Nel 2049, in un piccolo paese della Valle d’Aosta, vive una donna che un tempo era stata un’attrice di successo, aveva vinto premi prestigiosi, frequentato i protagonisti del cinema italiano e conosciuto quella particolare forma di attenzione pubblica che trasforma una persona in un personaggio, salvo poi ritrovarsi improvvisamente fuori dai riflettori, dimenticata da un mondo che fino a qualche anno prima sembrava non poter fare a meno di lei. Quella donna si chiama Emanuela Fanelli, ha sessantatré anni e non vuole più avere niente a che fare con telecamere, giornalisti e celebrità, anche perché nella sua vita è accaduto qualcosa che ha compromesso definitivamente una carriera apparentemente destinata a continuare.
Naturalmente non è successo niente di tutto questo, almeno non nella realtà. È il punto di partenza di Peccato, la serie ideata, scritta e interpretata dalla vera Emanuela Fanelli, arrivata il 2 ottobre su HBO Max dopo la presentazione fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, che in poche settimane si è trasformata in uno dei titoli italiani più discussi della stagione.
Un risultato che ha anche una dimensione concreta: il 16 ottobre Warner Bros. Discovery ha comunicato che Peccato era diventata la serie più vista del momento sulla piattaforma, mentre sui social si moltiplicavano i commenti entusiasti, i paragoni con Boris e le dichiarazioni d’amore nei confronti di una protagonista capace di fare qualcosa che nel panorama televisivo italiano non è così frequente, ovvero trasformare la propria immagine pubblica in un bersaglio comico senza preoccuparsi troppo di uscirne indenne.
Ma ridurre Peccato a una commedia particolarmente riuscita significherebbe trascurare il suo elemento più interessante, perché dietro il racconto di un’attrice immaginaria che porta il nome e il volto di un’attrice reale si nasconde una riflessione sulla fama, sull’ossessione contemporanea per il riconoscimento e soprattutto sulla possibilità, forse ancora più spaventosa del fallimento, che un giorno il mondo smetta semplicemente di interessarsi a noi.
Emanuela Fanelli e il coraggio di immaginare la propria scomparsa
L’intuizione alla base di Peccato è tanto semplice quanto insolita: invece di costruire un racconto celebrativo intorno alla carriera di un’interprete che sta vivendo una fase particolarmente fortunata, Fanelli ha deciso di immaginarne la parabola discendente, utilizzando come punto di partenza proprio i successi che ha realmente ottenuto.
I due David di Donatello conquistati per Siccità e C’è ancora domani appartengono alla sua biografia autentica, mentre tutto ciò che viene raccontato successivamente è il risultato di una progressiva manipolazione della realtà, nella quale riconoscimenti, rapporti professionali e apparizioni televisive diventano gli elementi di una carriera alternativa che precipita verso conseguenze sempre più assurde.
In questo universo, il giornalista Malcolm Pagani cerca di ricostruire le ragioni della misteriosa sparizione dell’attrice, raccogliendo testimonianze, materiali d’archivio e ricordi di chi l’ha conosciuta, attraverso un’indagine che assume le forme di un documentario dedicato a una celebrità caduta in disgrazia.
Il risultato è un mockumentary, ovvero un falso documentario, che utilizza il linguaggio dell’inchiesta televisiva per costruire una realtà completamente inventata, mantenendo però abbastanza elementi riconoscibili da rendere credibile anche ciò che, a uno sguardo più attento, appare evidentemente impossibile.
La particolarità è che Fanelli non cerca di immaginarsi migliore di quanto sia, ma enormemente peggiore, esasperando insicurezze, vanità, ambizioni e contraddizioni fino a trasformarle nei tratti distintivi di una donna che ha costruito buona parte della propria identità intorno alla necessità di essere ammirata.
Un cast impossibile per prendere in giro il cinema italiano
A rendere ancora più efficace questo gioco contribuisce la presenza di una quantità sorprendente di personaggi del cinema, della televisione e dell’informazione italiana, tutti disposti a interpretare versioni immaginarie di sé stessi, spesso lontanissime dalle rispettive immagini pubbliche.
