L’intelligenza artificiale è già entrata nel vocabolario delle imprese italiane, ma non ancora, almeno nella stessa misura, nelle loro giornate di lavoro. Se ne riconoscono le potenzialità, si immaginano i vantaggi in termini di produttività, riduzione dei costi e organizzazione delle attività, si comprende persino che ignorarne l’evoluzione potrebbe rappresentare uno svantaggio competitivo, eppure fra la consapevolezza di ciò che questa tecnologia potrebbe offrire e la decisione di utilizzarla concretamente continua a esistere una distanza significativa. È proprio questa contraddizione a emergere dalla nuova ricerca realizzata da Ipsos per Meta e presentata il 28 ottobre a Roma, durante l’AI Forum organizzato dal gruppo tecnologico in collaborazione con EssilorLuxottica, che restituisce l’immagine di un sistema imprenditoriale interessato all’innovazione, ma ancora alle prese con difficoltà economiche, formative e organizzative che ne rallentano l’adozione.
Il 68% delle micro, piccole e medie imprese coinvolte nell’indagine ritiene che l’intelligenza artificiale possa consentire di svolgere attività che in passato richiedevano più tempo, denaro o personale, mentre soltanto il 25% dichiara di utilizzarla effettivamente nelle attività quotidiane. In altre parole, quasi sette imprese su dieci ne riconoscono il valore, ma appena una su quattro è riuscita a trasformare questa convinzione in una pratica lavorativa regolare.
Una distanza che racconta molto più di una semplice esitazione tecnologica, perché riguarda la capacità delle aziende di trovare competenze, investire risorse e riconoscere applicazioni realmente utili all’interno di organizzazioni che spesso non dispongono di strutture dedicate all’innovazione.
E se il 63% degli intervistati ritiene che le imprese che non adotteranno l’intelligenza artificiale rischino di rimanere indietro rispetto alla concorrenza, il problema sembra essere sempre meno quello di convincere gli imprenditori dell’importanza della tecnologia e sempre più quello di metterli nelle condizioni di utilizzarla.
Il ritardo delle microimprese e il rischio di un’innovazione a due velocità
L’indagine, condotta nell’ottobre 2026 su un campione ponderato di 500 titolari e figure con responsabilità decisionali appartenenti a micro, piccole e medie imprese italiane, mostra quanto la dimensione aziendale possa incidere sul rapporto con l’innovazione. Fra le microimprese, quelle con meno di dieci dipendenti, il 31% dichiara di non aver mai utilizzato strumenti di intelligenza artificiale, contro il 14% rilevato fra le piccole e medie imprese, un confronto che suggerisce una diversa familiarità con queste tecnologie, pur considerando che i risultati relativi al secondo gruppo, numericamente più ristretto, devono essere interpretati come indicativi.
È un aspetto particolarmente rilevante per un’economia come quella italiana, caratterizzata da una presenza diffusa di attività di dimensioni contenute, nelle quali il titolare si occupa frequentemente di numerose funzioni, dalla gestione amministrativa ai rapporti con i clienti, fino alla promozione dei propri prodotti e servizi. Proprio queste organizzazioni potrebbero trovare nell’intelligenza artificiale uno strumento per alleggerire alcune attività ripetitive, ma sono anche quelle che rischiano di incontrare maggiori difficoltà nel dedicare tempo e risorse all’apprendimento di nuove competenze.
Il paradosso emerge con ancora maggiore evidenza osservando le priorità indicate dagli intervistati. Trovare nuovi clienti è la principale sfida per il 45% delle imprese coinvolte, una percentuale che raggiunge il 46% fra le microimprese, contro il 34% delle piccole e medie aziende del campione, anche in questo caso con la necessaria cautela statistica per il sottogruppo più piccolo.
