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The Drop, la serie che racconta come il rap di Los Angeles ha cambiato l’America

The Drop, la serie che racconta come il rap di Los Angeles ha cambiato l’America

Su Disney+, lo spin-off di Snowfall firmato da Malcolm Spellman racconta la nascita di una nuova industria musicale nella Los Angeles degli anni Novanta, tra le conseguenze dell’epidemia di crack, le tensioni razziali e la trasformazione dell’hip-hop in un fenomeno globale. Il creatore e il cast ripercorrono una rivoluzione culturale che ha cambiato per sempre il modo di raccontare l’America.

C’è una Los Angeles che il cinema ha trasformato in un sogno collettivo, fatta di palme, piscine, ville sulle colline e tramonti che sembrano non finire mai, e poi ce n’è un’altra, distante soltanto pochi chilometri eppure separata dalla prima da un confine economico, sociale e culturale che per decenni è sembrato impossibile attraversare. È la Los Angeles di South Central, di Compton e dei quartieri nei quali, tra gli anni Ottanta e Novanta, un’intera generazione è cresciuta confrontandosi con la violenza delle gang, l’epidemia di crack, la brutalità della polizia e la progressiva disgregazione delle comunità afroamericane. Ma è anche la città nella quale quella stessa generazione ha trovato nella musica uno strumento per raccontarsi, trasformando esperienze che l’America preferiva spesso ignorare in un linguaggio destinato a conquistare il mondo.

È proprio da questa contraddizione che nasce The Drop: A Snowfall Saga, la nuova serie FX creata da Malcolm Spellman, in arrivo su Disney+ in Italia il 7 ottobre, che raccoglie l’eredità di Snowfall per raccontare un altro capitolo della storia americana. Se la serie originale aveva esplorato le conseguenze devastanti del traffico di crack nella Los Angeles degli anni Ottanta, The Drop sposta l’attenzione sul decennio successivo e su un’altra forma di potere, quella della musica, seguendo personaggi che cercano di reinventarsi mentre il rap della West Coast si trasforma in un’industria capace di produrre ricchezza, celebrità e una nuova identità culturale.

Ma sarebbe riduttivo considerarla semplicemente una serie musicale, perché dietro le ambizioni dei protagonisti, le registrazioni improvvisate, i primi contratti discografici e le rivalità tra artisti si sviluppa una riflessione molto più ampia sul rapporto tra creatività e sopravvivenza, sulla proprietà della cultura e sulla possibilità di trasformare un’esperienza collettiva di sofferenza in un’occasione di emancipazione, senza che il successo finisca per riprodurre gli stessi meccanismi di sfruttamento dai quali si cerca di fuggire.

Ed è proprio questo aspetto a emergere con maggiore forza dalle dichiarazioni di Malcolm Spellman e dei protagonisti, Gail Bean, Isaiah John, Asante Blackk, Peyton Alex Smith e Simmie Sims III, durante la conferenza stampa internazionale organizzata da FX per la stagione dei premi.

Da Snowfall a The Drop: l’eredità di John Singleton e la trasformazione di Los Angeles

Per comprendere il significato di The Drop bisogna tornare al 2017, quando FX presenta Snowfall, il crime drama ideato da John Singleton insieme a Eric Amadio e Dave Andron, destinato a diventare una delle produzioni più riconoscibili dell’emittente americana.

Al centro della serie c’è Franklin Saint, interpretato da Damson Idris, un giovane afroamericano che nella Los Angeles del 1983 comincia a costruire un impero criminale attraverso il traffico di crack, diventando progressivamente il protagonista di una tragedia nella quale l’ambizione individuale si intreccia con le conseguenze sociali di un fenomeno che ha segnato profondamente la storia degli Stati Uniti.

Attraverso sei stagioni, Snowfall racconta la trasformazione di interi quartieri, l’impoverimento delle comunità, i rapporti tra criminalità organizzata e istituzioni e soprattutto il prezzo umano di un’economia illegale che promette ricchezza mentre distrugge le persone che contribuiscono ad alimentarla.

