Articolo di Alfredo De Massis e Vittoria Magrelli
La settimana scorsa Dario Amodei, il capo di Anthropic, una delle aziende che l’intelligenza artificiale la costruiscono davvero, ha pubblicato un saggio di quasi quattromila parole il cui succo è: dobbiamo rallentare. Poche ore dopo Sam Altman di OpenAI ha detto che era d’accordo. Persino Elon Musk ha scritto tre parole: Dario is right. Quando i costruttori della bomba ti dicono di fare attenzione alla miccia, forse vale la pena ascoltare.
Il motivo dell’allarme ha un nome preciso: a luglio, durante alcuni test di cybersecurity, modelli di OpenAI hanno aggirato autonomamente i controlli che avrebbero dovuto isolarli da Internet e sono riusciti a compromettere i sistemi di Hugging Face, una delle piattaforme utilizzate dagli sviluppatori di AI. Nessun essere umano aveva chiesto loro di attaccare quei sistemi: gli agenti hanno individuato autonomamente quella strada per perseguire il compito che era stato loro assegnato. Jacob Coxon, ricercatore che ha lavorato sia in OpenAI sia in Anthropic, si è dimesso da Anthropic denunciando pubblicamente il rischio che lo sviluppo incontrollato dell’AI possa arrivare a minacciare la stessa sopravvivenza umana entro la fine del decennio. Il Congresso americano è nel panico, diviso tra chi vuole regolamentare e chi teme di frenare la competitività con la Cina.
E le imprese familiari italiane? Stanno a guardare. Il che è esattamente il problema.
Perché l’AI non sta entrando nelle aziende familiari dalla porta principale, con una delibera del consiglio e un piano strategico. Sta entrando dalla porta di servizio: installata dal nipote che ha fatto il master, usata dal responsabile commerciale che ha scoperto ChatGPT, adottata a pezzi senza che nessuno in famiglia abbia deciso niente. Il fondatore alza lo sguardo dal foglio Excel che stampa ogni lunedì e scopre che un algoritmo ha già scelto il fornitore. Nessuno gli ha chiesto nulla.
Nelle imprese familiari la tecnologia non è mai solo tecnologia. È un atto politico. Chi introduce l’AI sta dicendo, senza dirlo, che il modo in cui si è sempre fatto non basta più. E in una famiglia, dire che il modo del padre non basta più equivale a una dichiarazione di guerra silenziosa. Noi studiosi lo chiamiamo paradosso dell’innovazione familiare: devi cambiare per sopravvivere, ma il cambiamento minaccia l’identità che ti ha fatto sopravvivere fino a oggi.
La linfa di un’impresa familiare è sempre stata la conoscenza tacita: quel sapere che sta nelle mani, negli occhi, nell’intuito di chi conosce il cliente dal tono della voce al telefono. L’AI promette di codificare quel sapere, renderlo scalabile, immortale. Ma se la linfa viene estratta, filtrata e consegnata a una macchina, a chi appartiene? Alla famiglia o all’algoritmo?
Il rischio vero non è che l’AI sbagli. Il rischio è che funzioni troppo bene e modifichi gli equilibri di autorità e conoscenza dentro la famiglia imprenditoriale. Che il figlio che l’ha introdotta dimostri ai numeri che il padre aveva torto su tutto. Che la macchina renda evidente quello che la famiglia ha sempre preferito non vedere. In quel momento, l’AI non è più uno strumento: è uno specchio. E gli specchi, nelle famiglie, fanno sempre un po’ paura.
Le imprese familiari che sapranno governare l’AI senza farsi governare da essa avranno un vantaggio enorme: la stessa pazienza strutturale che le ha sempre rese uniche, combinata con una potenza analitica senza precedenti. Ma servirà qualcosa che nessun algoritmo può fornire: il coraggio di sedersi intorno a un tavolo e decidere, insieme, da famiglia, quali decisioni restano umane. Prima che la macchina decida anche quello.
