da Tbilisi, Georgia
Nel teatro del tempo perduto il pianoforte ha smesso di suonare da un pezzo. Se ne sta semi accasciato in un angolo, ammutolito accanto alle vetrate in frantumi, senza nemmeno un tasto più addosso, con le gambe di legno piegate dalla fatica del suo vecchio peso stanco.

La bella stanza è vuota, giusto una sedia consumata sul palcoscenico, altre due seminude in platea, affiancate davanti allo spettacolo del niente. Negli altri ambienti, il calpestio dei calcinacci suona la musica della rovina, tra vestiti strappati, termosifoni rotti, bagni divelti, bottiglie spaccate, un materasso sfondato all’altezza del cuore, dove qualcuno ha tentato, comunque, a fatica, di trovare il battito del riposo.
Eppure, nonostante il clima spettrale, gli anni non hanno consumato la ricchezza del luogo, un labirinto di colonne che tengono in piedi i soffitti, con le pareti stuccate decorate a metà e uno sfarzoso lampadario di cristallo che pende intatto dall’alto, con la sua quota sospesa a fare da zona franca dalla furia delle lancette e dalla rabbia annoiata dei vandali.
Il prezzo dei ricordi
Per girovagare si pagano 5 gel in contanti, l’equivalente di meno di 2 euro. Una mancia in nero, una tassa clandestina per un viaggio indietro nella memoria, per accedere a questo paradiso per urbex, gli esploratori della nostalgia fatta monumento, di quello che è il poco che ne rimane.

Due guardiani satolli e sonnolenti s’intascano la cifra, poi indicano il percorso: prima il teatro in fondo a sinistra, poi la camera dalla parte opposta, quella con al centro un albero spoglio e altre sedie, che stavolta danno le spalle a un bovindo di piante.

È un sussulto per il cuore, è una continua meraviglia questa visita a uno dei sanatori di Tskhaltubo, città termale a una dozzina di chilometri di Kutaisi, una delle tappe fondamentali della Georgia proprio per questa archeologia così muta, ma così eloquente.
I sanatori erano templi con il culto del benessere, molto prima delle vezzose spa contemporanee negli hotel a cinque stelle, un’epoca in anticipo sul gusto di affollare le terme per godere del miracolo delle loro acque curanti.
Crollata l’Unione Sovietica, questi edifici dagli echi neoclassici hanno perso fondi, presidio, decoro. Sono diventati uno scheletro, un rifugio per i senza casa, per chi ha voluto continuare ad addormentarsi sotto le loro volte nonostante l’assenza di elettricità, di acqua corrente, di poteri depurativi, di concerti serali affidati a un estroso pianista.
Rovine, ma di moda
I sanatori fondamentali sono il Medea, con il suo cuore di scale e di archi, oggi intuibile solo dall’esterno con qualche reticenza dei guardiani visti i troppi crolli. E il Metallurgist, quello del lampadario che non s’arrende alla disgrazia, che continua a luccicare da spento.
Sono alcuni dei tesori nascosti di un Paese che non teme l’eclissi nonostante i suoi vicini oltremodo ingombranti, la Turchia da una parte e la rissosa Russia dall’altra. Che sta entrando sempre più nelle rotte del turismo invece affermando, e difendendo, la sua identità. Inseguendo il futuro con forsennata tenacia, mentre il passato resta lì ad appassire tra gli alberi, a rimanere sospeso su una funivia abbandonata, a finire demolito per fare posto allo standard opulento della vita globalizzata.

La Georgia è da visitare ora, prima che sia tardi, prima che l’ansia del domani diventi un implacabile adesso. Prima che il pianoforte che ha già smesso di suonare venga portato via per sempre dal suo vecchio teatro vuoto.
Le due Tbilisi
Anche Tbilisi, la capitale, è come tutto il Paese. È una città a due velocità. Anzi, è una città dalle direzioni opposte, una inversa all’altra. Per metà frena, viaggia in retromarcia, difende le viti urbane arrotolate attorno agli edifici del centro storico, i gatti pigrissimi che si stiracchiano al sole, le case scrostate a strapiombo sul fiume, le villette con i cortili dove il vento è occupato a soffiare sul bucato.

Altrove, giusto poche strade più in là, accelera verso avanti, alza torri, costruisce grattacieli, ingaggia designer e archistar. Come l’italiano Michele De Lucchi, che ha firmato il ponte della pace, un’arcata ondulata di vetro e d’acciaio, che ai maliziosi e ai maligni, visto dall’alto, ricorda la forma di un assorbente.

