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Zucche, teschi e riti dimenticati: perché Halloween è (anche) una festa italiana

Zucche, teschi e riti dimenticati: perché Halloween è (anche) una festa italiana
Close up of Jack O’ Lantern on dining table with unrecognizable people arranging it on Halloween.

Halloween non è soltanto una tradizione americana. Dalle zucche calabresi ai riti della Sardegna, l’Italia custodisce antiche usanze dedicate ai morti, tra leggende, falò e offerte rituali.

C’è una notte, nei paesi dell’Italia più antica, in cui le porte delle case sembravano aprirsi su un mondo diverso, le finestre si illuminavano di piccole fiamme e i bambini attraversavano le strade portando con sé zucche svuotate, intagliate a forma di teschio, mentre gli adulti preparavano offerte per anime che, secondo la tradizione, sarebbero tornate a visitare i luoghi della propria esistenza. Non c’erano travestimenti acquistati nei negozi, personaggi cinematografici da imitare o decorazioni prodotte in serie, ma una relazione con la morte che apparteneva alla quotidianità delle comunità contadine, dove il confine tra il mondo dei vivi e quello dei defunti diventava, almeno per qualche ora, più sottile.

In Calabria quelle zucche venivano chiamate, con varianti dialettali, coccalu di muortu, mentre in Sardegna i bambini percorrevano le vie dei paesi chiedendo doni per le anime del purgatorio, secondo rituali che ancora oggi sopravvivono sotto nomi come Su Prugadoriu, Is Animeddas e Su Mortu Mortu. E in Puglia, sulle montagne dei Monti Dauni, le zucche illuminate venivano disposte davanti alle abitazioni mentre grandi falò trasformavano le strade in un percorso di luce destinato ad accompagnare simbolicamente il ritorno dei defunti.

La sorpresa, per chi associa Halloween esclusivamente agli Stati Uniti, è che molte delle immagini oggi considerate caratteristiche della festa americana appartengono anche al patrimonio delle tradizioni popolari italiane, dove sono presenti da ben prima che il modello contemporaneo di Halloween arrivasse attraverso cinema, televisione e cultura di massa.

Questo non significa che Halloween sia nato in Italia, né che le nostre usanze siano all’origine diretta della celebrazione americana, ma che la notte dei morti possiede una storia europea molto più articolata di quanto suggerisca la sua rappresentazione commerciale, fatta di tradizioni parallele, contaminazioni culturali, riti religiosi e credenze che hanno attraversato generazioni.

Per ritrovare questa storia bisogna allontanarsi dalle vetrine e tornare nei borghi, nelle campagne e nelle cucine dove la morte, prima di diventare il soggetto di un travestimento, era soprattutto una presenza da riconoscere, rispettare e, in qualche modo, accogliere.

In Calabria le zucche si intagliavano molto prima dell’arrivo di Halloween

A Serra San Bruno, nel Vibonese, la commemorazione dei defunti conserva la memoria di una tradizione che oggi appare sorprendentemente familiare: quella del coccalu di li muorti, una zucca svuotata e intagliata fino ad assumere le sembianze di un teschio, illuminata dall’interno attraverso una candela e portata dai bambini lungo le strade del paese.

L’aspetto più curioso non riguarda soltanto la somiglianza con le celebri jack-o’-lantern americane, ma il fatto che anche in Calabria esistesse una forma di questua infantile, durante la quale i più piccoli bussavano alle porte pronunciando una domanda tramandata dalla tradizione locale: «Mi lu pagati lu coccalu?», ricevendo in cambio dolciumi o piccole monete.

Un gesto che ricorda immediatamente il moderno trick or treat, pur appartenendo a un contesto culturale differente, nel quale il dono era legato alla commemorazione dei defunti e alla solidarietà comunitaria, anziché alla dimensione ludica dello scherzo.

A studiare queste pratiche è stato anche l’antropologo Luigi Maria Lombardi Satriani, che insieme a Mariano Meligrana ha dedicato al rapporto tra cultura contadina e rappresentazione della morte il volume Il ponte di San Giacomo. L’ideologia della morte nella società contadina del Sud, pubblicato nel 1982.