Si tratta di un problema sul quale l’intelligenza artificiale potrebbe intervenire attraverso applicazioni relativamente concrete, dall’individuazione di potenziali clienti alla gestione delle richieste, fino alla preparazione di materiali commerciali e alla creazione di contenuti destinati al marketing digitale. Attività che, soprattutto nelle realtà meno strutturate, assorbono una quantità considerevole di tempo e che potrebbero essere almeno parzialmente automatizzate, lasciando alle persone maggiori possibilità di concentrarsi sulle relazioni, sulla qualità del servizio e sulle decisioni strategiche.
Il punto, tuttavia, non è semplicemente mettere a disposizione un nuovo software, perché il beneficio dell’innovazione dipende dalla capacità di individuare i processi nei quali introdurlo, comprendere i risultati ottenuti e integrarli all’interno di un’organizzazione che deve continuare a funzionare mentre cambia.
Il vero ostacolo non è la tecnologia, ma imparare a utilizzarla
La ricerca Ipsos individua nella formazione uno degli elementi decisivi per accelerare l’adozione dell’intelligenza artificiale. Il 45% delle imprese intervistate indica infatti la disponibilità di percorsi formativi specifici per il proprio settore come una condizione che potrebbe favorire un maggiore utilizzo degli strumenti di AI, mentre il 36% considera importanti periodi di prova gratuiti o costi più contenuti.
Sono dati che spostano l’attenzione dal semplice accesso alla tecnologia alla possibilità di comprenderne concretamente il funzionamento, perché le esigenze di un’impresa manifatturiera, di un’attività commerciale o di una società di servizi non sono necessariamente sovrapponibili, e un percorso formativo generico rischia di lasciare irrisolte proprio le difficoltà operative che dovrebbero essere affrontate.
La richiesta di accompagnamento emerge ancora più chiaramente dal fatto che il 73% degli intervistati ritiene necessario un maggiore supporto o ulteriori incentivi affinché le PMI possano beneficiare pienamente delle opportunità offerte dall’intelligenza artificiale. Non si tratta quindi soltanto di una questione di prezzo, ma anche della necessità di costruire un contesto nel quale sperimentare nuovi strumenti non significhi affrontare da soli costi, incertezze e difficoltà organizzative.
Come ha spiegato Angelo Mazzetti, Public Policy Director per l’Italia di Meta, durante la presentazione della ricerca, le piccole e medie imprese rappresentano la spina dorsale dell’economia italiana, ma il riconoscimento del potenziale trasformativo dell’intelligenza artificiale non si è ancora tradotto in un utilizzo sufficientemente diffuso nelle attività quotidiane.
Per Mazzetti, la priorità è colmare questo divario attraverso una collaborazione capace di rendere disponibili anche alle realtà di minori dimensioni gli strumenti più avanzati, in particolare quelli legati all’intelligenza artificiale agentica.
Una prospettiva che, al di là delle singole soluzioni commerciali, pone una questione di competitività: la disponibilità di tecnologie sempre più sofisticate rischia di produrre benefici distribuiti in maniera diseguale se non viene accompagnata da competenze e condizioni di accesso adeguate.
Dall’AI che risponde alle domande a quella che svolge il lavoro
Uno dei temi centrali emersi dal Forum riguarda proprio l’intelligenza artificiale agentica, una delle evoluzioni più significative rispetto alla prima generazione di assistenti conversazionali che hanno contribuito a diffondere l’AI presso il grande pubblico.
La differenza riguarda soprattutto il tipo di attività che questi strumenti possono svolgere. Se un assistente tradizionale viene utilizzato principalmente per ottenere informazioni, generare testi o rispondere a richieste specifiche, un sistema agentico è progettato per eseguire operazioni articolate in più passaggi, coordinando attività differenti per raggiungere un obiettivo definito dall’utente.
Per una piccola impresa, questo potrebbe significare utilizzare l’intelligenza artificiale non soltanto per scrivere una comunicazione commerciale, ma per contribuire all’organizzazione di un processo che comprende la preparazione dei contenuti, la gestione delle informazioni e il coordinamento di alcune attività operative, mantenendo comunque necessarie le opportune verifiche e il controllo umano.
