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Meta alla sbarra: la causa da 1.400 miliardi che può cambiare i social network

Meta alla sbarra: la causa da 1.400 miliardi che può cambiare i social network
Drew Angerer/Getty Images

Oakland si apre oggi il processo federale di 29 procuratori generali contro Meta, accusata di aver progettato Instagram e Facebook per creare dipendenza nei minori. Richiesta danni fino a 1.400 miliardi di dollari, in un contesto già segnato da due sentenze sfavorevoli nel 2026 e da un’indagine europea sul Digital Services Act.

Meta torna oggi davanti a un tribunale federale americano in una causa che potrebbe segnare un punto di svolta nella storia dei social network. Ventinove Stati accusano la società di Mark Zuckerberg di avere progettato Facebook e Instagram con caratteristiche pensate per favorire un uso compulsivo, soprattutto tra bambini e adolescenti.

La richiesta potenziale di sanzioni arriva fino a 1.400 miliardi di dollari. Ma il vero obiettivo della causa potrebbe essere ancora più importante dei soldi: costringere Meta a cambiare il modo in cui funzionano le sue piattaforme.

Davanti alla giudice Yvonne Gonzalez Rogers, la causa nata nel 2023 arriva al momento decisivo: sei settimane di udienze in cui è atteso anche l’interrogatorio diretto di Zuckerberg.

Cosa contesta l’accusa

Il cuore della causa, guidata dal procuratore generale della California Rob Bonta, non riguarda i contenuti pubblicati dagli utenti, ma il design stesso delle piattaforme. Scroll infinito, autoplay dei video, notifiche push, filtri di bellezza e algoritmi ottimizzati per massimizzare il tempo di permanenza.

Sono queste le funzioni che, secondo gli stati, Meta avrebbe costruito sapendo che avrebbero generato comportamenti compulsivi nei minori, in violazione del Children’s Online Privacy Protection Act e delle leggi statali sulla tutela dei consumatori.

È una strategia legale precisa. Concentrando le contestazioni sulle scelte di progettazione e sulle pratiche commerciali di Meta, gli Stati cercano di ridurre il peso della difesa fondata sulla Section 230, che normalmente limita la responsabilità delle piattaforme per contenuti di terzi.

Bonta lo ha detto senza mezzi termini: “Meta ha progettato un prodotto pericoloso per gli utenti giovani, sapeva che fosse pericoloso, e ha mentito a bambini, famiglie e comunità su quanto lo fosse”, riferisce il Wall Street Journal. Meta replica di non avere prove che qualcuno nei loro stati sia stato effettivamente ingannato, e accusa gli stati di volerla punire per sfide che riguardano l’intero settore, come la verifica dell’età.

Tra le richieste più pesanti c’è quella di cancellare tutti i dati personali raccolti sui minori sotto i 13 anni, insieme agli algoritmi e ai modelli addestrati su quei dati. Una richiesta che tocca un nervo scoperto: Meta genera il 98% dei ricavi dalla pubblicità e sta finanziando un piano di investimenti sull’intelligenza artificiale che potrebbe arrivare a 145 miliardi di dollari quest’anno, con una spesa in conto capitale di oltre 30 miliardi nel solo secondo trimestre.

La misura sarebbe potenzialmente rilevante perché riguarderebbe dati e sistemi addestrati su dati di under 13, in una fase in cui Meta dipende quasi interamente dalla pubblicità e sta accelerando gli investimenti in infrastrutture per l’AI.

La cifra da 1.400 miliardi di dollari

Il numero che ha trasformato questa causa in un caso planetario è quello dei 1.400 miliardi di dollari di possibili sanzioni. È importante però fare una precisazione: non si tratta di una somma già richiesta come risarcimento certo, né tantomeno di una cifra che il tribunale abbia stabilito.

È una stima dell’esposizione massima elaborata nel contesto del procedimento sulla base dei criteri di calcolo proposti dagli Stati e riportata da Meta nei propri documenti giudiziari.

La cifra deriva dalla moltiplicazione delle sanzioni previste dalle singole normative per il numero di violazioni considerate. È quindi più corretto parlare di potenziale esposizione fino a 1.400 miliardi di dollari, non di un risarcimento da 1.400 miliardi già quantificato dal giudice.

È una distinzione tutt’altro che secondaria, anche perché una somma di questa dimensione è considerata dagli osservatori giuridici estremamente improbabile nella sua interezza. Ma il dato serve a rendere evidente la scala dello scontro: l’importo è stato indicato da Meta come vicino alla propria capitalizzazione di Borsa.

E c’è un’altra particolarità fondamentale. A decidere non sarà una giuria tradizionale con l’ultima parola sul verdetto. La giudice Rogers ha costituito una giuria consultiva, composta da otto persone, il cui parere servirà a orientare la decisione finale. La sentenza spetterà comunque alla giudice. Il processo dovrebbe durare diverse settimane.