Lombardi Satriani ha inoltre proposto una lettura particolarmente suggestiva del rapporto tra le tradizioni italiane e Halloween, ipotizzando che le migrazioni meridionali verso gli Stati Uniti possano aver contribuito alla circolazione di alcune pratiche legate alla commemorazione dei defunti.

Si tratta di un’ipotesi antropologica interessante, non di una derivazione storica definitivamente dimostrata, perché la formazione dell’Halloween americano è documentata soprattutto attraverso le tradizioni britanniche e irlandesi, successivamente trasformate nel nuovo contesto culturale.

Rimane tuttavia un dato significativo: quando gli italiani hanno cominciato a conoscere le zucche illuminate attraverso i film americani, in alcune zone della penisola quelle stesse immagini facevano già parte della memoria familiare.

In Sardegna i bambini chiedono doni per le anime: la storia di Su Prugadoriu

Se esiste un luogo in cui l’accostamento tra Halloween e le tradizioni italiane assume un significato particolarmente evidente, è la Sardegna, dove la commemorazione dei defunti conserva ancora un insieme di rituali che cambiano nome e caratteristiche da un territorio all’altro, mantenendo però un elemento comune: la partecipazione dei bambini.

A Seui, paese dell’Ogliastra, la festa prende il nome di Su Prugadoriu, un’antica ricorrenza legata al culto delle anime e alla pratica della questua alimentare, durante la quale i più piccoli attraversano il centro abitato chiedendo offerte destinate simbolicamente ai defunti.

Non è una semplice somiglianza estetica con Halloween, perché il rito possiede una precisa funzione religiosa e sociale: attraverso il dono, la comunità esprime la propria solidarietà verso le anime del purgatorio, trasformando il passaggio dei bambini di casa in casa in un gesto di partecipazione collettiva.

Anche la zucca possiede un ruolo riconoscibile nella tradizione seuese, dove prende il nome di Sa Mortigedda e viene intagliata e illuminata, diventando uno dei simboli del tempo dedicato alle anime.

La ricorrenza continua a essere celebrata e nel 2026 raggiunge la sua trentesima edizione come manifestazione organizzata, con appuntamenti dal 30 ottobre al 1° novembre, durante i quali le vie del centro storico ospitano artigiani, laboratori, spettacoli, gastronomia e momenti dedicati alla trasmissione delle usanze locali.

Ma Su Prugadoriu è soltanto una delle espressioni della cultura sarda legata ai defunti. In altre zone dell’isola si celebrano Is Animeddas, Su Mortu Mortu e altre forme di questua, durante le quali i bambini chiedono offerte pronunciando formule tradizionali e ricevono frutta secca, pane, dolci e altri prodotti.

Queste pratiche sono state oggetto anche di studi antropologici, che ne hanno approfondito la dimensione redistributiva e simbolica, mostrando come il dono rivolto alle anime dei morti contribuisse contemporaneamente a rafforzare i rapporti tra i membri della comunità.

In un’epoca nella quale Halloween viene spesso raccontato come una festa importata, la Sardegna conserva dunque una testimonianza preziosa di quanto il rapporto tra infanzia, morte e ritualità collettiva fosse già profondamente radicato nelle tradizioni mediterranee.

La notte dei cento fuochi in Puglia: quando le zucche indicano la strada ai morti

A Orsara di Puglia, piccolo comune dei Monti Dauni, la notte tra il 1° e il 2 novembre assume ancora oggi le caratteristiche di un grande rito collettivo, durante il quale il paese si riempie di falò e zucche illuminate in occasione della festa conosciuta come Fucacoste e Cocce Priatorje.

Le cocce priatorje, letteralmente teste del purgatorio, sono zucche svuotate e intagliate a forma di volto, collocate davanti alle abitazioni con una luce al loro interno, mentre i fucacoste sono i fuochi che vengono accesi nelle strade e nelle piazze.

