C’è una frase che Paolo Bonetti ripete spesso ai suoi clienti: «L’AI fa il lavoro. L’uomo decide se vale la pena farlo». Non è una boutade, ma la sintesi di anni passati a costruire qualcosa di concreto, lontano dalla retorica dei palchi tech e dalle profezie apocalittiche. Bonetti è un ingegnere gestionale milanese, fondatore di Hybrid Digital Consultancy, un ecosistema integrato di oltre 100 professionisti che lavora per brand come Cartier, Ferrari ed Esselunga. Insomma, un operatore che usa l’intelligenza artificiale ogni giorno e ne conosce molto bene limiti e potenzialità.
Il manifesto della «Vibe Generation»
Il progetto a cui Bonetti tiene forse di più si chiama «Vibe Generation». Più che un marchio, si tratta di un manifesto. L’idea nasce dall’osservazione diretta di come gli strumenti di AI stiano cambiando non solo i processi produttivi, ma il ruolo delle persone all’interno di questi processi.
«Vibe Generation per me è forte, perché unisce generazioni diverse», spiega l’ingegnere. «Non è una tecnologia solo per i giovani: è una tecnologia per tutti». Il riferimento è al cosiddetto «vibe coding», un approccio alla programmazione basato sul dialogo con l’intelligenza artificiale: si descrive quello che si vuole e il sistema lo costruisce. In questo modello diventano centrali sensibilità, gusto, capacità di interpretazione. Non la sintassi, attenzione, quanto piuttosto il giudizio.
L’Italia può competere, ma non attraverso la tecnologia
La narrazione dominante sull’AI arriva quasi sempre dalla Silicon Valley o da Bruxelles. Bonetti rappresenta qualcosa di diverso, invece: una voce italiana, costruita senza fondi di venture capital, senza sede a San Francisco, senza la retorica dello «scala veloce e rompi tutto».
Il suo modello, oltretutto, ha numeri misurabili: più di 10 applicazioni entrate nella top cinque dell’Apple Store italiano, oltre cinque milioni di download complessivi, più di un milione di partecipanti a eventi gestiti tramite piattaforme cashless proprietarie, una produzione di contenuti che supera i 150 milioni di visualizzazioni organiche mensili.
La sua tesi è scomoda per entrambi i fronti del dibattito sull’AI. L’intelligenza artificiale non sostituirebbe la competenza umana, ma ne richiederebbe una più alta, più rara, più difficile da formare. Chi pensa che basti premere un pulsante per ottenere valore si sbaglia. Chi teme di essere rimpiazzato da un algoritmo si sbaglia anche lui, ma per ragioni diverse.
Dall’Antropocene all’Ibridocene
Questa riflessione ha preso forma anche nel libro di prossima pubblicazione di Paolo Bonetti: «Dentro la rivoluzione artificiale». Il testo descrive la fase storica attuale come un passaggio dall’«Antropocene», l’epoca segnata dall’impatto umano sul pianeta, a un possibile «Ibridocene»: un’era in cui l’uomo convive con sistemi di intelligenza artificiale sempre più evoluti, senza dissolversi in essi.
Il valore umano, in questo scenario, non diminuisce, ma cambia forma. «Discernere cosa è umanamente rilevante, cosa è giusto o sbagliato, cosa è bello o brutto diventerà sempre più importante», afferma Bonetti.
Il problema, semmai, è che molte aziende sanno che l’AI porta valore aggiunto ma non sanno come applicarla concretamente. Per questo, Hybrid Digital Consultancy lavora direttamente all’interno delle imprese, analizzando i processi e individuando dove automazione e AI possano migliorare efficienza ed efficacia. In alcuni casi si guadagna in velocità. In altri si trasforma la qualità dell’esperienza offerta ai clienti.

Il nodo della governance
Esiste un dato che aiuta a capire dove siamo davvero. Secondo il «2026 Cpo Annual Pulse Report» di Efeso Management Consultants, il 75 per cento delle organizzazioni europee sta ancora sperimentando l’AI generativa, solo il 20 per cento ha avviato una parziale applicazione concreta e appena il 5 per cento dichiara un’adozione estesa. Il divario tra grandi imprese (dove l’uso regolare raggiunge l’83 per cento) e piccole e medie (ferme al 38 per cento) è strutturale.
Il nodo, evidentemente, non è tecnologico. È di governance: occorre definire obiettivi chiari, metriche misurabili, responsabilità esplicite. L’innovazione, sostiene Bonetti, non è una questione di strumenti. È di talento innestato in un metodo.
Ed è proprio questa, probabilmente, la vera sfida italiana: non inseguire i giganti tech americani, ma costruire un modello in cui il giudizio umano governa l’AI, invece di subirla.
