Castelli, antichi palazzi dai meravigliosi affreschi, ville nobiliari, parchi e giardini di siepi di bosso e labirinti. E ancora: monasteri, oratori, conventi di clausura, luoghi di spiritualità, silenziose tonnare affacciate sul mare della Sicilia. Un patrimonio immenso quello delle dimore storiche, il ritratto profondo e in parte sconosciuto della nostra identità. Un viaggio attraverso i luoghi della memoria, quello che ogni anno offre l’Associazione Dimore Storiche Italiane (A.D.S.I.).
Un turismo nuovo, oltre le rotte consuete soffocate dell’overtourism, che riscopre piccoli borghi rimasti intatti nei secoli, un Grand Tour moderno dove perdersi tra itinerari alternativi.
La mappa dei tesori nascosti da scoprire gratis
Dall’Abbazia della Cervara a Santa Margherita Ligure, per visitare l’unico giardino all’italiana in Liguria affacciato sul mare, agli oltre mille ettari di vigneti, uliveti, pascoli del Castello di Montegiove, tra Perugia e Orvieto, fino all’affascinante Tonnara Foderà di Magazzinazzi ad Alcamo.
Il tema scelto per la giornata «Custodi di futuro.Un patrimonio vivo per un valore condiviso» richiama alla responsabilità del prendersi cura di beni che, non sono solo da conservare, ma da valorizzare e rendere fruibili all’interno delle comunità di riferimento, perché possano continuare a generare valore culturale, sociale ed economico. Lo specchio di un Paese da guardare, capire, riscoprire. Nell’ultimo anno oltre ventimila dimore hanno realizzato almeno un evento, accogliendo più di 35 milioni di visitatori, di cui oltre due milioni nelle aree interne.
Ed è questa la grande scommessa dell’Associazione prossima a compiere cinquant’anni. «Noi rappresentiamo i 46mila edifici vincolati dallo Stato per interesse storico e artistico (il vincolo è sancito dall’articolo 9 della Costituzione). In Europa siamo il Paese che ne ha il numero maggiore», spiega la presidente Maria Pace Odescalchi. «L’approccio è di mostrare l’importanza di questi luoghi, che simboleggiano la perfetta collaborazione tra pubblico e privato, per rilanciare un tesoro che non è solo bellezza e prestigio, antichi fasti e nobili manieri, ma è in grado di creare ricchezza, occupazione, sviluppo». In base ai dati dell’Osservatorio sul patrimonio culturale privato, realizzato dalla Fondazione RiES, nel 2024 la quasi totalità degli interventi è stato autofinanziato dai proprietari, con una spesa media superiore a cinquantamila euro annui per ogni singolo bene. Complessivamente il totale dei restauri è stato di 1,9 miliardi di euro.
Un motore economico per le aree interne del Paese
Nata nel 1977 l’associazione conta 4.500 soci in rappresentanza delle 46 mila dimore storiche che, presenti in tutte le Regioni, costituiscono una componente significativa dei beni culturali. Gran parte di questa preziosa eredità si trova soprattutto nelle aree interne, il trenta per cento addirittura in comuni con meno di cinquemila abitanti. Proprio questo passato glorioso può aiutare il presente, diventando il volano per zone spesso sconosciute e dove è difficile arrivare. Più della metà svolge attività economiche tra turismo, accoglienza, agricoltura, imprese vinicole, concerti, incontri letterari. L’impatto è rilevante anche in termini occupazionali e di filiera, coinvolgendo artigiani, agronomi, tecnici e studiosi per un turismo diffuso, sostenibile e destagionalizzato.
Ad esempio, a Panicale, in Umbria, una coppia di americani, George e Roxanne Miller, ha comprato il castello e ha creato il più grande museo del puzzle del mondo. O l’incredibile storia di Don Alessio Geretti, che a Illegio, paese di 340 abitanti in provincia di Udine, ha sistemato la canonica, organizzando da oltre vent’anni importanti mostre internazionali di arte, con prestiti inestimabili dagli Uffizi ai Musei Vaticani, portando 700mila visitatori. I miracoli esistono.
Continua la presidente: «Realtà virtuose che creano un indotto per il territorio. Non è solo il bello da guardare, ma è molto di più. Sono una preziosa risorsa economica del Paese, che se supportata da un programma a medio-lungo termine per la valorizzazione, la promozione, può riattivare l’economia di quelle aree interne sul cui futuro molto si dibatte». Il 35 per cento delle dimore è destinato alla locazione, mentre il diciassette per cento svolge attività agricola con una netta prevalenza della vitivinicoltura. Un terzo delle aziende vitivinicole italiane afferisce a una dimora storica. Continua Maria Pace Odescalchi, la prima donna a ricoprire la carica di presidente dell’organizzazione: «La collaborazione pubblico e privato, con il giusto supporto e un’attenta programmazione, può portare accoglienza, cultura, arte. Un network che produce economia per tutto il territorio nazionale, che deve essere pensato e supportato dalle istituzioni. Ci va uno spirito di passione che noi abbiamo da sempre, ma da soli è impensabile riuscire a portarlo avanti. Questa realtà è come l’ossatura del Paese. Il proprietario è un custode che tramanda alle nuove generazioni un genius loci che non deve essere snaturato. Il rischio è che senza un reale sostegno si vada sempre più verso l’abbandono».
Viene naturale chiedere quali sono gli interventi che potrebbero aiutare un tale tesoro di storia e bellezza? «Un’Iva unificata per i beni vincolati per incentivare queste realtà. Ed è una soluzione che gioverebbe anche al bilancio pubblico. Nel solco di quanto è già stato realizzato lo scorso anno con successo per le opere d’arte. Bisogna considerare questo settore come fonte di economia e anche di ripartenza, creando posti di lavoro di qualità».