Secondo la tradizione locale, quelle fiamme servono simbolicamente a illuminare il cammino delle anime e a riscaldarle durante il loro ritorno, mentre le famiglie si riuniscono intorno ai falò per condividere cibo, racconti e momenti di convivialità.

L’immagine è potente perché rovescia completamente la rappresentazione contemporanea della notte dei morti: qui non ci sono fantasmi da cui fuggire, ma defunti da accogliere, in una celebrazione nella quale il fuoco rappresenta contemporaneamente protezione, memoria e continuità.

Anche la cucina conserva un ruolo fondamentale. Tra le preparazioni tradizionali compare il grano dei morti, un piatto a base di chicchi cotti, arricchito nel tempo con ingredienti come noci, melagrana e vino cotto, la cui storia è stata documentata anche nell’ambito delle ricerche sul patrimonio culturale alimentare italiano.

A Orsara la morte non viene rimossa dalla vita del paese, ma diventa il centro di una celebrazione comunitaria nella quale il ricordo dei familiari scomparsi si intreccia con il ciclo agricolo, il passaggio delle stagioni e il valore del ritrovarsi insieme.

Dal Veneto alla Sicilia, l’Italia aveva già le sue notti degli spiriti

Queste tradizioni non appartengono soltanto al Mezzogiorno. In Veneto le zucche intagliate e illuminate venivano chiamate lumère o suche baruche, ed erano utilizzate come lanterne da collocare sui davanzali, lungo i fossi e nelle strade di campagna.

Secondo le credenze locali, la luce poteva aiutare le anime a ritrovare il cammino oppure tenere lontane quelle considerate più inquietanti, mentre i ragazzi si divertivano a utilizzare le zucche anche per spaventare i passanti e, in alcune zone, a chiedere castagne e nocciole passando di casa in casa.

Una tradizione che la stessa Regione Veneto ha richiamato negli ultimi anni, sottolineando le somiglianze tra le antiche usanze locali e le immagini oggi associate alla festa americana.

In Piemonte e in diverse aree dell’arco alpino, invece, il ritorno simbolico dei defunti era legato soprattutto alla casa, dove si lasciavano tavole apparecchiate, castagne, pane o altre offerte alimentari, nella convinzione che le anime dei familiari potessero tornare per una notte nei luoghi che avevano abitato.

Ancora diversa è la tradizione siciliana, dove il 2 novembre continua a essere associato alla Festa dei Morti, una ricorrenza particolarmente sentita che assegna ai defunti un ruolo sorprendente: quello di portare regali ai bambini.

Secondo l’usanza, durante la notte i familiari scomparsi lasciano dolci e giocattoli che i più piccoli ritrovano il mattino seguente, mentre nelle pasticcerie compaiono i pupi di zucchero, statuette colorate, la frutta martorana e i biscotti conosciuti come ossa di morto.

La tradizione è ancora oggi valorizzata attraverso mercati e manifestazioni, tra cui Notte di Zucchero, che a Palermo continua a raccontare il rapporto tra infanzia, memoria e cultura popolare.

Anche Napoli mantiene un legame gastronomico con la commemorazione dei defunti attraverso il torrone dei morti, un dolce al cioccolato e nocciole che viene preparato nei primi giorni di novembre e che, nella sua forma tradizionale, richiama simbolicamente una bara.

Dalla luce delle zucche alle offerte lasciate sulle tavole, dai doni destinati ai bambini ai dolci che riproducono ossa e figure umane, la geografia italiana dei primi giorni di novembre rivela una ricchezza di simboli che appartengono a una stessa necessità culturale: dare una forma visibile e condivisa alla memoria di chi non c’è più.

Halloween è davvero una festa americana? La storia è più complicata

Per comprendere il rapporto tra queste tradizioni e Halloween bisogna distinguere la storia della ricorrenza dalla sua trasformazione in fenomeno popolare e commerciale.

Il nome Halloween deriva dall’espressione inglese All Hallows’ Eve, la vigilia di Ognissanti, e rimanda quindi anche al calendario cristiano, nel quale il 1° novembre è dedicato a tutti i santi e il 2 novembre alla commemorazione dei fedeli defunti.