Ci sono Alessandro Borghi, Sabrina Ferilli, Valerio Mastandrea, Geppi Cucciari, Ferzan Özpetek, Paolo Virzì, Francesca Archibugi, Fabio Fazio, Gigi Marzullo e molti altri, compresa Paola Cortellesi, che nell’universo alternativo della serie è addirittura diventata Presidente della Repubblica.
Il cortocircuito è continuo, anche perché Peccato mette sullo stesso piano figure che normalmente appartengono a mondi differenti, facendo convivere registi celebrati, attori, giornalisti, conduttori e personaggi della televisione popolare, fino alla presenza surreale del Gabibbo, in un gioco di riferimenti che sembra voler demolire qualsiasi gerarchia tra cultura alta e bassa.
Non si tratta soltanto di cameo costruiti per sorprendere lo spettatore, ma di un sistema di complicità attraverso il quale lo spettacolo italiano accetta di rappresentarsi come un ambiente popolato da individui spesso incapaci di sottrarsi alla propria immagine, impegnati a difendere il prestigio conquistato, a ricordare successi passati e a conservare un posto all’interno di un meccanismo che continua a cambiare.
La satira funziona proprio perché non ha bisogno di inventare un mondo completamente estraneo al nostro: basta deformare leggermente quello che già conosciamo, accentuandone i rituali, le ossessioni e soprattutto quella convinzione, particolarmente diffusa nell’ambiente dello spettacolo, che tutto ciò che accade al suo interno debba necessariamente essere importante anche per chi ne rimane fuori.
Perché tutti la paragonano a Boris
Il confronto con Boris è emerso quasi inevitabilmente, soprattutto perché anche Peccato utilizza l’ironia per raccontare dall’interno un sistema professionale che raramente accetta di mettere davvero in discussione sé stesso.
Ma se Boris aveva trovato nella produzione televisiva il territorio ideale per mostrare le dinamiche del compromesso, le ambizioni frustrate e le assurdità quotidiane di chi lavora dietro una macchina da presa, Peccato sposta lo sguardo sulla costruzione della celebrità, trasformando il cinema italiano e i suoi protagonisti in una sorta di ecosistema autoreferenziale.
La differenza è sostanziale, perché qui non interessa soltanto mostrare come funzioni un ambiente, ma interrogarsi sul rapporto che gli individui sviluppano con il proprio successo, sulla distanza tra il talento e il riconoscimento pubblico e sulla facilità con cui un’identità professionale può finire per coincidere interamente con il giudizio degli altri.
Anche la scrittura, firmata da Fanelli insieme a Giulio Somazzi e Valerio Vestoso, che dirige la serie, contribuisce a costruire un universo nel quale il realismo viene continuamente interrotto da invenzioni surreali, senza che il racconto senta la necessità di spiegare ogni assurdità o riportarla all’interno di una logica rassicurante.
Una libertà creativa che rappresenta la qualità più riconoscibile dell’operazione, pur esponendola al rischio dell’accumulo, perché una comicità fondata sulla successione di trovate, personaggi e deviazioni narrative può talvolta sacrificare la progressione del racconto alla ricerca della battuta successiva.
Eppure, proprio questa disponibilità a rischiare, anche a costo di non mantenere sempre lo stesso equilibrio, distingue Peccato da una parte della serialità italiana contemporanea, spesso costruita intorno a formule riconoscibili e a personaggi pensati per risultare immediatamente comprensibili.
La paura di essere dimenticati è molto più universale di quanto sembri
Sotto la superficie comica, Peccato affronta una questione che supera largamente i confini del cinema, perché l’idea di costruire la propria identità attraverso ciò che gli altri vedono, riconoscono e approvano riguarda ormai una parte crescente della vita contemporanea.
