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Storica sentenza: Instagram e YouTube progettati per creare dipendenza

Storica sentenza: Instagram e YouTube progettati per creare dipendenza

Per la prima volta un processo con giuria ha accertato che i social media possono essere considerati prodotti difettosi capaci di causare dipendenza. Una teoria giuridica ispirata alle battaglie contro Big Tobacco che potrebbe innescare un effetto domino su oltre 2.000 cause pendenti negli Stati Uniti.

Il nome è Kaley. Ha vent’anni, vive a Chico, in California, e ha appena vinto la causa più importante della sua vita. Ma la storia che ha portato in tribunale non comincia da adulta: comincia a sei anni, quando sua madre le ha messo in mano uno smartphone e lei ha iniziato a guardare video su YouTube. A undici anni è arrivato Instagram. Da quel momento, racconta, i social media sono diventati la sua vita intera – «tutto il giorno, ogni giorno» – trascinandola in un vortice di ansia, depressione, dismorfismo corporeo e pensieri suicidari.

Dopo sette settimane di processo, nove giorni e circa 43 ore di deliberazione, una giuria di Los Angeles ha stabilito che quella spirale non era solo una tragedia personale. Era, almeno in parte, il risultato di una scelta deliberata di Meta e Google.

Il processo: un caso pilota per migliaia di cause

La sentenza segna la conclusione del primo processo con giuria mai celebrato per determinare se i giganti della tecnologia debbano essere ritenuti responsabili per la dipendenza da social media. Non si tratta di un caso isolato: il processo è stato scelto come “bellwether”, un caso pilota, cioè collegato ad oltre 2.000 cause pendenti intentate da genitori e distretti scolastici, che sostengono che i colossi dei social media debbano essere considerati come produttori di “prodotti difettosi” per aver agganciato un’intera generazione ai loro feed.

Snap e TikTok erano inizialmente tra i convenuti, ma entrambe le aziende hanno raggiunto un accordo stragiudiziale prima dell’inizio del dibattimento, lasciando Meta e YouTube come unici imputati.

La condanna: 6 milioni di dollari

La giuria californiana ha stabilito che Meta e Google devono pagare alla donna un totale di 3 milioni di dollari in danni compensativi e ulteriori 3 milioni in danni punitivi, con Meta responsabile del 70% dell’importo.

Ma la cifra in denaro è quasi secondaria rispetto al peso giuridico della decisione. I giurati hanno concluso che Meta e Google hanno agito con «malizia, oppressione o frode», una formulazione che nel diritto americano apre la porta a sanzioni ben più severe. Nello specifico, il giudice ha stabilito che Meta dovrà pagare ulteriori 2,1 milioni e Google altri 900.000 dollari in danni punitivi.

La sentenza convalida la nuova teoria giuridica secondo cui i social network e le loro applicazioni possono causare danni alla persona, una teoria che ricorda molto la strategia adottata contro l’industria del tabacco nei decenni scorsi.

Meta e Google si sono già dette pronte al ricorso. «Non siamo d’accordo con il verdetto e presenteremo appello», ha dichiarato un portavoce di Meta. «La salute mentale degli adolescenti è profondamente complessa e non può essere collegata a una singola app.» Google ha preso una posizione analoga: «Questo caso fraintende YouTube, che è una piattaforma di streaming costruita in modo responsabile, non un sito di social media», ha dichiarato il portavoce José Castañeda a FOX Business.

Al processo hanno testimoniato i vertici delle aziende, inclusi il CEO di Meta Mark Zuckerberg, il capo di Instagram Adam Mosseri e il vicepresidente ingegneria di YouTube Cristos Goodrow. Mosseri ha dichiarato di credere che l’uso dei social media possa essere «problematico» ma non «clinicamente dipendente»; Goodrow ha testimoniato che i suoi stessi figli usano YouTube per ore ogni giorno e che ritiene sia «una cosa buona» per loro.

Perché è una sentenza storica: l’effetto domino e il precedente legale

L’importanza di questa sentenza va ben oltre i 6 milioni di dollari assegnati a Kaley. Il risultato potrebbe influenzare migliaia di casi simili contro le aziende tecnologiche intentati da genitori, procuratori generali e distretti scolastici. Secondo il Pew Research Center, almeno la metà degli adolescenti americani usa YouTube o Instagram quotidianamente.

Questo verdetto è più grande di un singolo caso. «Il verdetto di oggi è un referendum – da una giuria a un intero settore – sul fatto che la responsabilità è arrivata», ha commentato Joseph VanZandt, co-difensore delle famiglie e di altri che hanno citato in giudizio le società di social media.

La decisione è arrivata il giorno dopo che una giuria separata in New Mexico aveva condannato Meta a pagare 375 milioni di dollari per non aver protetto i minori dai predatori online e per aver ingannato i consumatori sulla sicurezza delle sue piattaforme. Due verdetti in due giorni: un segnale che i tribunali americani stanno iniziando a vedere le Big Tech in modo radicalmente diverso da come le vedevano solo pochi anni fa.

Il Congresso americano non è riuscito ad approvare una legislazione completa che regolamenti i social media. Almeno 20 stati hanno però emanato leggi sull’uso dei social media da parte dei minori solo nell’ultimo anno. La sentenza di Los Angeles potrebbe accelerare questo processo legislativo, oltre a influenzare il processo federale previsto per l’estate 2026 nel Northern District of California, che coinvolgerà richieste simili consolidate di distretti scolastici e genitori di tutto il paese contro Meta, YouTube, TikTok e Snap.

Una responsabilità con pochi dubbi

Quello che emerge con più forza dal processo di Los Angeles è, forse, il paradosso della consapevolezza. Le aziende condannate non erano all’oscuro dei rischi. È esattamente questo il cuore dell’accusa: non la negligenza inconsapevole, ma la negligenza informata. Le stesse metriche che avrebbero dovuto allertare i dirigenti di Meta sulla pericolosità del prodotto venivano usate per renderlo più coinvolgente, più difficile da abbandonare.

Kaley è uscita dall’aula di tribunale con una sentenza favorevole. Ma fuori da quell’aula ci sono milioni di bambini che continuano a scrollare, a raccogliere like, a guardare video in autoplay anche a notte fonda. Per loro, la sentenza di Los Angeles è solo un primo passo necessario, storico, ma ancora lontano dall’essere sufficiente per trovare una soluzione adeguata alla gestione dei social network. Resta comunque un tema complesso, articolato le cui responsabilità non sono chiaramente solo quelle delle aziende tech.

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