Il progetto porta inoltre con sé l’eredità di John Singleton, il regista di Boyz n the Hood, il cui cinema ha avuto un ruolo fondamentale nel portare sul grande schermo le esperienze delle comunità afroamericane di Los Angeles. La sua morte, avvenuta nel 2019, lascia alla produzione la responsabilità di proseguire una narrazione profondamente legata alla sua visione artistica e personale.

Quando nel 2023 Snowfall si conclude, il percorso di Franklin arriva a un epilogo tragico, mentre alcuni dei personaggi sopravvissuti cercano di immaginare un’esistenza diversa. Tra questi ci sono Wanda Bell e Leon Simmons, interpretati da Gail Bean e Isaiah John, che diventano i protagonisti di The Drop.

Per Malcolm Spellman, sceneggiatore e produttore già coinvolto in progetti come Empire e Bel-Air, tornare in quell’universo significa assumersi una responsabilità particolarmente impegnativa.

Durante la conferenza stampa, Spellman racconta che l’idea di uno spin-off era nata quando Snowfall si stava avvicinando alla conclusione, attraverso le prime conversazioni con Dave Andron sulla possibilità di seguire Wanda nel mondo dell’industria musicale. Tuttavia, trasformare quell’intuizione in una nuova serie richiedeva qualcosa di più della semplice volontà di sfruttare il successo di un titolo già conosciuto.

Il creatore descrive la pressione di raccogliere l’eredità di Singleton come un peso enorme, ricordando il legame personale con il regista e sottolineando quanto fosse importante realizzare una storia che le persone direttamente coinvolte nella cultura rappresentata potessero riconoscere come autentica.

La questione, insomma, non era trovare un pretesto narrativo per riportare sullo schermo personaggi amati dal pubblico, ma capire se esistesse ancora qualcosa di necessario da raccontare.

E quel qualcosa era la musica.

Quando la strada diventò un’industria: il rap della West Coast e la rivoluzione degli anni Novanta

L’hip-hop nasce a New York, nel Bronx degli anni Settanta, dall’incontro tra culture afroamericane, caraibiche e latinoamericane, sviluppandosi attraverso una combinazione di musica, danza, arte urbana ed espressione comunitaria. Ma è anche la sua successiva diffusione geografica a renderlo uno dei fenomeni culturali più influenti del Novecento, perché ogni città comincia a reinterpretare quel linguaggio attraverso la propria storia.

In California, tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, si sviluppa una scena musicale che progressivamente acquisisce un’identità riconoscibile, fino all’affermazione del gangsta rap, capace di portare al centro del dibattito pubblico le esperienze dei quartieri afroamericani, le disuguaglianze economiche, la violenza e il rapporto conflittuale con le forze dell’ordine.

Nel 1988 gli N.W.A pubblicano Straight Outta Compton, un album destinato a rappresentare un punto di svolta per la visibilità internazionale del rap californiano, mentre negli anni successivi artisti come Dr. Dre, Snoop Dogg e Tupac Shakur contribuiscono a trasformare la West Coast in uno dei centri principali dell’industria musicale americana.

È in questo universo, nel quale la cultura nata nelle comunità locali comincia a incontrare le logiche commerciali delle grandi case discografiche, che si sviluppa The Drop.

La serie non pretende di ricostruire attraverso personaggi realmente esistiti una storia esaustiva dell’hip-hop, ma utilizza la finzione per esplorare il contesto sociale, umano ed economico che ha accompagnato una trasformazione culturale destinata ad avere conseguenze ben oltre i confini di Los Angeles.

Asante Blackk, che interpreta il giovane talento musicale Lamar Kinsey, durante la conferenza stampa insiste soprattutto su un particolare che la celebrazione retrospettiva delle grandi icone del rap rischia spesso di far dimenticare: quei musicisti erano giovanissimi.