Questo slancio di progresso non è essenziale, ma non per la sua inconsistenza, non per la sua insignificanza. È che di Tbilisi rimane impresso altro: l’odore lieve dell’uva e quello pungente dello zolfo, che si solleva dall’acqua sulfurea nei bagni del quartiere Abanotubani, con le loro cupole di mattoni a vista. Sembrano quasi l’eredità dei sanatori, ma sono ancora vivi e attivi per il ristoro degli abitanti e la gioia dei turisti, per un momento in costume da bagno tutto l’anno.
Una cucina che fa centro
È una delle molte attrattive della Georgia, assieme a un vino convincente e a una cucina squisita, sorretta da ingredienti semplici ma saporiti. I pilastri da assaggiare sono il khachapuri, una focaccia formaggiosa dal gusto deciso con molte forme e varianti: rotonda come la nostra pizza o con la pasta allungata che ricorda una gondola, con un uovo al centro a galleggiare su un mare filante. È pesante, ma è squisita.

E poi ci sono i sublimi khinkali, ravioli ripieni di carni e di brodo, con un nodo di pasta sulla cima che serve a chiuderli e a fare da maniglia quando li si solleva per morderli. Tagliarli con il coltello, d’altronde, è un insulto, perché il loro prezioso sugo si disperde nel piatto, o peggio schizza addosso, in qualunque direzione pensabile, macchiando pantaloni, scarpe, magliette. L’etichetta ammette l’uso delle mani, mentre la destrezza per succhiarne il nettare si costruisce con la costanza e l’abitudine.

Ma capisaldi della tavola a parte, in Georgia anche un’insalata di pomodori riesce a regalare momenti d’estasi. A esaltarla provvedono i condimenti, dal coriandolo alla cipolla fino alle noci, altro emblema locale. Ordinate i Pkhali, una specie di polpette fredde con varie verdure imbottite di pasta di noci.
Ma la notte sì
Tbilisi, per una visita accurata, esige qualche giorno. E almeno una notte, specie nel fine settimana, a tirar tardi nei suoi mitici club. A patto, certo, di riuscire a entrarci. Il Bassiani, con la sua pista profonda ricavata in un’ex piscina sotto lo stadio, è il più ambito.
Per fama, quasi pareggia quella del berlinese Berghain, vista l’implacabile severità dei buttafuori all’ingresso e il clima trasgressivo all’interno, con gli angoli in penombra dedicati al piacere anonimo e libero. Uno sfogo dei sensi che, qui, assume una valenza sociale.
La Georgia è reazionaria, conservatrice, poco aperta verso la libertà sessuale e le minoranze, specie gli omosessuali. Che in uno spazio protetto da giudizi e pregiudizi, dove scattare foto è vietato e ai trasgressori costa l’espulsione immediata, trovano la libertà di esprimersi e vivere la loro identità. «In questo club, la festa è un fatto politico», titolava il New York Times qualche anno fa.

Com’è politico The Chronicle of Georgia, una versione esagerata, dai toni affumicati, di Stonehenge. Una parata di enormi colonne su cui è scolpita la storia del Paese. Una megalomania che sottintende una volontà di potenza. Un alzare la testa, un dimostrare una forza.
Tanto quanto il gigantesco lago artificiale ai piedi del monumento, noto come il mare di Tbilisi, dove andare a nuotare d’estate o a fare un giro in barca. Come dire che, nella capitale, non ci sono limiti al senso della possibilità.
Il Caronte su gomma
«Siamo un vecchio Paese, ma siamo anche nuovo. Dopo la fine dell’Unione Sovietica, abbiamo cominciato un’altra vita», spiega, fotografando l’ovvio, l’autista che guida fuori dalla città per un’escursione lunga un giorno. Si può prenotare su GoTrip, servizio formidabile che dovrebbe essere esportato dappertutto per quanto è funzionale. Si indica da dove si vuole partire, dove si vuole andare, quali tappe intermedie si desidera fare. Le soste per visitarle sono incluse, senza limiti, per il tempo desiderato. I prezzi ragionevoli, almeno per i nostri standard.
Si sceglie il driver in base alle recensioni, si paga online, la piattaforma garantisce l’affidabilità e la solidità del servizio. Così si arriva ovunque, dal mare alle montagne, senza noleggiare un’auto e mettersi alla guida tra strade sconosciute, senza affidarsi all’imprevedibilità dei mezzi pubblici.
Una tappa obbligatoria è Mtskheta, l’antica capitale, il centro spirituale del Paese, con la Cattedrale di Svetitskhoveli, l’emblema dell’architettura medievale georgiana che custodisce all’interno il suo principale tesoro: l’imponente affresco di Gesù Cristo su una navata centrale volutamente allungata, con le finestre strette aperte in verticale, pensate per fare da riflettori allo sguardo assorto dell’icona sacra.

