«Penso di mollare quasi ogni giorno». Detta da SOYEON, che negli anni ha costruito buona parte della propria identità pubblica sull’esatto contrario — controllo, scrittura, produzione, responsabilità, la capacità di sapere dove vuole portare una canzone prima ancora che quella canzone esista davvero — è forse la frase che racconta meglio 1st Full Album [What a Wonderful Life]. Non perché SOYEON abbia deciso di fermarsi, ma perché questa volta ha smesso di nascondere quanto spesso abbia pensato di farlo.
Il suo primo album solista completo nasce precisamente da lì, da un periodo in cui, racconta a Panorama, ci sono stati momenti nei quali ha pensato che fosse davvero arrivata alla fine. Poi, quasi contemporaneamente, la consapevolezza opposta: «Mi sono resa conto che ho davvero una vita meravigliosa. Voglio continuare a vivere questa wonderful life».
È una contraddizione che SOYEON non prova nemmeno a risolvere, perché in fondo [What a Wonderful Life] vive proprio dentro quella distanza: voler mollare e voler continuare, avere paura e scegliere comunque, cercare libertà proprio quando la libertà creativa sembra diventare più difficile.
Non è un disco pensato come una raccolta di singoli. SOYEON ha scelto deliberatamente la forma dell’album completo perché sa che le occasioni di promuovere da solista non sono infinite e, quando quella finestra si è aperta, ha voluto metterci dentro più lati possibili di sé, riempiendo il progetto di canzoni invece di restringerlo a un’identità facilmente leggibile.
Il confronto con 1st Mini Album [Windy] è inevitabile, ma per lei la differenza non è semplicemente sonora. Fino a quel progetto, spiega, componeva pensando molto a come sarebbe stata percepita dagli altri. Questa volta il passaggio è stato diverso: «Ho smesso davvero di preoccuparmi di come sarei apparsa. Il mio modo di pensare è diventato semplicemente: lasciamo che le persone mi vedano per quella che sono».
Ed è probabilmente per questo che [What a Wonderful Life] non prova nemmeno a sembrare ordinato. Rock, hyperpop, disco, suoni più analogici e arrangiamenti da band finiscono nello stesso spazio senza l’ansia di trovare una definizione unica. Quando le chiediamo quale sia il filo che tiene insieme mondi musicali così diversi, SOYEON ride quasi della premessa: «Le persone mi dicono spesso che la mia mente va dappertutto. Credo che questo album catturi proprio quel mio mondo caotico».
«I’m gonna quit my job»
Il centro più immediato di questa storia è ‘I’m gonna TOESA (Narr. KIAN84)’, costruita attorno a una frase che, almeno sulla carta, sembrerebbe avere poco a che fare con il pop: voglio licenziarmi.
L’idea non arriva da una strategia, ma da una conversazione con il fratello o la sorella più giovane di SOYEON. «Gli ho chiesto: “Qual è la cosa che vorresti davvero dire in questo periodo? Cos’è che vorresti gridare più di qualsiasi altra cosa?”. La risposta è stata: “I’m gonna quit my job”». Da lì, il tema delle dimissioni è diventato una canzone.
Ma è solo dopo averla scritta che SOYEON ha iniziato a capire che cosa significasse davvero anche per lei. Riascoltandola, dice, si è accorta che il punto non era semplicemente lasciare un lavoro, ma avere il coraggio di prendere una decisione.
«A un certo punto avevo iniziato a scegliere ciò che mi sembrava sicuro perché avevo paura. Attraverso questa canzone ho capito che anche scegliere di andarsene può richiedere coraggio, e che può essere una sfida in sé». È così che, nel suo racconto, il concetto di “quitting” cambia significato: non necessariamente resa, non necessariamente fallimento, ma una scelta che può essere altrettanto difficile del restare.
Non è casuale neppure la presenza di KIAN84 come narratore. SOYEON voleva qualcuno capace di dirle «Non mentire a te stessa» senza far suonare quella frase come uno slogan. La scelta è caduta su di lui perché, spiega, «se qualcuno doveva dirmelo, doveva essere una persona che vive davvero la vita con un senso di romanticismo. Per me KIAN84 incarna quello spirito più di chiunque altro».
Anche il suono di ‘I’m gonna TOESA (Narr. KIAN84)’ guarda indietro. SOYEON parla di un periodo preciso della Corea che ricorda come particolarmente romantico e voleva che nella canzone rimanessero l’atmosfera e il carattere di quell’epoca. Non è soltanto nostalgia estetica: «È anche il periodo in cui mi sono innamorata per la prima volta della musica».
Pensare di mollare e non riuscire a farlo
Quando la conversazione torna direttamente su di lei, la risposta è meno rassicurante e molto più interessante. Le chiediamo se, durante la lavorazione dell’album, ci sia stato qualcosa che avrebbe voluto lasciare indietro — il perfezionismo, le aspettative degli altri, il bisogno di approvazione, magari una vecchia versione di sé — e SOYEON non sceglie una delle opzioni.
«Sinceramente penso di mollare quasi ogni giorno, ma non sono davvero una persona capace di prendere la decisione di mollare. Credo che questo album sia nato da quei sentimenti».
È forse qui che [What a Wonderful Life] diventa più autobiografico di quanto possa sembrare. SOYEON è abituata a scrivere usando personaggi, punti di vista e narratori che le permettono di spostare continuamente il confine tra ciò che appartiene a lei e ciò che appartiene alla canzone. Questa volta, però, non prova a creare troppa distanza: «[What a Wonderful Life], nel suo insieme, è una storia che è iniziata dalle mie emozioni».
C’è poi un altro paradosso che riguarda il suo ruolo di autrice e produttrice. Più controllo creativo si conquista, verrebbe da pensare, più si diventa liberi. Per SOYEON non funziona esattamente così.
«Più creo, più ho sentito che può diventare difficile sentirsi completamente liberi». È anche per questo che continua a cercare modi per rimettersi in movimento, usando un nuovo nome quando serve, provando qualcosa di diverso, scegliendo deliberatamente ciò che le sembra più difficile. E soprattutto sposta continuamente il destinatario della prova: «Piuttosto che dimostrare qualcosa alle altre persone, credo di voler continuare a dimostrare qualcosa a me stessa».
Alla fine torniamo al punto di partenza, a quella parola che attraversa il disco e che rischia di essere interpretata troppo facilmente: coraggio.
Le chiediamo che cosa possa dire [What a Wonderful Life] a chi sente di essere rimasto troppo a lungo dentro un lavoro, una relazione, un’identità o un’aspettativa che non gli appartiene più. SOYEON non risponde con un consiglio. Risponde con una frase della sua musica: «Alla fine invecchieremo tutti, e quando ripenseremo a questo giorno, sarà stato un giorno romantico».
Poi aggiunge soltanto: «Spero che quella frase possa dare alle persone un po’ di coraggio».
Ed è probabilmente il modo più preciso per leggere 1st Full Album [What a Wonderful Life]: non un disco che dice di mollare tutto, e nemmeno uno che dice di resistere a ogni costo. Piuttosto un album nato nel momento in cui SOYEON ha cominciato a chiedersi se continuare e andarsene siano davvero due forme opposte di coraggio.
