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Ali G torna dopo vent’anni. Sacha Baron Cohen: «Il mondo è cambiato, lui no»

Ali G torna dopo vent’anni. Sacha Baron Cohen: «Il mondo è cambiato, lui no»

Sacha Baron Cohen racconta il ritorno di Ali G dopo vent’anni: satira, estremismi, il debutto alla regia e le incredibili riprese del nuovo film.

Ali G non è cambiato. E forse è proprio questo il problema. In un mondo che ha riscritto le regole di ciò che si può dire, di ciò che è accettabile e persino di ciò su cui è lecito ridere, Sacha Baron Cohen ha deciso di riportare in scena uno dei personaggi più irriverenti della storia della televisione britannica. Lo stesso linguaggio improbabile, la stessa appropriazione culturale ostentata, la medesima incapacità di comprendere il mondo che lo circonda. Soltanto che, questa volta, è il mondo a essere diventato irriconoscibile. «Ali G è un dinosauro problematico», racconta Baron Cohen durante la conferenza stampa di Ali G: Who Iz I?, il film che segna anche il suo debutto alla regia. E proprio nell’incontro tra un personaggio rimasto prigioniero degli anni Duemila e una società attraversata da polarizzazione politica, guerre culturali e nuove forme di intolleranza si nasconde il senso di un ritorno che ha ben poco a che fare con la nostalgia.

Perché dietro la comicità volutamente sguaiata, le provocazioni e un’impresa produttiva che ha richiesto sequenze di otto ore, quaranta telecamere e persone reali inconsapevoli di partecipare a un film, Baron Cohen continua a inseguire la stessa domanda che attraversa il suo cinema da quasi trent’anni: quanto siamo davvero disposti a spingerci quando qualcuno ci convince che l’odio sia una forma di giustizia? La risposta, suggerisce l’attore, è molto più inquietante di qualsiasi battuta. E questa volta Ali G, con tutta la sua stupidità, potrebbe essere il personaggio meno pericoloso della storia.

Il ritorno di Ali G dopo vent’anni: perché Sacha Baron Cohen ha scelto proprio questo momento

La premessa di Ali G: Who Iz I?, disponibile su Prime Video dopo un breve passaggio nelle sale cinematografiche iniziato il 23 ottobre, è apparentemente semplice. Dopo vent’anni trascorsi senza particolari responsabilità, Ali G scopre che la sua storica fidanzata Julie è incinta di otto mesi. La prospettiva di dover mantenere un altro figlio lo convince a partire per gli Stati Uniti, dove spera di riconquistare la celebrità attraverso un documentario che lo riporti al centro dell’attenzione. Naturalmente, nulla procede secondo i suoi piani.

Ma è nella scelta di riportare il personaggio nel presente che Baron Cohen individua la vera ragione del film. «Questi personaggi, in realtà, non cambiano. Il motivo per cui funzionano è che cambia il mondo, e attraverso di loro possiamo vedere quanto sia cambiato», spiega. Ali G continua a essere un ragazzo bianco della classe media che si appropria dei codici della cultura hip-hop, convinto di appartenere a un universo lontanissimo dalla monotonia della sua Staines. Continua a essere profondamente ignorante, sessista e inappropriato, ma anche animato da un desiderio quasi infantile di pace e rispetto reciproco.

«È ancora una delle persone più stupide del mondo, ma fondamentalmente è una brava persona», osserva il suo creatore, sottolineando come la contraddizione sia parte integrante del personaggio. Ed è proprio questa natura contraddittoria a renderlo interessante in un’epoca in cui ogni comportamento viene rapidamente classificato, giudicato e spesso condannato senza possibilità di sfumature.

Nel film, Ali G si ritrova infatti al centro dello scontro tra due personaggi che rappresentano altrettante forme di estremismo ideologico, uno riconducibile alla sinistra radicale e l’altro alla destra radicale. Entrambi sono convinti di agire nel nome di una causa moralmente superiore, e proprio questa certezza diventa il bersaglio della satira.

