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The Gentlemen 2, Guy Ritchie conquista l’Italia: «Il vero potere è quello che ti costruisci da solo»

The Gentlemen 2, Guy Ritchie conquista l’Italia: «Il vero potere è quello che ti costruisci da solo»

The Gentlemen 2 porta Guy Ritchie, Theo James e Kaya Scodelario in Italia, tra mafia, aristocrazia, Sorrentino, Caravaggio e una lotta per il potere sempre più oscura

Nella prima stagione di The Gentlemen, Eddie Horniman si era ritrovato quasi per caso al centro di un mondo che non aveva scelto, ereditando insieme al titolo di famiglia, alla tenuta e a una situazione economica tutt’altro che semplice anche un impero criminale nascosto sotto la superficie impeccabile dell’aristocrazia britannica, mentre nella seconda stagione il punto di partenza è radicalmente diverso, perché Eddie non sta più soltanto cercando di capire come sopravvivere a ciò che gli è capitato tra le mani, ma ha cominciato a scoprire quanto sia bravo a esercitare il potere, quanto gli piaccia farlo e, soprattutto, quanto lontano potrebbe essere disposto a spingersi pur di trasformare qualcosa che ha ricevuto in qualcosa che possa finalmente considerare suo.

La nuova stagione riprende la storia circa un anno dopo e trova Eddie e Susie Glass in una posizione apparentemente molto più solida, con un’operazione che non soltanto funziona ma si è allargata abbastanza da portarli fuori dall’Inghilterra e fino in Italia; proprio questo, racconta Kaya Scodelario, rende interessante il punto dal quale la serie decide di ricominciare, perché «Eddie e Susie hanno ampliato l’operazione con grande successo, tanto che ora sono arrivati in Italia», ma quando due personaggi così ambiziosi partono da una posizione di forza, aggiunge l’attrice, «sapere che le cose iniziano così in alto è sempre interessante dal punto di vista narrativo, perché c’è soltanto una direzione in cui possono andare».

Guy Ritchie individua infatti il cuore della seconda stagione in un problema molto più grande della semplice espansione dell’impero criminale: «Come si fa ad ascendere senza autodistruggersi? Come si può rimanere aggressivi e ambiziosi senza essere annientati dal proprio ego?», domanda il regista, mentre lo sceneggiatore Matthew Read sposta immediatamente la questione sul prezzo personale dell’ascesa di Eddie: «Qual è il costo di tutto questo? Mentre cerca di diventare più potente, rischia di perdere la propria anima? E cosa significa per il suo rapporto con Bobby e Susie?».

L’Italia non è uno sfondo, ma il nuovo campo di battaglia

L’arrivo in Italia potrebbe sembrare, almeno inizialmente, la naturale espansione visiva di una serie che nella prima stagione aveva già trasformato tenute aristocratiche, proprietà immense e campagna britannica in parte integrante del proprio fascino, ma per Ritchie il passaggio è molto più strutturale, perché spostare la storia verso il nostro Paese significa mettere i suoi personaggi davanti a un altro sistema nel quale famiglia, denaro, territorio, lignaggio e criminalità possono convivere da secoli senza essere realmente separabili.

«Non volevamo restare soltanto nel Regno Unito, sentivamo che dovesse esserci un’evoluzione anche nell’ambiente, quindi siamo arrivati alla mafia», racconta Ritchie, che subito dopo scherza: «Se devi scegliere una sottostruttura di cattivi nefasti, l’Italia è il posto in cui vuoi sceglierli». La battuta, però, conduce direttamente a un punto molto più interessante, perché per il regista ciò che rende davvero utile l’Italia alla storia è la presenza di «aristocratici che sono anche impoveriti», una condizione che permette alla serie di continuare a lavorare sul proprio tema fondamentale, cioè il rapporto tra ciò che si riceve e ciò che invece si riesce a costruire autonomamente.

Theo James vede del resto nella mafia italiana e nell’aristocrazia britannica due sistemi meno distanti di quanto potrebbero apparire, perché entrambi sono costruiti su rituali, gerarchie, codici interni e una forma di moralità che può sopravvivere persino dentro comportamenti apertamente immorali; non è un caso che, quando gli viene chiesto quale personaggio di un’altra serie vorrebbe far entrare nell’universo di The Gentlemen, scelga Tony Soprano e torni immediatamente al lavoro di James Gandolfini.

