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Tutti vogliono una scuola severa. Ma solo per i figli degli altri

Tutti vogliono una scuola severa. Ma solo per i figli degli altri
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La difendono tutti, dai palazzi della politica alle chat dei genitori, fino alle sale professori. Poi arriva un voto contestato, una classe difficile, una proposta di calendario diverso, e il tempio dell’istruzione diventa subito il cortile di casa.

Gli asili sono agli ultimi giorni, gli esami di terza media vanno in archivio, la maturità vede il traguardo, i corsi di recupero vivono stancamente le ultime battute: la scuola sta per chiudere davvero. Le vacanze non sono un miraggio dovuto al caldo, sono lì, dietro l’angolo, con il loro carico di sollievo e bilanci. Proprio adesso, quando i cancelli si serrano e restano ricordi, pagelle, prove, verbali, griglie e spiegazioni, si vede meglio che cosa sia diventata la scuola nel discorso pubblico italiano: una priorità assoluta finché resta astratta, ma un fastidio concreto appena entra nel perimetro degli interessi personali. L’accesso agli atti a lezioni finite è il dettagliodi questi ultimi anni che racconta plasticamente l’insieme. Innanzitutto, sia chiaro, è un diritto,naturalmente. Nessuno dovrebbe rimpiangere la scuola opaca, chiusa nella presunzione di infallibilità dei propri consigli di classe, allergica alla trasparenza e pronta a scambiare ogni domanda per lesa maestà. Le verifiche, le delibere, i giudizi e i percorsi che portano a una valutazione sono atti di una pubblica amministrazione, e chi ha un interesse diretto può chiedere di conoscerli. Il punto non è negare però il diritto, ma capire che cosa rivela la sua trasformazione in gesto di guerra, in ricorso preventivo contro ogni frustrazione scolastica. Per anni abbiamo detto che la scuola deve essere seria, formativa, selettiva quando serve – inclusiva quando occorre. Poi arriva il primo cinque che non piace, il primo giudizio che incrina il racconto domestico del figlio sempre episodicamente penalizzato, la prima nota in cui il ragazzo non appare vittima della rigidità altrui, e la fiducia nel sistema evapora. La selezione vale per i figli degli altri, l’inclusione vale quando rassicura il proprio, la severità piace negli editoriali, molto meno quando produce una bocciatura, un debito o una diagnosi educativa scomoda. Il patto tra scuola e famiglia si sbriciola in pratiche difensive, con dirigenti che blindano procedure, professori che scrivono verbali pensando al Tar, genitori che leggono ogni valutazione come un fascicolo processuale e iniziano a produrre mail, PEC e avvisi (che eufemismo!) di vario tipo, studenti che imparano una lezione perfetta e terribile dal mondo adulto in marcatura di se stesso, in cortocircuito. La politica non sta meglio: ogni governo, ogni maggioranzae ogni opposizione mette la scuola in cima ai pensieri nazionali, ma quando si passa dai proclami alle scelte, il coraggio diventa prudenza e i fondi diventano formule. Se servisse un indicatore, secondo un’indagine Ocse, l’Italia destina all’istruzione una quota di Pil inferiore alla media dei Paesi Ocse: 3,9 per cento contro 4,7. Sono numeri che spiegano più di molti discorsi solenni, perché dicono che la scuola viene trattata come capitolo comprimibile, promessa a ogni settembre e rimandata a ogni legge di bilancio. Una volta di più, un’altra di meno, perché non è questione di colore politico, ma di come si intende la scuola come “bene” pubblico da trentacinque anni. La stessa ambiguità peraltro tocca il mondo dei docenti, perché parte della scuola reagisce a qualunque novità come se ogni cambiamento fosse una minaccia corporativa. Non si parla qui dell’ennesima piattaforma digitale venduta come rivoluzione, ma ad esempio dell’adeguamento ai tempi della nostra società: orari diversi, uso diverso degli spazi, distribuzione diversa dell’anno, presenza educativa più continua, possibilità di una scuola che non concentri tutto in mesi compressi e poi consegni famiglie e ragazzi a una lunghissima sospensione estiva. Il confronto europeo mostra che l’Italia è tra i Paesi con la pausa estiva più lunga – quest’anno alcune scuole si fermeranno per quattordici settimane! – e farlo notare come fatto anomalo non significa insultare gli insegnanti, né fingere che la didattica termini l’ultimo giorno di lezione e riprenda magicamente alla campana di settembre, ma significa riconoscere che quel tempo è percepito, fuori dalla scuola, come un privilegio, e che al di là di ogni discussione, una diversa organizzazione del calendario potrebbe essere degna di essere discussa, certamente accompagnata da retribuzioni più alte, formazione vera, carriere meno piatte, recupero, orientamento, laboratori, sport e lettura. Ecco il nodo: ciascuno vuole una scuola forte fino al momento in cui quella forza chiede qualcosa proprio a sé; così la politica vuole cittadini competenti senza pagare il prezzo della competenza, i genitori vogliono autorevolezza senza consegnare alla scuola una quota reale di fiducia, i docenti vogliono riconoscimento senza sempre accettare che il riconoscimento porti con sé verifica, disponibilità, studio, cambiamento, responsabilità pubblica. Gli studenti, infine, ricevono messaggi contraddittori e finiscono per crescere in un’istituzione venerata a parole e delegittimata nei gesti quotidiani.

Volge al termine un altro anno difficile per la nostra scuola, sempre più disagevole, critica, mal vista, vessata e incapace di risollevarsi. Eppure, nonostante tutto, una via va cercata e va trovata, perché senza scuola non si va da nessuna parte. Tocca metterci la testa questa estate, chi leggendo di esperienze altrui, chi cercando una soluzione economica, chi una via pedagogica, chi facendo sintesi di tutto ciò, chi scrivendo un programma elettorale, chi preparando lezioni per l’anno che verrà, chi cercando di riflettere sui propri errori. Dai, facciamolo.

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