.

Era un uomo di quarantacinque-cinquant’anni. Per le semplificazioni etniche degli ultimi decenni credo lo considerassero un serbo di Bosnia, sebbene non avesse, che io ricordi, una sola goccia di sangue propriamente serbo (suo padre era un erzegovese ortodosso; sua madre era ungherese di Vojvodina e croata della Slavonia) (come ci si sente, solo a scrivere questi nomi! Eppure non sono che regioni amministrative, noiosissime ripartizioni burocratiche). Insomma, era uno jugoslavo; nel suo ufficio mi raccontava delle cose, mi chiedeva dei miei progressi nel lavoro, e mi offriva qualche šljivovica.

Non è che abbia tenuto a mente tutto e un po’ me ne dispiaccio; rammento una sua teoria su come la Jugoslavia, per funzionare, avrebbe dovuto essere suddivisa secondo l’orografia e non secondo la latitudine (le coste montenegrine con quelle dalmate e istriane, le pianure serbe con quelle croate, i monti della Bosnia con le montagne e i laghi del Sud macedone; anche se restava fuori un pezzo di Slovenia), e poi un aneddoto carino sul primo convegno post-bellico degli archivisti-bibliotecari dei nuovi stati ex jugoslavi. Ambiente ristretto, dunque, gente che si conosceva bene: e infatti al momento della pausa tutti si lanciavano in chiacchiere con i colleghi appena rivisti, ognuno dava e chiedeva notizie agli altri, dovendo colmare in pochi minuti anni di separazione. Finché non si alzava la voce pensosa e solitaria di un ignoto archivista: “Però è ben strana questa cosa”, diceva, “Parliamo quattro lingue diverse ma ci capiamo tutti”.

Ricordo precisamente che per lui questo non era un aneddoto divertente e non lo raccontava per far ridere.

Poi mi versava una differente rakija, per gentilezza e per donarmi una competenza sui vari liquori locali; a quel punto di solito era ora di andare (ero stanco, affamato e vagamente brillo, e in più si era fatto pomeriggio inoltrato; non mi pareva il caso di rimettersi sui documenti). Perciò lo salutavo e mi avviavo verso il mio appartamentino. Se avevo necessità di far compere entravo in una bottega; e lì capitava che chiedessi scusa per il mio scarsissimo eloquio, o che al contrario qualche negoziante – più cortese che sincera – si complimentasse per la mia buona pronuncia del serbo. Lingua questa che, secondo alcuni, in Montenegro non si parla neanche.

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