«Quello che amavo del suo personaggio e della sua interpretazione era che, per sei stagioni, era una specie di sociopatico ma allo stesso tempo incredibilmente affascinante», spiega James. «In un momento ti interessa, lo ami, in quello successivo ti disgusta, poi provi pena per lui. Lo porterei qui». E il collegamento con la seconda stagione è tutt’altro che casuale, perché l’attore sottolinea anche «i parallelismi tra il ritualismo degli aristocratici britannici e quello della mafia italiana», due mondi «molto regolati» che possiedono «una sorta di codice morale, nonostante facciano cose immorali».

Guy Ritchie e la «maledizione» dell’eredità

Rispondendo a Panorama, Guy Ritchie entra direttamente dentro quello che considera uno dei principi fondamentali della serie, perché se Eddie e Susie non stanno più semplicemente cercando di sopravvivere a un sistema di potere, classe e criminalità ma sembrano ormai intenzionati a modificarlo, diventa inevitabile chiedersi se la seconda stagione racconti il momento in cui il potere smette di essere qualcosa che si eredita o si subisce e diventa qualcosa che si desidera attivamente.

Ritchie, però, decide di cambiare proprio quest’ultima espressione: «Cambierei “desiderare attivamente” con “generare da sé”, perché è una cosa diversa», spiega. «Il problema dell’eredità è che, per definizione, è ereditata e quindi dipendente. Una delle idee fondamentali di The Gentlemen riguarda invece la capacità di generarsi da soli e di liberarsi dalla maledizione dell’eredità».

È una distinzione che finisce per spiegare non soltanto questa seconda stagione ma l’intero arco narrativo del personaggio, perché secondo Ritchie «è in realtà più difficile per qualcuno ereditare qualcosa e poi riuscire a generarsi autonomamente attraverso quell’eredità, perché in qualche modo si sente in debito verso ciò che ha ricevuto», ed Eddie rappresenta l’iperbole perfetta di questa contraddizione: «È qualcuno che appare incredibilmente privilegiato ma che, paradossalmente, è maledetto da quel privilegio».

Per il regista il conflitto è quindi tra «un’identità auto-generata e un’identità che ti è stata conferita o consegnata», e la seconda stagione porta Eddie esattamente dentro quel passaggio, costringendolo ad andare contro il ruolo che gli è stato assegnato per provare a costruire qualcosa che possa appartenergli davvero. «La seconda stagione è un’estensione di questo principio, mentre Eddie comincia ad aprire le ali», spiega Ritchie, e a quel punto la domanda diventa quanto grandi siano realmente quelle ali e, soprattutto, «se sarà in grado di controllarle» una volta scoperto il gusto di un potere costruito personalmente.

L’immagine utilizzata dal regista è quasi favolistica: quando quelle ali saranno completamente aperte, bisognerà capire se Eddie diventerà «un’aquila che vola alto oppure uno storno menomato».

Theo James: «C’è un’oscurità che sta entrando nella sua anima»

Theo James parte da una distinzione molto netta tra l’uomo che avevamo incontrato all’inizio della serie e quello che ritroviamo ora, perché nella prima stagione Eddie era ancora, almeno nelle intenzioni, una persona sostanzialmente morale, costretta ad agire in circostanze eccezionali per proteggere la propria famiglia, salvare il patrimonio e sopravvivere a un sistema criminale nel quale era stato trascinato quasi contro la propria volontà, mentre nella seconda quella giustificazione comincia progressivamente a non essere più sufficiente.

«Nella prima stagione è un uomo morale che cerca di sopravvivere e di fare la cosa giusta, cioè proteggere la propria famiglia e salvarla dall’impoverimento», racconta James, «mentre nella seconda sta ascendendo, sta trovando se stesso dentro questo mondo e sta scoprendo la propria capacità di infliggere violenza per ottenere un vantaggio personale».

Il problema, però, non riguarda soltanto ciò che Eddie fa, ma ciò che quelle azioni stanno trasformando dentro di lui. «Comincia a prendere decisioni e a mettere in discussione il proprio senso della moralità e, di conseguenza, una parte della sua bontà inizia a erodersi. C’è un’oscurità che sta entrando nel suo senso di sé e nella sua anima».