Una delle radici più frequentemente richiamate dagli storici è inoltre la festa celtica di Samhain, associata al passaggio dall’estate alla stagione invernale e a credenze legate al rapporto tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti.

La celebrazione moderna si è formata attraverso una lunga sovrapposizione di pratiche, influenze religiose e tradizioni popolari, prima di trovare negli Stati Uniti, soprattutto grazie all’immigrazione irlandese dell’Ottocento, il contesto nel quale avrebbe assunto progressivamente la propria identità contemporanea.

Persino la celebre zucca illuminata possiede una storia differente da quella che molti immaginano, perché nelle tradizioni irlandesi venivano utilizzate soprattutto rape intagliate, successivamente sostituite dalle zucche nel contesto americano.

È da questo intreccio culturale che nasce l’Halloween conosciuto oggi, con i costumi, le decorazioni, le feste e il rituale del dolcetto o scherzetto, progressivamente trasformato in una consuetudine familiare e poi in un fenomeno di portata globale.

Le tradizioni italiane appartengono a un’altra storia, che presenta tuttavia analogie profonde, soprattutto nella presenza di lanterne vegetali, offerte alimentari, visite rituali dei bambini e credenze relative al ritorno dei defunti.

Per questo sostenere che Halloween sia stato inventato in Italia sarebbe storicamente improprio, ma considerarlo una festa totalmente estranea alla nostra cultura significherebbe ignorare un patrimonio di pratiche che per secoli ha accompagnato il passaggio dall’autunno all’inverno.

La vera tradizione dimenticata non è la paura della morte, ma il modo di conviverci

Esiste una differenza fondamentale tra la versione contemporanea di Halloween e molte delle tradizioni rurali italiane, ed è il rapporto che queste ultime intrattenevano con la morte, considerata non soltanto un evento doloroso da allontanare dalla quotidianità, ma una dimensione con la quale la comunità continuava a confrontarsi attraverso gesti, racconti e rituali condivisi.

Nelle società contadine, dove la vita era scandita dai cicli agricoli e dalle stagioni, la fine di ottobre coincideva con un periodo di trasformazione, durante il quale il raccolto lasciava spazio all’inverno e il progressivo accorciarsi delle giornate assumeva anche un significato simbolico, collegato alla fragilità dell’esistenza e alla necessità di custodire la memoria degli antenati.

I bambini partecipavano a questi riti non perché la morte fosse trasformata in un semplice divertimento, ma perché il passaggio di conoscenze tra generazioni avveniva anche attraverso la ripetizione di gesti che permettevano di familiarizzare con ciò che normalmente provoca paura.

Una zucca intagliata, una candela accesa, un piatto lasciato sulla tavola o una manciata di castagne offerte a chi bussava alla porta rappresentavano modalità differenti di esprimere una stessa idea: i morti continuavano ad appartenere, almeno simbolicamente, alla comunità dei vivi.

Oggi quelle immagini sopravvivono spesso come elementi decorativi, separate dal significato che avevano nei contesti originari, mentre la dimensione commerciale di Halloween tende inevitabilmente a privilegiare ciò che può essere trasformato in costume, spettacolo o consumo.

Eppure non è necessario contrapporre le due tradizioni, né rinunciare alla festa contemporanea per riscoprire quelle del passato, perché il vero rischio non è che i bambini italiani festeggino Halloween, ma che conoscano perfettamente la storia di Jack-o’-lantern senza aver mai sentito parlare delle zucche di Serra San Bruno, dei fuochi di Orsara o delle anime di Seui.

Forse il modo più interessante di celebrare il 31 ottobre è proprio quello di restituire profondità a un immaginario che sembra ormai appartenere soltanto alla cultura pop, ricordando che dietro ogni zucca illuminata esiste una storia molto più antica delle vetrine che oggi la espongono.

Perché Halloween non è nato in Italia, ma l’Italia ha conosciuto, celebrato e raccontato per secoli quella stessa notte in cui i vivi immaginavano di poter incontrare ancora una volta i propri morti. E prima che diventasse una festa da indossare, era una memoria da tramandare.

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