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Ci sarà sempre un antifascista più fascista di te

Ci sarà sempre un antifascista più fascista di te

Dal patentino democratico della fiera “più libri più liberi”alle polemiche su chi possa partecipare a un evento che (nei fatti) è solo commerciale. in giro ci sono Troppe reazioni pavloviane e poco giudizio…

Viviamo in tempi che dal punto di vista cerebrale potrebbero essere definiti pavloviani: ci si esprime su istigazione mediante reazioni immediate, facendo volentieri a meno di ricorrere all’impiccio della riflessione, l’importante è farlo in tempi rapidi.

Un esempio: la premier afferma che chiedere ai partecipanti della fiera libraria romana Più libri più liberi la certificazione di antifascismo è una forma di censura. I cani pavloviani reagiscono come prevedibile, alcuni danno a lei dell’incosciente che vuole sdoganare il fascismo, altri del fascista a chi vuole attribuire patenti di antifascismo. Entra in campo anche il ministro della Giustizia, affermando che il Codice penale attualmente in vigore in Italia è stato firmato da Mussolini. Grazie per averlo ricordato, ma se anche il Codice fosse considerato un libro, c’entrerebbe qualcosa con quelli di cui si occupa la fiera?

Proviamo almeno a impostare un ragionamento, per chi ancora ritiene che non sia tempo perso, gli altri possono pure non seguirmi e tornare a smanettare nello smartphone.

Partiamo dalla definizione di censura così come da dizionario: «Forma di vigilanza esercitata da un’autorità su quanto destinato al pubblico godimento, con possibilità di provvedere in merito a titolo preventivo». Nel caso specifico di Più libri più liberi, immagino che l’autorità sia da intendere non come le istituzioni sovrane a cui la censura fa tradizionalmente capo, ma l’organizzazione e la direzione scientifica della manifestazione. Sarà bene ricordare che nel 2025 la stessa fiera, diretta allora da Chiara Valerio, figura considerata pressoché unanimemente assai rappresentativa di un certo modo di intendere l’intellettualità nazionale, aveva concesso la presenza di un editore, Passaggio al Bosco, che pubblica testi legati al pensiero reazionario recente, compreso quello neo-fascista (il fascismo storico, come sanno quelli che studiano o hanno studiato decentemente, è defunto nel 1945). Di qui il pronunciamento di numerosi scrittori e editori che chiesero l’estromissione di Passaggio al Bosco dalla fiera, dato che trasgrediva i valori antifascisti su cui è fondata la nostra Repubblica.

La Valerio, che già l’anno prima, da fervente femminista, aveva dovuto giustificare la presenza di un condannato per maltrattamenti inferti a una donna, Leonardo Caffo, controbatté affermando che di Passaggio al Bosco non condivideva nulla, ma che non bisogna avere paura delle idee che diffonde, visto che nemmeno violerebbero la legge.

Passaggio al Bosco fu comunque contestato nel corso della manifestazione, finendo per catalizzare molto dell’interesse che nelle precedenti edizioni era stato riservato a altri editori.

Se nel 2026 Più libri più liberi vuole cambiare indirizzo rispetto alla “linea Valerio”, in fondo coerente col principio volteriano della tolleranza a cui si ispirerebbe anche il titolo della manifestazione, è perché si tratta pur sempre di una fiera commerciale, non esisterebbe se al suo interno non si vendessero box di esposizione e libri. Per non incorrere nel rischio di perdere editori e scrittori sul tipo di quelli ribellatisi alla presenza di Paesaggio al Bosco, si è perciò pensato di escogitare per quest’anno l’espediente dell’autocertificazione di antifascismo. Via la Valerio, al suo posto altri fra i quali Paolo Di Paolo, di cui ricordo con piacere la pazienza e le capacità colloquiali quando mi ha intervistato all’ultimo Salone del Libro di Torino. Quel Di Paolo, però, che è stato contestato, in particolare attraverso un testo senza firma sul Corriere della Sera, per la posizione assunta in veste di corresponsabile di Salerno Letteratura, da una parte difendendo il diritto dello scrittore Erri De Luca di dichiararsi sionista e favorevole all’attivismo militare israeliano, dall’altra esautorandolo dalla prolusione inaugurale perché le sue posizioni potevano essere confuse con quelle degli organizzatori, al che De Luca ha preferito declinare l’invito.

Saranno pure buoni scrittori, ma quando il ruolo li pretende politici annaspano alla grande.

Torniamo però al punto: è censura quella di Più libri più liberi, si è vigilato, insomma, provvedendo a titolo preventivo? Alla lettera sì, così come sarebbe stato censorio, visto che è da una certa parte che ci si lamenta, il divieto della presenza della Russia alla Biennale di Venezia. Però la si può vedere in altro modo, anche per chiarirsi le idee una volta per tutte: la questione della libertà di opinione non è più come la concepiva astrattamente il candido Voltaire, se è vero che uno dei problemi più urgenti delle democrazie occidentali è diventato quello di avere concesso massimo diritto di espressione politica anche a chi predica il loro smembramento. Fare in modo che a casa propria la libertà delle opinioni non superi certi limiti può allora cautelare dai possibili danni derivabili dal prenderle troppo sul serio.

Ci sarà meno libertà in assoluto, ma non è detto che sia un male se certi atteggiamenti si dimostrassero nelle conseguenze più redditizi del loro contrario. Si potrebbe allora risolvere il problema di Più libri più liberi considerandola per statuto non una semplice fiera della piccola e media editoria, ma una dichiaratamente antifascista, magari chiamandola con un più onesto, consapevole “Meno libri, meno liberi” da un certo punto di vista.

In quanto a ciò che ha dichiarato il ministro della Giustizia, se non lo si lascia nel dimenticatoio è perché permette di precisare un altro aspetto su cui una contrapposizione sprovveduta tra fascismo e antifascismo produrrebbe solo riduzionismo mentale.

Non esiste alcuno scandalo sul fatto che parte della struttura fondante dello Stato repubblicano derivi da quello fascista. È vero, il Codice penale attualmente in vigore è in buona parte quello del fascista Rocco, ma modificato in maniera da renderlo compatibile in primo luogo con la Costituzione repubblicana, la legge delle leggi, poi con tutte le altre che hanno introdotto diritti prima non ammessi (divorzio, reato sulla persona invece che sulla morale, sconfessione del delitto d’onore, aborto, per esempio). C’è probabilmente ancora troppo fascismo nel Codice Rocco, la sua visione giustizialista andrebbe minata alla radice più di quanto non si è ancora fatto. Ma la continuità tra fascismo e Repubblica è rilevabile anche altrove. Le leggi cardinali su cui si fonda la tutela del patrimonio culturale le ha volute nel 1939 un fascista, Giuseppe Bottai, riferendosi allo stesso Stato accentratore e illiberale a cui guardava Rocco. Chiedete a un progressista dei nostri giorni, vero o sedicente che sia, se intende rinnegarle in nome dell’antifascismo: vi dirà che si tratta di leggi illuminate da difendere a ogni costo. Amen. 

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