Più avanti James porta lo stesso ragionamento ancora oltre, spiegando che ciò che gli interessava interpretare era «una sorta di intorpidimento» del personaggio e «l’inizio di un’erosione dell’empatia», fino a chiedersi che cosa accada quando qualcuno inizi a diventare un sociopatico. «Un sociopatico può essere molto affascinante e intelligente, ma allo stesso tempo estremamente pericoloso. Non sto dicendo che Eddie sia arrivato completamente lì, ma stiamo giocando con l’idea di quanto possa perdere rispetto al primo fotogramma della prima stagione».

La distanza è enorme, perché all’inizio Eddie era «un ragazzo normale, un soldato, lavorava per le Nazioni Unite e cercava di fare del suo meglio», mentre alla fine della seconda stagione potrebbe essere diventato, nelle parole dell’attore, «qualcosa di incredibilmente pericoloso e diabolico».

Un metodo di lavoro in cui tutto può cambiare

Questa trasformazione passa anche attraverso il metodo di lavoro di Guy Ritchie, che James descrive come molto meno rigido di quanto si potrebbe immaginare guardando una serie così costruita e stilizzata, perché la struttura esiste ma non è mai considerata intoccabile.

«Guy una volta ha detto che è il capitano della nave, ma siamo tutti insieme nel viaggio», racconta James. «Puoi sapere esattamente dove stai andando e allo stesso tempo rimanere fresco nel momento, quindi abbiamo la possibilità di far evolvere le scene e cambiarle».

Per gli attori questo significa dover essere «sempre pronti a muoversi», una condizione che può risultare impegnativa ma che, secondo James, rende anche il processo molto più collettivo, perché tutti hanno la sensazione di partecipare realmente alla costruzione del risultato finale. È anche grazie a questa libertà che la seconda stagione può diventare «più profonda e più oscura in ogni elemento», senza rinunciare però all’intrattenimento e all’umorismo che avevano definito la prima.

James cita persino temi più ampi che attraversano la nuova stagione, dalla storia di Giacobbe ed Esaù alla storia cristiana britannica intrecciata a quella europea, perché l’ambizione è quella di «espandere e approfondire tutto ciò che abbiamo costruito nella prima stagione» senza trasformare The Gentlemen in qualcosa di irriconoscibile.

Eddie e Susie, tra amore e guerra per il potere

Se Eddie sta imparando a costruire un potere autonomo, Susie Glass si trova paradossalmente davanti allo stesso problema, perché anche lei appartiene a una dinastia, anche lei è cresciuta dentro un impero costruito da qualcun altro e anche lei deve decidere quando smettere di essere semplicemente l’erede di una struttura per cominciare davvero a reclamarne il controllo.

Kaya Scodelario racconta che il rapporto tra Eddie e Susie continua a funzionare proprio perché nessuno dei due rinuncia alla propria ambizione individuale: «Hanno entrambi le proprie ambizioni, che non necessariamente sono un’ambizione condivisa, ed è proprio lì che per me nasce la tensione tra loro».

Insieme funzionano, si comprendono e ormai sono capaci di leggere perfettamente le mosse dell’altro, ma questo non significa che vogliano necessariamente la stessa cosa. «Sono chiaramente molto efficaci insieme negli affari e sicuramente provano affetto, forse una forma d’amore l’uno per l’altra», ammette Scodelario, «ma per me l’attenzione di Susie resta molto concentrata sul suo impero, su ciò che significa per lei e su dove vuole stare all’interno dell’azienda di famiglia».

Eddie, nel frattempo, è diventato «uno strumento molto utile» che Susie ha visto evolversi e che ora osserva con grandissima attenzione, anche perché l’attrice ha deciso di lavorare sull’idea che il personaggio possa provare una certa forma di colpa per ciò che ha contribuito a creare: «Forse sente di aver creato o liberato qualcosa dentro di lui, e deve capire che cosa questo significhi anche per la propria moralità».