Perché questa causa è diversa dalle altre

Il valore storico del procedimento non sta soltanto nell’entità della possibile sanzione. La differenza fondamentale è che gli Stati non chiedono semplicemente di essere risarciti per un danno già avvenuto. Puntano anche a ottenere cambiamenti strutturali nel prodotto.

Tra le misure discusse nel procedimento ci sono interventi sui sistemi di verifica dell’età, sulle modalità con cui vengono raccolti e utilizzati i dati dei minori e sulle caratteristiche di progettazione che incentivano un utilizzo prolungato.

Gli Stati hanno inoltre indicato la possibilità di intervenire su funzioni come lo scrolling infinito e sulla modalità con cui gli algoritmi raccomandano contenuti ai giovani utenti. Ed è proprio questo il punto che rende il caso potenzialmente molto più importante di una normale causa per danni.

Se un tribunale stabilisse che alcune caratteristiche del prodotto costituiscono pratiche illegali quando vengono utilizzate nei confronti dei minori, il problema non sarebbe più soltanto quanto Meta debba pagare, ma come Meta debba riprogettare Instagram e Facebook in futuro.

I precedenti pericolosi

Il processo di oggi non nasce nel vuoto. A marzo, una giuria di Los Angeles ha già condannato Meta e Google a 6 milioni di dollari di risarcimento per negligenza nella progettazione delle piattaforme, in un caso diventato il primo banco di prova (il cosiddetto bellwether) per centinaia di cause simili pendenti in California.

Sempre nello stesso periodo, in New Mexico, un’altra giuria ha condannato Meta a 375 milioni di dollari per aver ingannato i consumatori sulla sicurezza delle sue piattaforme, cifra a cui si sono aggiunti altri 567 milioni stabiliti dal giudice destinati a un fondo per salute mentale giovanile, dopo la pronuncia “molestia pubblica” (public nuisance).

Anche la Commissione europea ha avviato a luglio un procedimento preliminare nei confronti di Meta per presunta violazione del Digital Services Act, concentrandosi esattamente sugli stessi meccanismi: il cosiddetto addictive design.

Secondo Bruxelles, Meta non avrebbe valutato né mitigato adeguatamente i rischi che l’architettura di Instagram e Facebook comporta per il benessere psicologico di utenti minori e adulti vulnerabili.

Non tutto il tempo passato sui social è una dipendenza

La parte più importante della letteratura scientifica è forse proprio quella che invita alla prudenza. Non esiste un’equazione semplice secondo cui più social significa automaticamente più depressione o più dipendenza.

Una grande umbrella review pubblicata nel 2024 ha analizzato numerose revisioni sistematiche e meta-analisi sul rapporto tra social media e salute mentale degli adolescenti, concludendo che gli effetti dipendono dal tipo di utilizzo, dalle caratteristiche individuali e dal design delle piattaforme. Gli autori sottolineano anche che la ricerca è ostacolata dalla limitata disponibilità dei dati delle piattaforme.

Ancora più significativa è una review pubblicata su Nature Reviews Psychology nel 2024. Gli autori osservano che le evidenze sul rapporto tra social media e salute mentale degli adolescenti sono miste e spesso inconsistenti, ma spiegano anche come i cambiamenti neurobiologici e sociali dell’adolescenza possano rendere questa fase della vita particolarmente sensibile ai meccanismi di approvazione sociale, confronto con i coetanei e regolazione emotiva.

Il momento “Big Tobacco” dei social

Ora la domanda che arriva dai tribunali e dai regolatori è molto più scomoda: che cosa succede quando l’ottimizzazione dell’engagement entra in conflitto con il benessere dell’utente, soprattutto se quell’utente è un bambino o un adolescente?

Non è un caso che diversi osservatori abbiano iniziato a paragonare questa fase a quella vissuta dall’industria del tabacco negli anni Novanta, quando le cause legali finirono per costringere un intero settore a cambiare pratiche commerciali prima ancora che intervenisse una legge specifica. Il titolo Meta ha già perso oltre il 24% nell’ultimo anno in borsa, e la sola azienda ha speso 2,4 miliardi di dollari in costi legali nel secondo trimestre del 2026.

Che il processo di Oakland si concluda con un maxi risarcimento o con una cifra più contenuta, la pressione combinata di cause giudiziarie negli Stati Uniti e regolazione in Europa sta già producendo un effetto che va oltre le aule di tribunale: Meta, ma anche Google, Snapchat e TikTok, si trovano ora a dover giustificare pubblicamente ogni singola scelta di design. E se davvero l’architettura delle piattaforme non è più considerata neutrale, il cambiamento più significativo potrebbe arrivare prima ancora di una sentenza definitiva.

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