Secondo la ricerca Ipsos, fra le imprese che utilizzano regolarmente assistenti di AI agentica, il 42% dichiara di aver risparmiato tempo nelle attività di routine, un risultato che suggerisce come i benefici possano diventare più facilmente percepibili quando la tecnologia viene integrata nei processi lavorativi anziché utilizzata soltanto in maniera occasionale.
In questo contesto Meta ha richiamato anche il lancio, avvenuto a settembre negli Stati Uniti e in Canada, di Muse for Small Business, un insieme di funzionalità e integrazioni sviluppate all’interno del proprio agente di intelligenza artificiale per supportare le persone nella gestione delle attività imprenditoriali. Secondo l’azienda, i primi utilizzatori statunitensi hanno segnalato vantaggi nella gestione del tempo e nelle comunicazioni con i clienti, mentre la maggior parte delle funzionalità del servizio viene proposta gratuitamente.
È importante distinguere, tuttavia, le prospettive illustrate durante il Forum dalle soluzioni già disponibili nel mercato italiano, perché il lancio annunciato per Muse riguarda per il momento Stati Uniti e Canada e i risultati iniziali citati da Meta non costituiscono una misurazione generale dei benefici ottenibili da tutte le imprese.
Resta però evidente la direzione verso la quale si sta muovendo il settore: l’intelligenza artificiale non viene più presentata soltanto come uno strumento capace di produrre contenuti, ma come un sistema destinato a intervenire progressivamente nell’organizzazione del lavoro, con implicazioni che riguardano la produttività, la formazione delle persone e il modo stesso in cui vengono distribuite le responsabilità all’interno delle aziende.
Le intenzioni dichiarate dalle imprese intervistate confermano questa tendenza. Guardando ai prossimi dodici mesi, il 59% prevede di aumentare l’utilizzo dell’AI per il marketing e la creazione di contenuti, il 48% per lo sviluppo di prodotti e servizi, il 47% per la comunicazione con i clienti e il 45% per l’acquisizione di nuovi clienti.
«I risultati evidenziano un chiaro divario in termini di preparazione, ma anche una forte propensione all’adozione dell’IA», ha sottolineato Chiara Ferrari, Service Line Leader di Ipsos Public Affairs, indicando nella disponibilità di un sostegno concreto e specifico per ciascun settore uno degli elementi fondamentali per trasformare l’interesse delle imprese in valore effettivo.
Non soltanto imprese: gli occhiali intelligenti e una nuova idea di accessibilità
Il Forum organizzato da Meta a Palazzo Rondinini, a Roma, ha allargato il confronto oltre il mondo imprenditoriale, dedicando parte del programma al ruolo che l’intelligenza artificiale potrebbe assumere nell’accessibilità culturale, nell’inclusione digitale e nella vita quotidiana delle persone.
Fra i progetti presentati, particolare attenzione è stata riservata a Sensing Art – Capolavori oltre lo sguardo, iniziativa sviluppata per consentire alle persone cieche e ipovedenti di vivere l’esperienza artistica con maggiore autonomia attraverso l’utilizzo degli AI glasses di Meta.
Il progetto è stato al centro di un confronto fra Chiara Rostagno, Vicedirettrice della Pinacoteca di Brera, Elena Dimichino, Chief Corporate & Sustainability Officer di EssilorLuxottica, e Mario Barbuto, Presidente dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, che hanno affrontato il tema di una tecnologia capace di contribuire a rendere più accessibile il patrimonio culturale.
Si tratta di un’applicazione che permette di osservare l’intelligenza artificiale da una prospettiva differente rispetto a quella abitualmente associata all’automazione del lavoro, perché mette al centro la possibilità di superare alcune barriere nell’accesso alle esperienze culturali e di sviluppare strumenti in grado di accompagnare le persone nell’interazione con l’ambiente circostante.