Il rapporto resta però anche uno dei motori comici della serie e, mentre Scodelario parla del loro affetto e della sintonia sviluppata sul set, James interrompe improvvisamente la conversazione con una domanda molto meno filosofica: «Ma fanno sesso? Questa è la vera domanda». «Smettila di chiamarlo così», replica immediatamente lei, prima che Matthew Read chiuda tutto con un inevitabile «niente spoiler».

«E se si innamorassero di altre persone?»

Dietro la battuta, tuttavia, c’è un lavoro di scrittura molto preciso, perché Matthew Read racconta che nella seconda stagione gli autori hanno deciso deliberatamente di mettere pressione su ogni lato della relazione tra Eddie e Susie, proprio perché il loro legame rischiava altrimenti di diventare troppo stabile.

«Abbiamo pensato: cosa succederebbe se ci fossero degli ostacoli tra loro?», racconta. «Chiaramente hanno una grande connessione, si piacciono, ma sono anche ambiziosi, quindi ci siamo chiesti: cosa succederebbe se si innamorassero di persone diverse? E se avessero ambizioni che andassero contro Bobby Glass? Come si sentirebbe Susie? E cosa succederebbe se venissero feriti? Sanguinano? Come soffrono? Come reagiscono?».

L’obiettivo, spiega Read, era «spingerli verso tutti i margini possibili» e sottoporli a scenari differenti per capire molto meglio chi fossero realmente, mentre Theo James trova per loro una metafora ancora più oscura e li paragona direttamente a Macbeth e Lady Macbeth.

«Se stiamo raccontando una storia di ascesa, alla fine qualcuno verrà fregato, perché finiranno per ostacolarsi a vicenda», osserva James. «È una specie di Macbeth e Lady Macbeth: i confini dell’immoralità che attraversano finiscono per diventare la loro rovina, oppure uno dei due vince mentre sale verso la cima».

Ritchie riduce tutto a una frase ancora più efficace: «Sono entrambe le cose: sono l’uno la più grande minaccia dell’altra e contemporaneamente il più grande aiuto».

Anche Susie deve uscire dall’ombra del padre

Il tema dell’eredità non appartiene quindi soltanto a Eddie, perché Susie vive una versione quasi speculare dello stesso conflitto nel rapporto con Bobby Glass, un padre che rispetta profondamente e una dinastia criminale che considera parte integrante della propria identità, ma dalla quale potrebbe ormai essere pronta a emanciparsi.

«Ha un rapporto molto complicato con suo padre», racconta Scodelario. «Credo che ci sia un rispetto enorme per lui e per la dinastia familiare, per ciò che hanno costruito», perché Susie considera il business di famiglia qualcosa «che è nel sangue, qualcosa che devi sostenere e proteggere».

Allo stesso tempo, però, non è più una ragazzina. «È una donna sulla trentina, è lei ad avere gli stivali sul terreno, è lei a vedere quello che succede giorno dopo giorno, eppure deve ancora riferire a questa specie di autorità superiore».

A quel punto Ritchie interviene direttamente nella risposta dell’attrice, perché secondo lui il parallelismo con Eddie è quasi perfetto: «È una storia molto simile alla sua. Hai ereditato una posizione e continui a domandarti: a che punto sto generando qualcosa da sola e a che punto sto soltanto accettando il mantello che ho ereditato?».

È anche per questo, aggiunge, che Eddie e Susie riescono a capirsi così bene, perché «in realtà si trovano più o meno nella stessa posizione».

Scodelario concorda e vede nella seconda stagione proprio il momento nel quale Susie potrebbe essere pronta a «uscire da quell’ombra e prendere un po’ le redini», assumendosi i rischi ma anche «la gloria che ne deriva», perché «vuole essere lei ad avere il controllo».

Kaya Scodelario,Susie e il potere femminile senza bisogno di spiegazioni

Proprio sul personaggio di Susie, Kaya Scodelario insiste su un elemento che considera particolarmente riuscito nella scrittura della serie, perché quando le viene chiesto come una donna abituata a muoversi in un ambiente dominato dagli uomini reagisca entrando in un sistema di potere italiano ancora più antico, l’attrice mette in discussione la premessa stessa della domanda.

«Non sono sicura di capire dove entri la questione dell’essere donna», risponde. «Quello che mi piace di Susie e di quello che abbiamo fatto con la serie è che non abbiamo mai avuto bisogno di spiegare esplicitamente che è l’unica donna in quell’ambiente. Lei semplicemente c’è».