In un’epoca nella quale la visibilità è diventata una forma di capitale, la reputazione viene misurata attraverso numeri, reazioni e presenza costante, mentre il successo tende a essere considerato non tanto un traguardo quanto una condizione da alimentare quotidianamente, la possibilità di essere dimenticati assume un significato che va ben oltre la semplice conclusione di una carriera.
L’Emanuela Fanelli del 2049 è una donna che ha conosciuto il successo e non è riuscita a separarsene, continuando a misurare il proprio valore attraverso qualcosa che non esiste più, come se la perdita del riconoscimento pubblico avesse cancellato anche tutto ciò che era venuto prima.
È qui che la serie trova una dimensione meno evidente e potenzialmente più dolorosa, perché la protagonista non è soltanto una celebrità egocentrica da prendere in giro, ma una persona che ha finito per credere alla narrazione costruita intorno a sé, senza riuscire a immaginare una vita differente quando quella narrazione ha smesso di funzionare.
Fanelli ha spiegato di aver voluto raccontare un fallimento che non fosse necessariamente il preludio a una rinascita, prendendo le distanze da quella retorica contemporanea secondo la quale ogni crisi deve trasformarsi in un’occasione di crescita e ogni sconfitta deve trovare una compensazione.
È una scelta meno consolatoria di quanto sembri, soprattutto in una società abituata a pretendere storie di riscatto, nella quale persino il dolore e la caduta vengono spesso raccontati soltanto quando possono essere trasformati in una lezione edificante.
Peccato, invece, concede al fallimento la possibilità di rimanere tale, senza pretendere che ogni vita debba necessariamente diventare una storia di successo raccontata a posteriori.
Il vero successo di Peccato è la libertà di non piacere a tutti
C’è infine un elemento che rende particolarmente interessante il momento scelto da Emanuela Fanelli per realizzare questa serie, ed è il fatto che la sua carriera, nella realtà, non potrebbe essere più lontana dalla parabola immaginata sullo schermo.
Dopo una lunga gavetta, i riconoscimenti cinematografici e una popolarità cresciuta grazie alla capacità di passare dalla comicità surreale a interpretazioni più drammatiche, l’attrice si trova oggi nella posizione di poter capitalizzare il consenso conquistato, scegliendo ruoli rassicuranti e progetti capaci di consolidare ulteriormente la propria immagine.
Ha deciso invece di fare il contrario, inventando una versione sgradevole, presuntuosa e fallimentare di sé stessa, affidando ad amici e colleghi il compito di partecipare alla distruzione simbolica della propria reputazione.
Naturalmente anche l’autoironia può diventare una forma estremamente sofisticata di autorappresentazione, e una serie costruita interamente intorno alla propria persona non smette di parlare di ego soltanto perché quell’ego viene ridicolizzato. È una contraddizione che Peccato non elimina e che, anzi, contribuisce a renderla interessante, perché la protagonista sembra perfettamente consapevole del paradosso di raccontare la propria irrilevanza attraverso un progetto che finisce inevitabilmente per riportarla al centro dell’attenzione.
Forse è proprio questo uno dei motivi per cui la serie ha intercettato un entusiasmo così immediato, in un momento nel quale molti prodotti televisivi sembrano preoccuparsi soprattutto di non disturbare il proprio pubblico, evitando qualsiasi deviazione che possa compromettere la riconoscibilità di un personaggio o la commerciabilità di una storia.
Peccato non rinuncia alle proprie stranezze, non cerca continuamente il consenso e non considera indispensabile rendere simpatica la propria protagonista, concedendosi una libertà che può risultare più importante persino della riuscita delle singole battute.
E alla fine resta un paradosso particolarmente riuscito: per raccontare una donna che nessuno ricorda più, Emanuela Fanelli ha realizzato una delle serie italiane di cui si parla di più.
La sua versione immaginaria, nascosta tra le montagne della Valle d’Aosta, probabilmente non lo saprà mai. Quella reale, invece, ha trovato il modo di trasformare la paura dell’oblio in un nuovo successo.