Da lì ci si sposta verso Uplistsikhe, una città scavata nella roccia (nella foto in apertura), così unica che si finisce, nonostante le similitudini, per farle un torto a paragonarla alla Cappadocia oppure a Matera. Ci si muove, rischiando spesso di scivolare, tra scaloni e altipiani plasmati nella pietra, immaginando un’altra civiltà più che vedendola davvero, addentrandosi in grotte, anfratti, ripari millenari dagli schiaffi delle intemperie. La basilica in pietra e mattoni sulla cima serve a dare la scala del tutto, più che a definirne l’essenza.
Risparmiare con le app
Se GoTrip è utile per le escursioni di un giorno, per attraversare il Paese si prende un treno veloce che tocca le altre città principali, la già citata Kutaisi e Batumi, che sarà l’ultima tappa di questo itinerario.
L’unica avvertenza è prenotare al momento giusto, perché i biglietti sono disponibili online un paio di settimane prima della data del viaggio e vengono polverizzati quasi subito. Gli orari sono abbastanza curiosi: qualche frequenza alla mattina e al pomeriggio, in mezzo buchi di ore. Di nuovo, occorre pianificare con intelligenza.

Per Kutaisi la stazione non è in città, ma vicino all’aeroporto che, assieme a quello di Tbilisi, è la porta d’accesso al Paese. Arrivati a destinazione basta usare lo smartphone per far arrivare un Uber, un Bolt, un Maxim o uno Yandex, le molto economiche app-Caronte che funzionano benissimo e trasformano i locali in poco eloquenti, abbastanza scorbutici, ma comunque precisi ed efficaci tassisti.
In una mezz’ora si raggiunge il centro della località che fa da porta d’ingresso ai sanatori raccontati all’inizio. Il centro storico tagliato da un fiume è gradevole, come la fontana della Colchide con decine di sculture e un mercato di cibo e di cose molto vivo al mattino. Ma Kutaisi è uno di quei posti dove si va per tradirli, per lasciarli presto e tornare tardi, giusto per una cena deliziosa.
Nei dintorni di Kutaisi
Sanatori a parte, le tappe da appuntarsi sono tre: la Grotta di Prometeo, con il suo percorso guidato di un chilometro e mezzo, tra poetici sedimenti del tempo, stalattiti penzolanti che ricordano l’organo di una chiesa, vaste aperture che cancellano qualsiasi claustrofobia. I giochi di luce colorano di pacchiano l’atmosfera, ma la bellezza della natura è tale che nessuno scempio umano riesce a farla appassire.

All’opposto esatto della grotta, del privilegio di abitare le viscere della terra, si colloca la chiesa ortodossa dedicata a San Massimo il Confessore. Non ha niente di troppo straordinario, almeno stando a quanto si può leggere sui documenti ufficiali, perché è inaccessibile. A distinguerla, infatti, è la posizione pazza: si trova in cima al Pilastro di Katskhi, una roccia alta 40 metri non aperta ai turisti e scalabile giusto da religiosi evidentemente alpinisti, tramite una scaletta sottile e ripida, con gradini degni di una strada ferrata.

Anche dal basso, comunque, lo spettacolo di questa costruzione arroccata e inviolabile è notevole. Era un rifugio per eremiti che non disdegnavano la compagnia del vino. Visto l’isolamento assoluto, non è possibile biasimarli.
A Chiatura invece, come nel caso dei sanatori, si gioca sull’assenza umana, sul senso della fuga. Alcuni vecchi vagoni della funivia di epoca sovietica sono rimasti sospesi ai loro fili lungo il tragitto, appesi nel vuoto, come se qualcuno avesse staccato la spina e fosse fuggito via in tutta fretta, colpevole di chissà quale nefandezza.