Baron Cohen definisce il fenomeno «violenza virtuosa»: la convinzione che comportamenti aggressivi, discriminatori o persino violenti possano essere giustificati dalla presunta correttezza delle proprie idee. Il paradosso è che un personaggio come Ali G, incapace di comprendere molte delle questioni culturali e politiche che lo circondano, finisce per apparire meno intollerante di coloro che pretendono di correggerlo.

La satira, la cancel culture e il confine tra provocazione e pregiudizio

Non è la prima volta che Sacha Baron Cohen utilizza la comicità per mettere il pubblico di fronte alle proprie contraddizioni. Con Borat aveva trasformato situazioni apparentemente assurde in occasioni per far emergere pregiudizi reali, mentre con Brüno aveva affrontato l’omofobia attraverso un personaggio costruito deliberatamente per provocare reazioni estreme.

Il ritorno di Ali G riapre però una questione più complessa: può un personaggio concepito negli anni Novanta, fondato sull’appropriazione culturale e su un linguaggio oggi considerato problematico, funzionare ancora senza diventare esso stesso parte di ciò che vorrebbe criticare?

Baron Cohen non sembra particolarmente interessato a rendere la risposta rassicurante. Cita una frase dello sceneggiatore Colton Dunn che riassume la sua posizione: «Ali G non è razzista. È uno strumento per smascherare i razzisti».

La distinzione è essenziale per comprendere il metodo dell’attore. La battuta non dovrebbe avere come bersaglio la comunità rappresentata o imitata, ma il comportamento di chi utilizza stereotipi e pregiudizi senza nemmeno riconoscerli. È un meccanismo che richiede al pubblico di guardare oltre la superficie della provocazione, accettando il rischio di trovarsi davanti a qualcosa di deliberatamente scomodo.

Proprio qui, naturalmente, si colloca anche il limite più discusso del suo cinema: l’intenzione satirica dell’autore non garantisce che ogni spettatore riconosca il bersaglio della caricatura, né impedisce che una rappresentazione possa risultare offensiva.

«Quando cerchi di combattere una determinata forma di pregiudizio, nella mia esperienza finisci per essere accusato proprio di quel pregiudizio», riflette Baron Cohen ricordando le polemiche che accompagnarono Brüno. Il suo obiettivo dichiarato, tuttavia, rimane quello di utilizzare l’umorismo per esporre contraddizioni che il dibattito pubblico fatica ad affrontare.

La comicità, nella sua visione, non dovrebbe limitarsi a confermare ciò che il pubblico già pensa, ma costringerlo a confrontarsi con qualcosa che preferirebbe ignorare.

Otto ore di riprese, quaranta telecamere e un incendio: il film più difficile della sua carriera

Se sul piano narrativo Ali G: Who Iz I? rappresenta un ritorno alle origini, dal punto di vista produttivo Baron Cohen ha cercato di superare ogni limite sperimentato in precedenza. Per la prima volta dirige un lungometraggio e interpreta contemporaneamente tre personaggi principali, combinando gli elementi del falso documentario con quelli del thriller e del cinema d’azione.

La lavorazione ha richiesto una pianificazione estremamente precisa, anche perché molte delle persone coinvolte nelle situazioni filmate non conoscevano la vera identità dei personaggi con cui stavano interagendo. «Ho realizzato storyboard per ogni scena, perché volevo che ogni telecamera sapesse esattamente quale inquadratura cercare», racconta.

La sequenza finale è stata la sfida più impegnativa. Secondo quanto riferito dall’attore, si tratta di una ripresa continuativa durata otto ore, realizzata con quaranta telecamere, dodici location e un percorso di circa cinquanta miglia. Esplosioni, armi apparentemente funzionanti, droni e persino un parto si susseguono all’interno di una costruzione narrativa in cui ogni elemento deve verificarsi nel momento previsto.

«Ci sono circa quattrocento passaggi che devono funzionare perfettamente. Se anche uno soltanto va storto, le persone reali presenti nella scena capiscono che qualcosa non torna e tutto è finito», spiega.

La difficoltà è stata tale che, inizialmente, la produzione aveva proposto di suddividere le riprese in dieci giorni, poi in sei. Baron Cohen ha insistito affinché tutto avvenisse senza interruzioni, considerando la continuità indispensabile per l’esperimento psicologico alla base della sequenza.