Blackk ricorda che molti degli artisti destinati a rivoluzionare l’industria discografica erano poco più che ragazzi, costretti a confrontarsi con aspettative, responsabilità e forme di esposizione mediatica sproporzionate rispetto alla loro età, mentre cercavano di raccontare realtà sociali che una parte dell’opinione pubblica preferiva non vedere.

L’attore cita figure come Tupac, Snoop Dogg, Dr. Dre, Ice Cube ed Eazy-E, sottolineando quanto coraggio e fiducia nelle proprie capacità fossero necessari per immaginare un futuro diverso all’interno di ambienti nei quali le opportunità apparivano estremamente limitate.

È una prospettiva importante, perché permette di osservare il fenomeno al di là della sua dimensione commerciale e della costruzione mitologica che ha progressivamente trasformato quei protagonisti in icone globali.

Prima dei contratti milionari, delle classifiche internazionali e delle grandi produzioni discografiche, c’erano ragazzi che cercavano semplicemente di trovare una voce, raccontando una realtà che difficilmente avrebbe ottenuto la stessa attenzione attraverso i canali tradizionali.

Ed è proprio questa dimensione umana che The Drop cerca di recuperare.

Wanda Bell, il personaggio che trasforma la sopravvivenza in ambizione

Il cambiamento più significativo rispetto a Snowfall, tuttavia, riguarda la prospettiva attraverso la quale viene raccontata questa nuova fase della storia. Al centro non c’è più un uomo impegnato nella costruzione di un impero criminale, ma una donna che cerca di trasformare la propria esperienza, segnata dalla dipendenza e dalle conseguenze della violenza, in una possibilità di riscatto.

Wanda Bell, interpretata da Gail Bean, è convinta che il rap della West Coast possa cambiare la cultura americana e decide di costruire un progetto musicale coinvolgendo talenti emergenti, tra i quali i cugini Lamar e James Kinsey e il rapper Artillery.

Ma il percorso verso l’affermazione professionale la costringe a confrontarsi con un’industria nella quale gli interessi economici, le gerarchie maschili e le rivalità territoriali continuano a influenzare le possibilità di successo.

Durante la conferenza stampa, Gail Bean racconta quanto sia stato impegnativo abbandonare l’interpretazione della Wanda conosciuta in Snowfall per costruire una donna profondamente trasformata dalle esperienze vissute, dalle ferite personali e da una nuova determinazione.

L’attrice spiega di aver dovuto affrontare una sorta di lutto artistico, lasciando andare il personaggio al quale era abituata per accoglierne una versione differente, meno dipendente dal rapporto sentimentale con Leon e maggiormente concentrata sui propri obiettivi.

Una trasformazione che rappresenta anche uno degli elementi più interessanti della serie, perché il desiderio di affermarsi non cancella automaticamente le fragilità del passato e la possibilità di ricominciare non coincide necessariamente con la capacità di evitare nuovi errori.

Wanda comprende le logiche della strada, conosce il potere del denaro e sa quanto sia difficile conquistare uno spazio in un sistema costruito prevalentemente dagli uomini, ma proprio quelle competenze, che possono aiutarla a imporsi nel mondo della musica, rischiano contemporaneamente di compromettere le relazioni personali e il rapporto con la comunità.

Per Gail Bean, raccontare questa dimensione significa anche rendere giustizia alle donne afroamericane che hanno contribuito alla costruzione dell’industria musicale, confrontandosi quotidianamente con discriminazioni, misoginia e difficoltà nel vedere riconosciuto il proprio lavoro.

L’attrice affronta inoltre una questione ancora più complessa, distinguendo tra l’esplosione culturale degli anni Novanta e lo sfruttamento economico delle comunità dalle quali quella stessa cultura proveniva.