Ed è proprio questa normalità, secondo Scodelario, a rappresentare un vero passo avanti: «Non si tratta di dire “wow, riesce a tenere testa agli uomini”. Semplicemente esiste in questo mondo, tiene la propria posizione e non abbiamo bisogno di insistere troppo su questo, e per me questa è vera evoluzione per un personaggio femminile al cinema e in televisione».

Anche in Italia Susie continua quindi a comportarsi come ha sempre fatto, riconoscendo le gerarchie, rispettando la nobiltà e soprattutto evitando il cliché della rivalità automatica con Bella: «Non c’è competitività istintiva tra loro, c’è piuttosto un rispetto reciproco», spiega Scodelario, perché Susie comprende perfettamente il potere che Bella può rappresentare e sa che quel potere potrebbe tornare utile anche a lei.

Il Gattopardo, Bellini e Sorrentino: così nasce l’Italia di The Gentlemen

La costruzione dell’Italia della seconda stagione passa attraverso riferimenti culturali molto più precisi delle semplici immagini di ville, vino, arte e vecchio denaro, perché Matthew Read racconta che, proprio mentre The Gentlemen veniva sviluppato, Moonage Pictures aveva lavorato a Il Gattopardo per Netflix e che quel mondo aveva inevitabilmente finito per influenzare anche la nuova stagione.

«Eravamo circondati dal mondo di Lampedusa, che ovviamente parla dell’aristocrazia italiana, quindi sentivo che eravamo già immersi in quell’universo», racconta Read, sottolineando come quel lavoro abbia poi favorito anche connessioni concrete durante le riprese italiane.

L’immersione non è rimasta confinata alla scrittura, perché durante il soggiorno in Italia Read è andato con uno dei produttori a vedere un’opera di Bellini a Milano e «una delle arie che abbiamo ascoltato quella sera è poi finita nella serie, nell’episodio quattro».

«Abbiamo cercato di immergerci il più possibile nella cultura per renderla specifica», spiega lo sceneggiatore, evitando quindi che elementi come vino, arte, famiglia, vecchio denaro ed eredità rimanessero semplici decorazioni.

Alla domanda sulle influenze cinematografiche italiane, Read cita poi Paolo Sorrentino: «Abbiamo parlato un po’ dei suoi film e credo che il modo in cui racconta la cultura italiana sia stato una sorta di passkey, una chiave d’accesso molto utile per quello che volevamo fare».

Theo James ricorda immediatamente un riferimento ancora più preciso, chiedendo quale fosse il modello per la grande festa del sesto episodio, e la risposta di Read è secca: «La grande bellezza».

Nello stesso ragionamento compare anche La battaglia di Algeri, che lo sceneggiatore considera «sempre sullo sfondo di qualsiasi crime», mentre precisa che non volevano certo limitarsi a un’Italia ridotta a La dolce vita.

Caravaggio entra direttamente nella fotografia

Se Sorrentino e Lampedusa influenzano l’immaginario narrativo, Caravaggio arriva invece fino alla costruzione visiva della serie, perché quando viene chiesto a Ritchie se pensi alle scene attraverso una palette cromatica precisa, il regista racconta che la produzione aveva realmente discusso della possibilità di illuminare alcune sequenze secondo un’estetica caravaggesca.

«Caravaggio entra nella palette cromatica», spiega Ritchie. «Abbiamo davvero avuto una conversazione sul provare a illuminare la serie un po’ come un Caravaggio».

Il pittore, dunque, non funziona soltanto come riferimento culturale o come oggetto da inserire in una scena, ma entra direttamente nel linguaggio visivo della stagione, mentre la stessa conversazione sull’arte produce uno dei momenti più leggeri della conferenza: Ritchie sceglierebbe un Caravaggio con «la testa di Giovanni Battista su un piatto», Scodelario vorrebbe invece un enorme murale dell’artista brasiliano Kobra all’esterno della propria casa e James, dopo qualche esitazione e molte risate, finisce per oscillare tra Matisse e Picasso.

