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Miley, il basso e l’arte di non scegliere

Miley, il basso e l’arte di non scegliere
Foto Mert Alas

Miley accorcia il nome, alza il volume dei bassi e mette nello stesso disco desiderio, romanticismo e inquietudine elettronica

Il titolo contiene già una dichiarazione d’intenti: Bass Persuades, il basso persuade. Non occorre necessariamente convincere con le parole quando può farlo la musica, passando prima dal corpo che dalla ragione. Una frequenza che non si limita a essere ascoltata, ma si sente fisicamente.

Tutto lascerebbe immaginare, allora, un disco costruito intorno a quella promessa: sintetizzatori, sudore, oscurità, ripetizione, corpi. Un album che scelga definitivamente la notte.

E invece Bass Persuades passa gran parte del suo tempo sull’orlo di quella scelta senza compierla mai.

Ogni volta che Miley sembra pronta ad abbandonarsi del tutto al lato più scuro, elettronico e fisico della sua musica, qualcosa la riporta verso la canzone romantica, verso la melodia aperta, verso la ballad. È come se nel disco convivessero due forze uguali e contrarie: una la spinge verso il club, l’altra verso il cuore della tradizione pop. Nessuna riesce davvero a vincere. Ed è proprio questa indecisione a dare forma all’album.

Miley Cyrus, che in questa nuova fase sceglie significativamente di presentarsi semplicemente come Miley, ha trascorso buona parte della carriera cambiando pelle prima che il pubblico riuscisse ad abituarsi alla precedente. Country, hip hop, psichedelia, rock, synth-pop: più che attraversare i generi, spesso li ha usati come stanze temporanee. Entrava, spostava qualche mobile e poi se ne andava.

In Bass Persuades, invece, non abbandona una stanza per entrare nella successiva. Tiene tutte le porte aperte.

La title track dichiara la centralità del movimento e del contatto fisico. Il dancefloor non è soltanto uno scenario: diventa il luogo in cui la distanza può essere cancellata dal ritmo. La produzione guarda alla grammatica del grande pop elettronico senza rinunciare a quella ruvidità che è diventata una delle qualità più riconoscibili della voce di Miley.

Ma è soprattutto con Different Religion, insieme ai Model/Actriz, che si intravede il disco che Bass Persuades avrebbe potuto essere se avesse scelto di andare fino in fondo. Il basso diventa minaccioso, l’elettronica perde lucentezza e acquista sporcizia, le voci sembrano muoversi dentro uno spazio meno rassicurante.

È forse questa la dinamica più caratteristica di Bass Persuades. L’album apre continuamente possibilità che subito dopo sembra voler ridimensionare. Mostra i denti e poi li ritrae. Entra nel buio e subito cerca una luce.

Lo si sente anche in Innocent Ways, dove ritmo e materia elettronica recuperano una dimensione quasi carnale, e in alcune deformazioni sonore che attraversano Snow. Sono i momenti in cui Miley sembra meno interessata alla perfezione della canzone e più alla possibilità di abitarne il suono.

Let’s Get Married cambia temperatura e porta in primo piano una Miley sentimentale, quasi domestica. Orbit trasforma l’attrazione in forza gravitazionale. REDLIGHTS, Neon Signs e Aftermath si collocano in quella terra di mezzo nella quale impulso elettronico e scrittura romantica continuano a misurarsi senza che uno dei due riesca davvero a prendere il controllo. È qui che la mancata scelta smette di essere un accidente e diventa la struttura stessa dell’album.

Perché Bass Persuades non alterna semplicemente pezzi elettronici e ballad. Sembra mettere continuamente in scena un conflitto tra due idee di Miley. Il disco procede per attrazioni contrapposte. Trova una strada, la segue per qualche minuto, poi intravede un’altra possibilità e devia.

A volte questo produce la sensazione di un album che non osa portare alle estreme conseguenze le proprie intuizioni migliori. Quando Different Religion o Innocent Ways aprono una porta verso un possibile disco più feroce, più elettronico e meno accomodante, è difficile non desiderare che Miley decida finalmente di attraversarla.

In definitiva, il basso persuade, insomma, ma non persuade abbastanza da farle scegliere definitivamente il basso.

Anche la voce di Miley finisce per diventare il punto di contatto tra queste due dimensioni. È abbastanza ruvida da reggere le produzioni più abrasive e abbastanza espressiva da sostenere le aperture romantiche. Enorme ma incrinata, sensuale senza essere levigata, credibile tanto nell’euforia quanto nella vulnerabilità.

E quando nel finale, con Snow, le diverse anime dell’album sembrano finalmente smettere di contendersi lo spazio, si intravede forse la sintesi che il resto del disco ha inseguito senza trovarla del tutto.

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