È una contraddizione che attraversa l’intera storia dell’industria musicale: quando un fenomeno nato come espressione di una comunità diventa un prodotto globale, chi ne trae realmente beneficio? E quanto potere conservano gli artisti, le donne e le persone che hanno contribuito a costruirlo?

Nel percorso di Wanda, queste domande si trasformano in scelte quotidiane, nelle trattative discografiche, nei rapporti con gli artisti e nel tentativo di costruire un’attività economica senza tradire completamente le ragioni personali che l’hanno originata.

Una storia di emancipazione femminile che evita di presentare il successo come una soluzione semplice, mostrando invece le contraddizioni attraverso le quali una donna cerca di conquistare il proprio posto in un sistema che non era stato progettato per lei.

Leon Simmons e il difficile significato della redenzione

Accanto a Wanda ritroviamo Leon Simmons, interpretato da Isaiah John, un personaggio che ha attraversato alcune delle trasformazioni più profonde di Snowfall e che adesso cerca di costruire un’esistenza lontana dalla criminalità.

Nel nuovo capitolo, Leon intraprende un percorso differente rispetto a quello di Wanda, impegnandosi anche in un servizio di assistenza legale gratuita destinato alla comunità, mentre il rapporto con il proprio passato e le conseguenze delle violenze vissute continuano a condizionare le sue scelte.

Durante la conferenza stampa, Isaiah John spiega di aver affrontato il ritorno al personaggio con il desiderio di rispettarne l’intera evoluzione emotiva, senza cancellare le esperienze precedenti e senza immaginare che la possibilità di ricominciare equivalga automaticamente a una liberazione dai traumi.

Il rapporto tra Leon e Wanda diventa così uno degli elementi centrali della narrazione, perché entrambi cercano di reinventarsi, ma immaginano modalità differenti per raggiungere lo stesso obiettivo.

Lui vuole allontanarsi definitivamente da un universo che conosce fin troppo bene, mentre lei è disposta a confrontarsi nuovamente con alcune delle sue regole pur di conquistare uno spazio nel mercato musicale.

La loro storia introduce una riflessione sulla complessità delle relazioni sentimentali, soprattutto quando due persone che hanno condiviso esperienze dolorose scoprono di non desiderare necessariamente lo stesso futuro.

Ed è proprio questa la dimensione che interessa maggiormente a Gail Bean, convinta che la serie possa raccontare l’amore non come una semplice relazione sentimentale, ma come il tentativo di due individui di confrontarsi con le proprie trasformazioni personali, mentre intorno a loro cambiano contemporaneamente la cultura e la società.

Perché anche questa è una forma di sopravvivenza: imparare a riconoscere la persona che si è diventati senza pretendere che chi abbiamo amato rimanga necessariamente identico a prima.

Los Angeles protagonista: perché girare nei quartieri veri è una scelta culturale

Uno degli aspetti più significativi della produzione riguarda la decisione di girare a Los Angeles, utilizzando anche location reali dei quartieri nei quali si sviluppa la storia e coinvolgendo persone direttamente legate alle comunità rappresentate.

Durante la conferenza stampa, Gail Bean insiste sull’importanza di riportare lavoro e produzioni nella città, soprattutto dopo le difficoltà attraversate dall’industria audiovisiva negli anni successivi alla pandemia e agli scioperi di Hollywood.

La sua riflessione supera il valore puramente estetico della scelta delle location, perché girare a Los Angeles significa anche coinvolgere le persone che vivono nei quartieri, restituire opportunità professionali alla città e mantenere un legame concreto con la cultura che la serie intende raccontare.

Un’esigenza condivisa da Malcolm Spellman, che ricorda come i registi coinvolti abbiano avuto la possibilità di incontrare persone realmente appartenenti agli ambienti rappresentati, ascoltandone le esperienze e osservando direttamente luoghi e dinamiche che difficilmente avrebbero potuto ricostruire attraverso una semplice documentazione.