Durante un primo tentativo, un incendio boschivo ha costretto la troupe a evacuare una delle location. L’interruzione, racconta, ha provocato una perdita di circa quattro milioni di dollari, tre dei quali sarebbero rimasti a suo carico a causa dei limiti della copertura assicurativa.

A complicare ulteriormente la situazione c’erano i pesanti costumi prostetici, che richiedevano fino a cinque ore di preparazione, e le temperature del deserto, arrivate a circa 43 gradi. Eppure, nonostante le difficoltà, Baron Cohen ha rifiutato di rinunciare al progetto originale.

«Volevo spingermi più lontano di quanto avessi mai fatto e realizzare un film che nessuno avesse mai visto prima», racconta. Una dichiarazione che rivela quanto, dietro l’apparente improvvisazione del suo cinema, si nasconda una ricerca quasi ossessiva del controllo.

La musica di Ali G, da Def Jam ai produttori di fama mondiale

C’è poi un elemento che nel nuovo film assume un’importanza decisamente superiore rispetto al passato: la musica. Ali G, personaggio nato anche come caricatura dell’immaginario hip-hop, torna accompagnato da una colonna sonora che Baron Cohen ha voluto trasformare in una componente narrativa vera e propria.

Il progetto ha preso forma quando l’attore si è reso conto che le musiche inizialmente previste non restituivano l’identità del personaggio. Ha quindi coinvolto il fratello Aaron, già autore delle musiche originali dello show televisivo, per recuperare quella dimensione drum and bass che aveva caratterizzato gli esordi di Ali G.

Successivamente sono arrivati Andrew Watt, produttore vincitore di numerosi Grammy, e Hit-Boy, tra i nomi più influenti dell’hip-hop contemporaneo. In circa sei settimane è stata realizzata una colonna sonora composta da undici brani, costruiti attorno ai pensieri e alle contraddizioni del protagonista.

L’ispirazione, curiosamente, è arrivata anche dall’esperienza di Baron Cohen nel cinema musicale, da Sweeney Todd a Les Misérables. L’idea era utilizzare le canzoni come avviene nei musical tradizionali, trasformandole in una rappresentazione del dialogo interiore del personaggio.

Il titolo stesso, Who Iz I?, diventa così una domanda sull’identità. Chi è davvero Ali G, e soprattutto chi crede di essere? Una questione che, dietro le deformazioni linguistiche e l’assurdità delle situazioni, riflette il rapporto tra immagine pubblica, appartenenza culturale e bisogno di riconoscimento.

Da Martin Scorsese a Quentin Tarantino: il lato meno conosciuto di Sacha Baron Cohen

La conferenza stampa offre anche uno sguardo su un aspetto meno evidente della carriera di Baron Cohen: il suo rapporto con i grandi registi e il desiderio di imparare da loro.

L’attore racconta di aver accettato negli anni alcuni ruoli lontani dai propri progetti soprattutto per la possibilità di lavorare con cineasti che ammirava. Tim Burton, Martin Scorsese, Tom Hooper, Adam McKay, Aaron Sorkin e Alfonso Cuarón rappresentano, nella sua formazione, altrettante occasioni di apprendimento.

Sul set di Hugo, ad esempio, chiese a Scorsese il permesso di sedersi silenziosamente nella sua postazione di regia per osservare come lavorava. «Gli dissi che ero interessato a dirigere un giorno e che volevo rendere migliori i miei film. Mi lasciò stare lì per alcuni mesi», ricorda.

Da Tom Hooper, durante Les Misérables, ha invece imparato l’importanza di iniziare una scena dai primi piani, quando l’attore può ancora offrire la parte emotivamente più intensa della propria interpretazione.

Ora si prepara a un’esperienza completamente diversa: una collaborazione teatrale con Quentin Tarantino, che gli ha proposto il ruolo principale in una propria opera.

Baron Cohen racconta di dedicare circa dieci ore alla settimana all’allenamento con la spada, passando da un cinema fondato quasi interamente sull’improvvisazione a un lavoro in cui ogni parola è definita con estrema precisione.

