La prossima fotografia potrebbe avere un profumo. Quello del mare in una giornata d’estate, di un bosco dopo la pioggia o della casa in cui abbiamo trascorso l’infanzia. Sembra fantascienza, ma l’Intelligenza artificiale sta imparando a fare qualcosa che finora sembrava impossibile: trasformare gli odori in informazioni digitali, conservarle e utilizzarle per ricreare gli stessi profumi altrove. E persino inventarne di nuovi, mai esistiti.
Un primo esperimento è riuscito nel 2024 nei laboratori di Osmo, un’azienda americana fondata dal neuroscienziato Alex Wiltschko, ex ricercatore di Google. Protagonista, una semplice fetta di cocco. Il suo odore è stato analizzato da uno strumento capace di identificare le sostanze chimiche presenti nell’aria, trasformando le informazioni raccolte in dati, e poi ricreate attraverso una miscela di molecole. Osmo ha lavorato anche sul profumo di una prugna, realizzandone una ricostruzione mediante lo stesso procedimento. Il principio di fondo di questa tecnologia è il seguente: a differenza delle immagini e dei suoni, che possono essere convertiti direttamente in segnali digitali, gli odori sono costituiti da molecole; quando annusiamo una rosa, per esempio, alcune delle sostanze volatili rilasciate dal fiore raggiungono il nostro naso e attivano i recettori olfattivi; per digitalizzare quel profumo bisogna prima identificarne le componenti chimiche con uno strumento chiamato gascromatografo-spettrometro di massa, che separa e analizza le molecole presenti nel campione d’aria. L’intelligenza artificiale interpreta i dati ed elabora una sorta di ricetta, che viene poi inviata a un sistema robotizzato capace di mescolare le sostanze necessarie per ricreare l’odore originale.
La svolta scientifica era arrivata nel 2023, con uno studio pubblicato su Science da ricercatori di Google, Osmo e del Monell Chemical senses center di Philadelphia. Dopo essere stata addestrata sulle caratteristiche odorose di circa 5.000 molecole, una rete neurale aveva imparato a prevedere come potessero essere percepite dal naso umano. Messa alla prova con centinaia di sostanze, era riuscita a descriverne gli odori con risultati paragonabili a quelli di persone appositamente addestrate. Il sistema aveva così costruito una sorta di atlante digitale degli odori, in cui le molecole vengono classificate in base alla somiglianza dei loro profumi. Poi, uno studio pubblicato nel marzo 2026 su Digital Chemical Engineering da ricercatori dell’Università di Tampere, in Finlandia, ha descritto un dispositivo che impara autonomamente a imitare un odore. Prima ne registra le caratteristiche con un sensore, poi mescola fino a cinque sostanze chimiche, analizza il risultato e corregge la miscela finché non si avvicina all’originale. I test sono stati condotti soprattutto su miscele relativamente semplici, ma il principio è interessante: una macchina che cerca da sola la ricetta di un profumo. Infine, un’altra novità è appena arrivata dal Giappone, dove un gruppo dell’Institute of Science Tokyo ha realizzato un piccolo dispositivo che si applica al visore per la realtà virtuale e contiene otto fragranze liquide. Mentre una persona esplora un ambiente ricostruito al computer, il dispositivo riceve istruzioni digitali, mescola le fragranze e ne diffonde l’odore direttamente verso il naso.
Così, visitando un bosco virtuale, si può sentirne il profumo, oppure percepire l’odore del mare mentre si esplora una spiaggia. Nei primi esperimenti, l’aggiunta degli odori ha aumentato la sensazione dei partecipanti di trovarsi realmente negli ambienti rappresentati. «Siamo già riusciti ad ampliare la gamma degli odori che possiamo riprodurre, ma siamo ancora lontani dal poterli ricreare tutti», spiega a Panorama Takamichi Nakamoto, dell’Institute of Science di Tokyo. Nei precedenti esperimenti il suo gruppo aveva utilizzato un apparecchio fisso capace di combinare venti sostanze odorose. Ora l’obiettivo è ottenere risultati analoghi con il piccolo dispositivo indossabile. «Stiamo aumentando il numero di sostanze che può mescolare. Con un numero sufficiente di componenti potremo riprodurre una gamma molto più ampia di odori», aggiunge Nakamoto.
A questo punto la fantasia può sbizzarrirsi. Le possibilità più sorprendenti riguardano il passato. Un progetto chiamato Resurrecting the Sublime ha cercato di ricostruire il profumo di tre specie di fiori ormai estinte. Partendo dal Dna recuperato da esemplari essiccati e conservati negli erbari dell’Università di Harvard, gli scienziati dell’azienda Ginkgo Bioworks hanno ricostruito alcuni geni che contenevano le istruzioni per produrre sostanze odorose. Li hanno poi inseriti in cellule di lievito, trasformandole in piccole fabbriche di molecole che probabilmente contribuivano al profumo originale.
La ricercatrice e artista norvegese Sissel Tolaas ha infine utilizzato queste informazioni per ricreare una possibile versione delle fragranze perdute. Tra i fiori c’era Hibiscadelphus wilderianus, una pianta delle Hawaii il cui ultimo esemplare conosciuto fu osservato nel 1912. Non sappiamo se le ricostruzioni corrispondano esattamente agli odori originali, ma per la prima volta è stato possibile provare ad annusare qualcosa che la natura non produce più.
Anche la storia potrebbe acquistare una dimensione olfattiva. Il progetto europeo Odeuropa ha utilizzato l’Intelligenza artificiale per cercare riferimenti agli odori in circa 167 mila testi storici e 43 mila immagini, ricostruendo parte del paesaggio olfattivo europeo degli ultimi secoli. Quali profumi riempivano le botteghe del Seicento? Che odore avevano i mercati, le strade o le case di una città ottocentesca? Incrociando documenti storici e conoscenze chimiche, sono state elaborate ricostruzioni destinate anche a musei ed esposizioni.
E se riuscissimo a registrare con precisione il profumo di un luogo o di una persona, potremmo conservarlo e riprodurlo anche dopo molti anni. L’intelligenza artificiale sta anche inventando nuove combinazioni. Nel 2025 Osmo ha lanciato Generation, un servizio per sviluppare nuove fragranze a partire da descrizioni, immagini e suggestioni fornite dai clienti.
Sono tutte possibilità strabilianti. Ma l’aspetto più interessante di queste notizie non è ciò che l’intelligenza artificiale sta riuscendo a fare. È la domanda, profondamente umana, che suscita: vogliamo davvero vivere in un mondo in cui contempliamo il mare su uno schermo e ne respiriamo il profumo diffuso da un dispositivo, anziché andare su una spiaggia e sentirlo davvero?