La produzione ha inoltre lasciato una significativa libertà creativa ai diversi registi, tra i quali Ben Younger, Millicent Shelton, Alonso Alvarez-Barreda, Seith Mann e Darren Grant, permettendo loro di sviluppare interpretazioni personali pur mantenendo una precisa identità narrativa.

Il rapporto con la città emerge anche dai ricordi di Simmie Sims III, conosciuto musicalmente come Buddy, originario di Compton, che durante la conferenza stampa racconta le riprese nei quartieri legati alla storia delle gang e l’importanza di restituire un’immagine riconoscibile degli ambienti nei quali è cresciuto.

L’obiettivo non è semplicemente realizzare una ricostruzione d’epoca convincente, ma evitare che la Los Angeles afroamericana diventi uno sfondo generico, utilizzato esclusivamente per alimentare una narrazione costruita intorno alla violenza e alla criminalità.

La città deve mantenere la propria complessità, mostrando tanto le contraddizioni sociali quanto la vitalità culturale che ha permesso a intere generazioni di musicisti, artisti e creativi di trovare nuove forme di espressione.

Gail Bean arriva a considerare Los Angeles la vera protagonista della serie, una presenza che attraversa le storie individuali e determina le possibilità, le aspirazioni e persino le relazioni dei personaggi.

È una distinzione fondamentale, perché The Drop non vuole soltanto raccontare persone che vivono in un determinato luogo, ma esplorare il rapporto tra una città e la cultura che ha contribuito a produrre.

Nipsey Hussle e quella musica che continua a raccontare Los Angeles

Il legame con la città trova una delle sue espressioni più significative nella musica che accompagna la serie, a cominciare dalla sigla, realizzata utilizzando anche una strofa inedita del rapper Nipsey Hussle.

Nato e cresciuto a Los Angeles, Nipsey Hussle è diventato una figura particolarmente importante per la scena musicale californiana, non soltanto attraverso la propria carriera artistica, ma anche per il suo impegno imprenditoriale e nei confronti della comunità.

La sua morte, avvenuta nel 2019, ha lasciato un segno profondo nella città e il coinvolgimento della sua famiglia nel progetto rappresenta, per Malcolm Spellman, un riconoscimento particolarmente significativo.

Durante la conferenza stampa, il creatore della serie dedica infatti un ringraziamento esplicito alla famiglia del rapper e al Marathon Movement, raccontando quanto sia stato importante ricevere il loro sostegno.

Simmie Sims III, che aveva collaborato musicalmente con Nipsey, condivide il valore personale di questo omaggio, mentre Gail Bean collega idealmente l’eredità del rapper al messaggio che attraversa The Drop: le proprie origini non devono necessariamente determinare i limiti delle possibilità future.

La presenza di Nipsey Hussle crea inoltre un collegamento tra generazioni differenti, permettendo alla serie di raccontare il passato attraverso una voce che ha rappresentato una fase successiva dell’evoluzione del rap californiano.

La musica, in questo senso, smette di essere semplicemente un elemento narrativo e diventa uno strumento attraverso il quale la memoria culturale continua a essere tramandata, trasformata e reinterpretata.

Il successo americano e la sfida di raccogliere l’eredità di Snowfall

Presentata negli Stati Uniti l’8 settembre su FX e Hulu, The Drop ha ottenuto un’accoglienza iniziale positiva da parte della critica americana, pur con alcune osservazioni sulla costruzione narrativa e sul confronto inevitabile con la serie originale.

Su Rotten Tomatoes, al 2 ottobre, la prima stagione registra il 100% di recensioni professionali positive, un risultato che deve comunque essere contestualizzato, perché calcolato su appena otto recensioni e quindi non rappresentativo di un consenso critico particolarmente ampio.

Tra i giudizi più entusiasti figura quello di RogerEbert.com, che sottolinea la capacità della serie di raccontare la complessità della musica, delle comunità e della sopravvivenza attraverso una costruzione audiovisiva particolarmente coinvolgente.