Un progetto che affonda le radici in un rapporto professionale mai concretizzato pienamente. I due avevano discusso di un possibile film già vent’anni fa e Baron Cohen era stato vicino a partecipare a Django Unchained, prima che gli impegni con Les Misérables lo costringessero a rinunciare.

«Quando i leader mentono, le persone muoiono»: il messaggio politico di Ali G

Eppure, al di là dell’impresa tecnica e del ritorno di uno dei suoi personaggi più celebri, è quando il discorso si sposta sulla società contemporanea che Sacha Baron Cohen mostra con maggiore chiarezza le ragioni del progetto.

Nel film trova spazio anche un esperimento ispirato agli studi dello psicologo Stanley Milgram sull’obbedienza all’autorità, utilizzato per esplorare fino a che punto persone comuni possano arrivare a compiere azioni moralmente discutibili quando qualcuno le convince che siano necessarie o giustificate.

Secondo Baron Cohen, le reazioni ottenute durante le riprese sono state sorprendenti perfino per chi aveva immaginato e scritto le situazioni.

La riflessione si allarga quindi al rapporto tra potere, informazione e manipolazione. «Le democrazie si basano su fatti condivisi. Le autocrazie su menzogne condivise», sostiene, denunciando il crescente controllo dei flussi informativi da parte di un numero ristretto di grandi piattaforme e interrogandosi anche sul ruolo dell’intelligenza artificiale nella costruzione di ciò che viene considerato vero.

Per Baron Cohen, il pericolo non risiede soltanto nella diffusione di informazioni false, ma nella progressiva perdita di una realtà condivisa, senza la quale diventa sempre più difficile riconoscere l’altro come interlocutore anziché come nemico.

È in questo contesto che la satira torna ad assumere una funzione politica. Non perché debba necessariamente offrire soluzioni, ma perché può rendere visibili comportamenti e contraddizioni che, nella vita quotidiana, tendono a essere normalizzati.

«Quando i leader mentono, le persone muoiono», afferma, sintetizzando quello che considera uno dei temi centrali del film.

Perché Sacha Baron Cohen continua a credere nel potere della risata

A dispetto della complessità delle questioni affrontate, Baron Cohen insiste sul fatto che il suo primo obiettivo non sia educare, convincere o impartire lezioni morali. È far ridere. E per riuscirci racconta di misurare letteralmente le reazioni del pubblico durante le proiezioni di prova, modificando il montaggio in funzione dell’intensità e della durata delle risate.

È un’ossessione che nasce dall’infanzia, quando a sette anni vide Brian di Nazareth dei Monty Python e rimase colpito non soltanto dal film, ma soprattutto dalla reazione collettiva della sala. Quell’esperienza gli rivelò la forza di un pubblico capace di ridere all’unisono, un’emozione che avrebbe poi cercato di ricreare attraverso tutta la sua carriera.

Da Mel Brooks a South Park, fino a Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick, i riferimenti che cita appartengono a una tradizione nella quale la comicità più estrema convive con una visione spesso profondamente critica della società.

Per questo, anche nell’epoca dello streaming, continua a considerare fondamentale l’esperienza condivisa della visione. Suggerisce persino di guardare il film insieme a persone con idee politiche opposte, nella speranza che una risata possa creare almeno un terreno comune.

Ed è qui che il ritorno di Ali G trova il proprio significato più interessante. In un mondo in cui ogni parola può trasformarsi in una dichiarazione di appartenenza e ogni divergenza in un conflitto, Baron Cohen sceglie di affidare il suo messaggio a un uomo che non capisce quasi nulla, ma che continua ostinatamente a ripetere di voler aumentare la pace.

Non è una contraddizione casuale. È forse la provocazione più ambiziosa di tutto il film: suggerire che, mentre la società si divide tra persone sempre più convinte di avere ragione, un idiota rimasto fermo a vent’anni fa possa ricordare qualcosa che nel frattempo abbiamo dimenticato.

«Possiamo fermarci. Possiamo aumentare la pace e praticare il rispetto», conclude Baron Cohen.

E forse, per una volta, Ali G aveva capito tutto prima degli altri.

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