Anche la scena dell’asta d’arte diventa un modo per raccontare quanto sia cambiato il rapporto professionale tra James e Scodelario, che nella seconda stagione hanno ormai sviluppato una sintonia quasi automatica. «Abbiamo costruito un rapporto di lavoro molto naturale e fluido», racconta lei. «Conosciamo i nostri personaggi, sappiamo quando guardarci, quando camminare allo stesso ritmo e quando entrare in conflitto».

I laghi italiani come «un sogno troppo bello per essere vero»

La scelta delle location nasce però anche da una motivazione molto meno teorica, perché Ritchie e Read amano semplicemente i laghi italiani e, potendo costruire un mondo nel quale il luogo diventa parte integrante della fantasia, hanno scelto ambienti nei quali avrebbero voluto trascorrere del tempo anche personalmente.

«La prima volta che arrivi sui laghi italiani è quasi come entrare in un sogno, qualcosa di troppo bello per essere vero», racconta Ritchie. «Matthew e io ci siamo chiesti: se puoi scegliere cosa vuoi vedere in una serie, in qualunque serie, cosa scegli? La verità è che entrambi amiamo i laghi italiani».

Il ragionamento, ammette con ironia, è anche molto pratico: «Alla fine dobbiamo girare in quei posti, quindi tanto vale scegliere luoghi nei quali vogliamo andare».

Scodelario ricorda infatti le riprese italiane quasi come «una gita scolastica», rese ancora più piacevoli dalla possibilità di portare con sé la famiglia e trascorrere del tempo con i figli, anche se l’arrivo di «250 membri britannici della troupe» aveva inevitabilmente finito per rendere l’atmosfera un po’ meno italiana.

«Abbiamo cercato di stare dall’altra parte del lago per non essere associati a loro», scherza l’attrice, che conserva anche un’immagine particolarmente curiosa di quelle giornate: «Vedevo Guy Ritchie andare in bicicletta ogni mattina ed era davvero una bella scena da osservare. Sembrava felice».

Quando infine viene chiesto loro di scegliere tra una grande dimora britannica e un palazzo italiano, Scodelario non ha praticamente dubbi: «Le stately homes sono troppo fredde. Sono tutte tremendamente fredde». James è ancora più sintetico: laghi italiani, architettura e vista sull’acqua.

«Gli italiani sono inglesi scottati dal sole»

Per Ritchie, tuttavia, il passaggio dall’Inghilterra all’Italia funziona soprattutto perché le due culture hanno una relazione storica molto più profonda e ambigua di quanto possa sembrare, costruita nei secoli attraverso il Grand Tour, l’attrazione britannica per l’arte e lo stile di vita italiani e una serie di reciproche fascinazioni che il regista riassume con una provocazione molto ritchiana.

«Gli italiani sono una specie di inglesi scottati dal sole», scherza. «Le somiglianze sono evidenti e, allo stesso tempo, negli italiani c’è una passione che gli inglesi segretamente desiderano, mentre credo che ci sia uno stoicismo britannico che gli italiani segretamente desiderano».

Dietro la battuta rimane però un rapporto culturale che il regista considera profondissimo: «La storia del Grand Tour e l’amore inglese per tutte le cose italiane sono profondi», e The Gentlemen finisce per utilizzare esattamente quella relazione, mettendo una cultura aristocratica davanti a un’altra e mostrando quanto, sotto codici sociali differenti, le ossessioni per famiglia, patrimonio, lignaggio, proprietà e reputazione possano essere sorprendentemente simili.

Matrimoni e alleanze, il potere più antico d’Europa

Theo James porta questo parallelismo fino alle relazioni personali, osservando come Eddie, una volta entrato nel sistema italiano, scopra dinamiche che in realtà conosce già perfettamente, perché comprende la gerarchia, il potere ricevuto e la ricchezza ereditaria, mentre ciò che deve ancora imparare è come utilizzare il sottobosco criminale italiano a proprio vantaggio.

Tra gli elementi che interessano maggiormente l’attore c’è proprio il modo in cui la stagione rimette al centro il rapporto tra sentimenti e strategia. Eddie «si lega a qualcuno in senso matrimoniale e non sai se lo faccia per affari o per amore», racconta James, sottolineando quanto questa dinamica sia in realtà antichissima: «Per secoli le famiglie si sono sposate o hanno creato alleanze strategiche per ottenere potere».