La dimensione dell’inclusione è stata approfondita anche da Mirta Michilli, Direttrice Generale della Fondazione Mondo Digitale, che ha richiamato l’importanza di fornire alle diverse generazioni non soltanto strumenti tecnologici, ma soprattutto le competenze e la fiducia necessarie per utilizzarli. Un tema che si collega direttamente ai risultati della ricerca sulle PMI, perché in entrambi i casi la possibilità di beneficiare dell’innovazione dipende dalla capacità di renderla comprensibile e utilizzabile da persone con esperienze, competenze e necessità differenti.
Un ulteriore esempio è arrivato da Laura De Dilectis, CEO di Viola Walk Home, il servizio basato su un’applicazione che offre supporto in tempo reale alle donne che camminano da sole di notte. Durante l’evento è stata presentata una partnership pilota con Meta per esplorare le possibili integrazioni del servizio con gli occhiali intelligenti, con l’obiettivo di valutare come questa tecnologia possa contribuire a migliorare l’esperienza offerta alle utenti.
Nel programma ha trovato spazio anche il confronto sulle applicazioni concrete dell’intelligenza artificiale nelle imprese, attraverso gli interventi di Pierpaolo D’Odorico, cofondatore e CEO di Datapizza, e Alessandro Tommasi, fondatore di FutureProofSociety, che hanno riportato la discussione alla necessità di trasformare le opportunità tecnologiche in strumenti utilizzabili dalle realtà produttive.
Il filo conduttore fra queste esperienze è la possibilità di superare una concezione dell’intelligenza artificiale limitata alla generazione di testi e immagini, riconoscendone invece il potenziale come tecnologia di supporto ad attività professionali, relazioni sociali e forme di accesso alla conoscenza.
La sfida italiana è trasformare la curiosità in competenza
La fotografia restituita dall’indagine Ipsos per Meta non descrive un sistema imprenditoriale indifferente all’intelligenza artificiale, ma un insieme di aziende che ne comprendono in larga parte le opportunità senza aver ancora individuato le condizioni necessarie per utilizzarla in maniera continuativa. È una distinzione sostanziale, perché suggerisce che la prossima fase della trasformazione digitale non dipenderà esclusivamente dalla disponibilità di strumenti più avanzati, ma dalla capacità di costruire competenze, percorsi formativi e modalità di accesso proporzionate alle caratteristiche del tessuto produttivo italiano.
La ricerca fotografa intenzioni e percezioni dichiarate dalle imprese, non risultati economici misurati direttamente, e non consente quindi di stabilire quanto l’intelligenza artificiale farà effettivamente crescere produttività e fatturati nei prossimi anni. Permette però di individuare con chiarezza il punto nel quale oggi si concentra una parte importante della difficoltà: il passaggio fra riconoscere l’utilità di una tecnologia e sapere esattamente come impiegarla.
L’interesse per l’AI agentica, i nuovi strumenti destinati alle piccole imprese e i progetti di accessibilità presentati a Roma mostrano quanto rapidamente stiano aumentando gli ambiti nei quali l’intelligenza artificiale può trovare applicazione, ma rendono anche più evidente che la semplice disponibilità di una tecnologia non coincide necessariamente con la sua diffusione.
Per molte imprese italiane, la trasformazione più importante potrebbe quindi non consistere nell’introdurre immediatamente il sistema più sofisticato, ma nel cominciare a riconoscere quali attività possano essere svolte meglio, quali competenze debbano essere sviluppate e quali processi abbiano realmente bisogno di cambiare. È su questo terreno, molto più concreto delle promesse che accompagnano ogni nuova rivoluzione tecnologica, che si misurerà la capacità dell’intelligenza artificiale di incidere sull’economia italiana.
Perché il dato che attraversa tutta la ricerca rimane difficile da ignorare: quasi sette imprese su dieci vedono nell’intelligenza artificiale un’opportunità, ma soltanto una su quattro l’ha già trasformata in uno strumento quotidiano. La prossima sfida sarà capire quante riusciranno a percorrere quella distanza.
