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“Michael”, la colonna sonora del biopic è un viaggio nel mito del Re del Pop

“Michael”, la colonna sonora del biopic è un viaggio nel mito del Re del Pop

La soundtrack del film ripercorre le tappe essenziali della carriera di Jackson, dagli esordi con i Jackson 5 fino all’era di Thriller e Bad

Raccontare Michael Jackson attraverso la musica è una scelta obbligata, ma nel biopic Michael diventa qualcosa di più: la colonna sonora (esce il 24 aprile per Sony) è il vero filo narrativo del film. La tracklist ufficiale evita l’effetto enciclopedia e punta su una selezione mirata, capace di coprire gli anni fondamentali della carriera, dagli esordi nei Jackson 5 fino all’apice della sua trasformazione in icona globale.

L’inizio è affidato proprio al periodo Motown, con “I’ll Be There”, “Never Can Say Goodbye” e “Who’s Lovin’ You”: tre brani che mostrano un talento vocale fuori scala per un bambino. Nel film funzionano come introduzione emotiva, ma anche come primo indizio del dualismo che accompagnerà tutta la sua vita — innocenza e disciplina, spontaneità e controllo. Il medley live “I Want You Back/ABC/The Love You Save” e “Ben (Live)” rafforzano questa dimensione, portando sullo schermo l’energia delle performance e il rapporto diretto con il pubblico, già centrale nella costruzione del mito.

Il passaggio a “Don’t Stop ’Til You Get Enough” segna uno spartiacque netto. È qui che Michael smette di essere “l’ex bambino prodigio” e diventa un artista autonomo, con una visione precisa del proprio suono. Il groove è leggero ma sofisticato, e nel contesto del film rappresenta una fase di emancipazione, quasi una dichiarazione di libertà creativa.

Da questo momento, la colonna sonora entra nella sua fase più iconica e compatta, costruita attorno all’era Thriller. “Wanna Be Startin’ Somethin’” introduce una tensione ritmica nervosa, perfetta per raccontare la pressione crescente attorno alla sua figura. “Human Nature” offre invece una pausa più intima e malinconica, mostrando un lato fragile e contemplativo spesso oscurato dal personaggio pubblico.

“Workin’ Day and Night” riporta l’attenzione sull’etica del lavoro: ritmo serrato, energia pura, quasi a sottolineare che dietro il genio c’è un perfezionismo ossessivo. Poi arrivano i pilastri: “Beat It”, “Billie Jean” e “Thriller”. Non sono solo hit, ma momenti di costruzione del mito. “Beat It” sancisce la capacità di Michael di abbattere le barriere tra pop e rock; “Billie Jean” è il racconto della fama e delle sue ombre, con quel basso ipnotico che diventa colonna portante della sua identità artistica; “Thriller”, infine, è la consacrazione definitiva, il punto in cui musica e immagine diventano inseparabili e ridefiniscono l’idea stessa di pop.

La chiusura con “Bad” non è casuale. Il brano introduce un cambiamento di tono: più aggressivo, più consapevole, quasi una risposta alle aspettative e alle pressioni accumulate. Nel film rappresenta l’inizio di una nuova fase, in cui l’artista non cerca più solo di innovare, ma anche di difendere il proprio spazio e la propria identità.

Questa colonna sonora, pur selettiva, riesce a restituire un ritratto coerente e potente di Michael Jackson. Non copre tutto, ma sceglie con precisione i momenti chiave: l’infanzia prodigiosa, la conquista dell’autonomia, l’esplosione globale e la trasformazione in icona. Il risultato è un racconto musicale compatto, che accompagna il film senza sovraccaricarlo e che, soprattutto, evita la trappola della semplice celebrazione per costruire invece una narrazione chiara, ritmata e profondamente cinematografica.

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