Più articolate le valutazioni di altre testate americane. Variety riconosce alla produzione una forte identità visiva e una rappresentazione convincente della Los Angeles dell’epoca, osservando però come la scrittura dei protagonisti non raggiunga sempre la stessa intensità del contesto culturale nel quale si muovono. The Hollywood Reporter evidenzia invece una minore ambizione narrativa rispetto a Snowfall, pur riconoscendo l’accessibilità e l’interesse del nuovo progetto.

È un confronto particolarmente delicato, soprattutto considerando che Snowfall aveva costruito nell’arco di sei stagioni un universo narrativo fortemente riconoscibile, mentre The Drop deve conquistare una propria autonomia senza rinunciare al rapporto con la storia dalla quale proviene.

Ma la vera differenza tra le due produzioni potrebbe risiedere proprio nella prospettiva adottata.

Se Snowfall era soprattutto il racconto di una progressiva distruzione, nel quale il desiderio di ricchezza finiva per compromettere qualsiasi possibilità di salvezza, The Drop esplora il tentativo di costruire qualcosa di nuovo partendo dalle conseguenze di quella stessa distruzione.

Un cambiamento che non elimina la violenza, le contraddizioni e gli interessi economici, ma introduce una dimensione collettiva, nella quale il talento personale diventa anche uno strumento per immaginare il futuro di un’intera comunità.

La rivoluzione di The Drop: raccontare chi ha cambiato il mondo senza sapere di poterlo fare

C’è un ultimo passaggio della conferenza stampa che probabilmente rappresenta la chiave attraverso la quale interpretare l’intera serie. Arriva quando Asante Blackk, riflettendo sull’eredità del rap degli anni Novanta, invita il pubblico a ricordare quanto fossero giovani gli artisti che hanno contribuito a trasformare la musica americana.

Non erano ancora le icone che oggi conosciamo, non possedevano necessariamente gli strumenti culturali o economici per comprendere fino in fondo la portata delle proprie creazioni e certamente non potevano prevedere che le loro esperienze personali sarebbero diventate il patrimonio musicale di generazioni cresciute a migliaia di chilometri da Los Angeles.

Eppure, attraverso la musica, sono riusciti a rendere visibili realtà che difficilmente avrebbero trovato uno spazio altrettanto importante nel racconto pubblico americano.

Per Gail Bean, il messaggio più significativo della serie riguarda proprio questa possibilità di trasformazione, che non dovrebbe appartenere esclusivamente ai giovani o a chi possiede condizioni di partenza privilegiate, ma a chiunque riesca a immaginare un’esistenza differente e trovi il coraggio di costruirla.

L’attrice sottolinea inoltre l’importanza di un’ambizione che non sia esclusivamente individuale, ricordando come tanto Franklin in Snowfall quanto Wanda in The Drop, attraverso percorsi profondamente diversi, coltivino anche il desiderio di coinvolgere altre persone nel proprio successo.

Ed è forse in questa riflessione che si trova il significato più interessante del nuovo progetto di Malcolm Spellman, perché la musica diventa qualcosa di molto più importante di un semplice strumento di affermazione economica: rappresenta la possibilità di conquistare il controllo della propria narrazione, di trasformare un’esperienza sociale in un linguaggio culturale e di costruire nuove opportunità all’interno di comunità che per troppo tempo sono state raccontate quasi esclusivamente attraverso le loro difficoltà.

La Los Angeles di The Drop non è quindi soltanto la città nella quale il rap della West Coast conquista una dimensione globale, ma il luogo nel quale un’intera generazione cerca di trasformare le proprie ferite in qualcosa che possa sopravvivere al passato.

E mentre le canzoni di quegli anni continuano a essere ascoltate, reinterpretate e campionate da artisti di tutto il mondo, la serie ci ricorda che dietro ogni grande rivoluzione culturale esistono persone che, prima ancora di immaginare di poter cambiare il mondo, stavano semplicemente cercando un modo per cambiare la propria vita.

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