A pochi giorni dal ritorno, Euphoria si prepara a rioccupare quel territorio emotivo e visivo che, dalla sua prima stagione, ha definito una grammatica precisa per raccontare la Gen Z. Non semplicemente un teen drama, ma un vero e proprio dispositivo culturale capace di trasformare fragilità, eccesso e identità in un’estetica riconoscibile.
La premiere della terza stagione, presentata ieri, ha già dato il tono. Il tempo sembra essersi incrinato e i personaggi appaiono sospesi in una fase più adulta, ma non per questo più stabile. Rue, interpretata da Zendaya, torna al centro con uno sguardo ancora più disilluso. È proprio questo slittamento a rendere Euphoria il teen drama definitivo della Gen Z. Se nelle narrazioni precedenti l’adolescenza seguiva una traiettoria lineare, qui domina la discontinuità. Le emozioni non evolvono, si stratificano. I rapporti non si risolvono, si complicano. La regia di Sam Levinson insiste su questa tensione, alternando momenti di intimità quasi documentaria a sequenze visive iper-stilizzate.
Alla premiere, Zendaya ha parlato apertamente di una stagione che segna un passaggio, definendola “una sorta di conclusione” per il percorso dei personaggi. Un’affermazione che trova riscontro anche nella struttura narrativa, costruita attorno a un salto temporale che proietta i protagonisti fuori dal contesto scolastico, costringendoli a confrontarsi con una dimensione più adulta. Nel frattempo, Sydney Sweeney ha anticipato come le scelte dei personaggi avranno conseguenze più definitive, segnando un cambio di prospettiva rispetto alle stagioni precedenti. Non più esperimenti identitari reversibili, ma decisioni che lasciano tracce.
Il risultato è un racconto che si allontana definitivamente dall’idea di adolescenza come fase transitoria. In Euphoria, crescere non significa superare qualcosa, ma imparare a conviverci.