Si possono ancora visitare le vecchie cabine di controllo con i bottoni, le leve e le altre tracce di un’era analogica. O fare quello che al Pilastro di Katskhi è vietato: sfidare le proprie vertigini salendo sulla teleferica Sashevardno, che ha il record di essere una delle più ripide al mondo, con una pendenza di 48 gradi e un dislivello di 186 metri.
I numeri dicono poco, la sensazione a bordo è parecchio esplicativa. È quella di arrampicarsi addosso alla montagna, quasi sfiorando le cime degli alberi, mentre il mondo in pianura si fa piccolo e distante e lo strapiombo si allarga. Il biglietto non costa nulla, i fili si muovono quando ci sono passeggeri e conducono a un vecchio complesso produttivo, a una miniera in disuso sorvegliata da una gru gigantesca, anch’essa parcheggiata per sempre.
A Batumi cambia tutto
Proprio perché fin qui la Georgia sembra il Paese dell’abbandono, della rovina perenne, Batumi ne rappresenta la contraddizione estrema, lo shock più prepotente. Definirla la Dubai sul Mar Nero sarebbe un’esagerazione priva di fondamento, visto che i grattacieli non sono tanti, non abbastanza da comporre un reale skyline.

Eppure Batumi merita una sosta, anche di un giorno e una notte soltanto, per vivere l’atmosfera pigra di una cittadina di mare che cerca un goffo tuffo nella fantascienza, tentando d’inseguire il futuro tra assurdi virtuosismi architettonici, come una ruota panoramica di poche cabine incastrata nei piani alti di una torre. Tutt’intorno, altri echi di basso profilo di una Las Vegas un po’ dimessa, tra qualche casinò abbastanza fané e nessun riferimento esplicito al sesso, visto il conservatorismo imperante nel Paese.
Batumi conquista proprio per la sua mancanza di coraggio, per la sua perfetta incompiutezza, per la sua trasversalità: la capacità di attrarre tanto le famiglie con i bambini, quanto le orde di giovinastri desiderosi di far tardi, fino agli anziani ansiosi di svernare davanti all’andirivieni delle onde.
Qualche smottamento d’ispirazione emiratina arriva giusto dall’Ambassadori Island, un clone in miniatura della Palma di Dubai, un complesso in veloce costruzione di case, ville, uffici, hotel e una marina per barche di lusso. Una grandiosa, convinta colata di cemento.
Le prime consegne sono attese nei prossimi anni, ma visitando l’ufficio commerciale l’entusiasmo è già presente: la prevendita degli appartamenti pare procedere benissimo e non mancherebbero gli italiani interessati a un posto al sole sulle rive del Mar Nero.
Il passato che resiste
In compenso, poche strade più in giù, la vecchia Batumi non è stata spazzata via. E, non sorprendentemente, è la sua parte migliore. Non ci sono boutique di lusso, ma negozietti di vestiti, macellai e fruttivendoli, locali così spartani che è impossibile definire ristorantini, dove assaggiare degli indimenticabili khinkali preparati nel cucinotto accanto, condividendo i tavoli con gli sguardi corrucciati della gente del posto.

In Georgia il senso dell’accoglienza va coltivato e conquistato. E non è detto che alla fine lo si trovi. Non coincide con il classico inchino al portafogli spalancato del turista di passaggio. Ma proprio per questo, sebbene abbia il costo di una certa diffidenza, di una diffusa spigolosità, l’atteggiamento schivo della gente diventa l’esperienza di un’autenticità senza abbellimenti posticci, senza affettati orpelli, senza il pretesto della convenienza.
A compensare, a essere gentile e generosa, è la natura, attraverso i segreti che protegge e custodisce. A rimanere nel cuore non è l’intensità dei sorrisi, ma la profondità di ricordi non ancora spianati dall’ansia di voltare pagina, dalla smania di concedersi a un qualunque forzato revisionismo.
La Georgia è l’incanto stropicciato che sfila davanti agli occhi durante l’ennesima escursione memorabile in un luogo difficilmente pronunciabile. È un cinema che scorre tra svolte e rettilinei, stravolti all’imbrunire sul sedile del passeggero, in una campagna sperduta che intanto si fa notte, immersa nel profumo intenso di piante sempreverdi.
Come arrivare in Georgia

