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Rolling Stones, Foreign Tongues: non è nostalgia, è ancora rock’n’roll

Rolling Stones, Foreign Tongues: non è nostalgia, è ancora rock’n’roll
foto Kevin Mazur/Getty Images for UMG

Un album solido, ispirato e vitale, impreziosito da collaborazioni illustri e capace di guardare al futuro

C’è un momento, nella carriera di ogni grande artista, in cui il passato rischia di diventare un peso. Per i Rolling Stones quel momento sembrava essere arrivato già negli anni Novanta, quando ogni nuovo disco veniva inevitabilmente confrontato con un catalogo che comprende Beggars Banquet, Sticky Fingers, Exile on Main St. e Some Girls. Da allora la domanda è sempre stata la stessa: ha ancora senso aspettarsi qualcosa di realmente nuovo dalla più longeva rock band del pianeta?

Foreign Tongues risponde con una semplicità disarmante: sì. Perché non cerca di riscrivere la storia degli Stones, ma di continuare a scriverla.

Il primo grande merito del disco è quello di non avere alcuna ossessione per la propria eredità. Andrew Watt, già protagonista della rinascita di Hackney Diamonds, costruisce una produzione moderna senza inseguire le mode. Non sterilizza il suono, non lo rende artificiosamente vintage: lascia respirare gli strumenti. Le chitarre tornano ad avere il ruolo centrale che compete agli Stones, la ritmica procede con una naturalezza quasi da concerto e Mick Jagger domina ogni brano con una voce sorprendentemente elastica, capace di alternare aggressività, ironia e malinconia.

L’impressione è quella di una band che ha finalmente smesso di chiedersi come suonare “giovane” e abbia scelto semplicemente di suonare bene.

L’album si apre con “Rough and Twisted”, manifesto blues-rock che rimette subito al centro il dialogo eterno fra Keith Richards e Ronnie Wood. Il singolo “In the Stars” dimostra invece come gli Stones sappiano ancora costruire melodie immediate senza sacrificare la propria identità. “Jealous Lover” recupera il gusto soul che attraversa la loro produzione dagli anni Settanta, mentre “Mr. Charm” è uno dei pezzi più corrosivi dell’album: un rock nervoso, costruito su un riff secco e su un testo che osserva con sarcasmo il narcisismo del presente.

La prima vera sorpresa arriva con “Divine Intervention”, uno dei brani più ambiziosi dell’intero lavoro, dove il blues si intreccia con un’atmosfera quasi gospel. È qui che l’album dimostra di possedere una profondità compositiva superiore rispetto al suo predecessore. Ancora più riuscita è “Ringing Hollow”, probabilmente il vertice emotivo del disco, una riflessione sul tempo e sulla perdita che evita ogni enfasi retorica.

La seconda metà del lavoro diventa progressivamente più intima. Never Wanna Lose You e Some of Us mostrano un Keith Richards sempre meno interessato al virtuosismo e sempre più concentrato sull’emozione. Covered in You torna invece a un rock asciutto, con grandi aperture melodiche prima della chiusura affidata alla trascinante rilettura di Beautiful Delilah omaggio dichiarato a Chuck Berry e alle radici stesse del gruppo.

Uno degli aspetti più intelligenti di Foreign Tongues riguarda proprio l’utilizzo degli ospiti. In un’epoca in cui le collaborazioni sono spesso strumenti promozionali, gli Stones le trasformano in elementi di colore.

Paul McCartney torna a collaborare con gli Stones suonando il basso in Covered in You. La sua linea, volutamente essenziale e aggressiva, sostiene il brano senza mai cercare protagonismo. Mick Jagger ha raccontato di avergli chiesto un basso “sporco”, e McCartney ha registrato la parte in pochi minuti.

Steve Winwood rappresenta forse il contributo più importante fra gli ospiti. Hammond, organo e pianoforte attraversano buona parte del disco, risultando particolarmente evidenti in “Divine Intervention” e “Jealous Lover”, dove riportano gli Stones alle radici soul e rhythm & blues britanniche.

Robert Smith, leader dei The Cure, compare in Divine Intervention con la chitarra e torna in Never Wanna Lose You, dove aggiunge sintetizzatori e cori che colorano il brano senza alterarne il DNA profondamente rock. Bruno Mars firma invece il cameo più curioso dell’intero album. È accreditato al cowbell in Never wanna lose you.

È proprio questa assenza di esibizionismo a rendere Foreign Tongues uno dei lavori più convincenti degli ultimi decenni della band. Gli Stones non rincorrono il proprio mito; lo abitano con naturalezza. Non cercano di suonare come nel 1972, né di imitare il rock contemporaneo. Suonano semplicemente come una band che continua a credere nella forza di un riff, nella tensione di un groove e nella verità di una buona canzone.

Alla fine resta soprattutto una certezza. I Rolling Stones non sono diventati immortali perché hanno scritto alcuni dei più grandi dischi della storia del rock. Sono diventati immortali perché, ancora oggi, riescono a pubblicare musica che non vive della memoria, ma del presente.

Foreign Tongues non è soltanto uno dei migliori album della loro tarda carriera. È la dimostrazione che il rock, quando nasce da una reale urgenza espressiva, non conosce età.

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