È quindi «un piccolo richiamo moderno a ciò che è accaduto nell’aristocrazia europea per moltissimi anni», e proprio qui l’Italia smette definitivamente di essere soltanto un nuovo territorio per diventare lo specchio ideale davanti al quale Eddie è costretto a guardarsi, perché il mondo che incontra sembra diverso da quello inglese ma funziona secondo principi molto più familiari di quanto vorrebbe ammettere.

Una seconda stagione che doveva necessariamente essere migliore

Dopo il successo della prima stagione, la difficoltà maggiore era evitare di limitarsi a replicarne la formula, e Ritchie ammette che l’interesse suscitato dal debutto aveva sorpreso persino loro.

«Siamo rimasti piuttosto sorpresi dall’interesse che la prima stagione ha generato», racconta. «La sfida, naturalmente, era capire come mantenere tutto vivo e interessante».

L’obiettivo era trovare il punto esatto tra familiarità e novità, dando al pubblico abbastanza di ciò che aveva già amato senza trasformare la seconda stagione in una copia della prima: «Cerchi di infilare il filo nell’ago, offrendo qualcosa di abbastanza nuovo e provocatorio ma allo stesso tempo abbastanza familiare».

Matthew Read sintetizza l’intero processo in maniera molto più semplice: «Guy si è seduto e ha detto: dobbiamo farla meglio». Il compito degli sceneggiatori era quindi «rendere la zuppa più densa», arricchendo ogni direzione possibile.

Theo James è altrettanto netto, perché riconosce che la prima stagione avrebbe potuto tranquillamente concludere la storia: «C’era un mondo nel quale avremmo potuto fermarci lì, perché la prima stagione si chiudeva da sola. Quindi, se dovevamo farne un’altra, dovevamo renderla migliore. Altrimenti qual era il senso?».

Lo stesso principio, aggiunge, dovrebbe valere eventualmente anche per una terza stagione, che avrebbe il compito di evolvere ancora la serie e di continuare ad allargarne il mondo.

Guy Ritchie: «Le storie a volte si scrivono da sole»

A tenere insieme tutto rimane il particolare rapporto di Ritchie con la costruzione narrativa, perché il regista sostiene che spesso le storie finiscano quasi per svilupparsi autonomamente una volta che i personaggi hanno trovato una voce abbastanza precisa.

«Le sceneggiature, fino a un certo punto, si scrivono da sole, così come i personaggi», racconta. «Una volta che hai dato una voce a un personaggio, è strano come le sue caratteristiche inizino a svilupparsi e, di conseguenza, producano il dramma».

Il rischio, naturalmente, è innamorarsi di una trama che sulla carta sembra brillantissima per poi scoprire, raccontandola, che «è una cura per l’insonnia», ed è proprio allora che Ritchie e Read tornano al punto di partenza finché non trovano qualcosa di «sufficientemente cattivo e provocatorio».

Il loro obiettivo rimane continuamente quello di muoversi sulla linea tra plausibile e fantastico, una tensione alimentata anche dalla realtà, che per Ritchie riesce spesso a essere più assurda della finzione. Lui e Read si scambiano continuamente notizie su coltivazioni illegali scoperte sotto le case o situazioni criminali che sembrerebbero troppo improbabili persino per The Gentlemen, salvo poi rivelarsi perfettamente reali.

Ed è probabilmente anche la definizione migliore della seconda stagione, nella quale convivono ville sui laghi, mafia, aristocrazia, Caravaggio, Bellini, Sorrentino, matrimoni strategici, famiglie criminali, vecchio denaro e un uomo nato dentro il privilegio che comincia a considerarlo una gabbia.

Perché il vero paradosso di Eddie Horniman è proprio questo: possiede quasi tutto ciò che dovrebbe renderlo libero, ma considera ciò che ha ereditato come la prova che la sua identità appartenga ancora a qualcun altro, e nel tentativo di costruirsene finalmente una propria scopre di essere molto più bravo a conquistare potere di quanto fosse preparato a gestirne le conseguenze.

Nella prima stagione la domanda era se Eddie sarebbe riuscito a sopravvivere al mondo di The Gentlemen; nella seconda, molto più inquietante, è capire quanto di Eddie sarà rimasto quando avrà finalmente imparato a dominarlo.

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