Per raggiungere Tbilisi dall’Italia senza fare scali c’è il collegamento diretto da Milano Malpensa operato da easyJet, l’unica tra le compagnie low cost a volare dal capoluogo lombardo alla capitale della Georgia. Disponibile già dall’aprile del 2025, il volo prevede tre frequenze settimanali: il martedì, il giovedì e la domenica. Dall’Italia i voli partono al mattino, consentendo di arrivare a destinazione nel primo pomeriggio e avere una mezza giornata a disposizione per esplorare Tbilisi oppure raggiungere comodamente le altre città della Georgia.
La compagnia ha di recente annunciato che, a partire dalla prima metà del 2027, comincerà a offrire il Wi-Fi a bordo in collaborazione con Starlink, assicurando ai passeggeri una connessione veloce, in grado di supportare lo streaming, i videogame, la navigazione e tutti quei servizi digitali per rendere il tempo in quota ancora più produttivo o piacevole. La copertura dell’intera flotta è prevista entro l’inizio del 2028.
Dove dormire e dove mangiare in Georgia
Uno degli alberghi migliori, più nuovi e interessanti di Tbilisi è senz’altro il Paragraph Freedom Square, a Luxury Collection Hotel, non solo per la sua posizione invidiabile, l’ampia scelta di camere confortevoli e l’elegante lobby. Il fiore all’occhiello dell’hotel è la vastissima spa urbana che da sola vale il soggiorno: si sviluppa su tre piani, offre trattamenti, saune e bagni di vapore, ma soprattutto ha una piscina affacciata sul panorama cittadino. Così, anche nelle giornate più fredde, si può ammirare Tbilisi al caldo o rimanendo a mollo.

Tra le altre particolarità, l’albergo ha una funivia dedicata (sì, avete letto bene), che lo collega alla struttura gemella, il Paragraph Golf & Spa Tabori, Autograph Collection, su una delle alture della capitale. Il servizio è gratuito per gli ospiti, che possono salire in quota per respirare aria fresca o per un pranzo o una cena con vista.
L’offerta gastronomica di Tbilisi è sconfinata e per tutte le tasche. Proprio sul lato opposto della strada del Paragraph c’è una delle sedi di Khinkali Collection, dove assaggiare dei succosi ed economici ravioli giorgiani. Definirlo un fast food sarebbe grandemente erroneo, visto che tutto è preparato al momento e la velocità del servizio non è esattamente garantita. L’attesa, comunque, viene ripagata con un’ottima qualità degli ingredienti. Per una cena più strutturata, e decisamente più cara, c’è Barbarestan, ristorante di alta cucina che è entrato anche nella selezione dei nomi emergenti della pregiatissima guida dei 50 Best. L’atmosfera è impagabile (o meglio, si paga eccome), alcuni piatti sono formidabili, altri un po’ troppo arditi per definirli indimenticabili. Comunque, specie per una cena romantica, il risultato è garantito.
A Kutaisi andate sul sicuro: prenotate per tempo da Doli, senza dubbio il miglior ristorante assaggiato durante l’intero viaggio in Georgia. Le ricette classiche della cucina locale sono eseguite con attenzione, passione e competenza. La cucina è aperta, dunque dai tavoli si riesce a sbirciare come ogni piatto venga preparato al momento. Il servizio è giovane, attento, amichevole e sorridente. Per la Georgia, non proprio la regola. Doli fa parte dell’hotel The Communal, il migliore della città (non che ci voglia molto, l’offerta di ospitalità è stiracchiata e spesso deludente per gli standard occidentali). Così, decidendo di dormirci, potrete tornare da Doli anche a colazione. Un po’ fuori dal centro storico, facilmente raggiungibile con un Uber o affini, c’è la Toma’s Wine Cellar. Si tratta della cantina di una villa dove viene servita la cucina casalinga preparata al piano di sopra. Il menu è fisso, ma abbondante. E i prezzi sono davvero convenienti.
A Batumi, infine, si onora lo spirito del luogo andando a dormire nello stesso complesso della costruzione più ardita della città. Già, proprio la Batumi Tower, il grattacielo con dentro la ruota panoramica.

L’hotel Le Méridien Batumi ne fa parte, ha un casinò annesso per curiosare nella vita notturna (per registrarsi è obbligatorio portare con sé i documenti) e La brasserie, il ristorante che nella parte all’aperto, affaccia direttamente sullo spettacolo serale delle fontane. Così lo si può guardare, senza mescolarsi con la folla, degustando un menu che contamina la cucina georgiana con le influenze francesi. Le camere, in tutto 105, sono spaziose e regalano una vista generosa sul Mar Nero, in particolare le grandi suite. Sulla terrazza con piscina sono in programma feste molto ben frequentate. La Batumi che ama divertirsi si dà appuntamento qui.
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