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La musica del 2026: concerti, nuove star e vecchie glorie

La musica del 2026: concerti, nuove star e vecchie glorie

Il talento di Olivia Dean, il ritorno di Robbie Williams e i live di Iron Maiden, Bruno Mars e Ultimo

Negli ultimi anni il presente e il futuro della musica pop sono stati immaginati come una corsa tecnologica: algoritmi, formati brevi, velocità di consumo. Una frenesia che ha proiettato, soprattutto gli artisti più giovani, in una sorta di presente perennemente accelerato: canzoni a raffica, presenza social ossessiva, esibizioni live sempre e ad ogni costo anche senza la preparazione minima per affrontare decentemente un palco.

Un diluvio di note e voci che ha man mano trasformato le piattaforme streaming in giganteschi contenitori di cloni e dilettanti allo sbaraglio. Proprio per questo tra artisti, manager e major una consapevolezza condivisa: la sovrapproduzione non genera più valore. Pubblicare costantemente non equivale a esistere. Il baricentro si sta spostando dalla presenza continua alla costruzione di cicli: album pensati come capitoli, tour concepiti come narrazione, ritorni programmati come eventi.

Ecco perché il 2026 potrebbe essere l’anno del cambiamento della fine dell’ansia da produzione. In questo scenario emergono figure che non incarnano un genere, ma un metodo. Olivia Dean e Adéla appartengono a due poli apparentemente inconciliabili,  intimità e provocazione, eppure raccontano la stessa esigenza: restituire al pop un’identità riconoscibile, non replicabile. A queste traiettorie si aggiunge un terzo movimento, solo in apparenza retrospettivo: il ritorno di Robbie Williams, che illumina il presente più di quanto non celebri il passato. 

Olivia Dean, 26 anni, inglese, nominata ai Grammy Awards del prossimo febbraio nella categoria Best New Artist, non è una star costruita sull’urgenza. La sua traiettoria è lenta, volutamente anti-spettacolare, ed è proprio questo a renderla centrale per capire il pop del futuro. La sua importanza non sta tanto nel suono soul a tinte pop, ben presente nel suo secondo disco, The Art Of Loving, quanto nel posizionamento: Olivia Dean è l’esempio di come il successo possa tornare a essere una conseguenza e non un obiettivo narrativo. 

Su un versante opposto rispetto a quello rassicurante della Dean, Adéla incarna la frattura estetica. Slovena ma cresciuta artisticamente a Los Angeles, Adéla è autrice di un pop elettronico (vedi The Provocateur) che utilizza l’eccesso come grammatica: sessualità esplicita, immaginari digitali, riferimenti alla musica da club e al cyber-pop. Nei suoi obiettivi c’è non scandalizzare tanto per farlo ma mostrare quanto il pop stesso sia diventato una trita messa in scena permanente. Nel 2026 si parlerà molto di lei. La vera sfida per Adéla sarà poi la traduzione dal digitale al reale: il live, la band, la durata del suo progetto oltre il ciclo di attenzione online.

Se riuscirà a consolidare questo passaggio, Adéla potrebbe rappresentare uno dei modelli più influenti del pop del prossimo decennio. In questo panorama proiettato in avanti, il ritorno di Robbie Williams (il 6 febbraio esce l’album Britpop) potrebbe sembrare una bizzarria. In realtà, non è così: Williams non torna come un santino del passato, ma come uno degli ultimi artisti capaci di incarnare l’idea di popstar totale: canzoni, carisma, racconto mediatico, controllo del palco. Il suo rientro intercetta una domanda reale del pubblico: non tanto nostalgia, quanto desiderio di evento. In questo senso Robbie Williams non rappresenta l’antichità che ritorna, ma una possibile via d’uscita dal presente iper-dispersivo del pop e dimostra che, anche nell’era dello streaming compulsivo, esiste ancora un pubblico disposto ad aspettare, purché ciò che arriva abbia un peso, una forma, una voce. 

Non è difficile prevedere anche nel 2026 il boom nelle classifiche streaming di pezzi creati dall’intelligenza artificiale come le canzoni dei Velvet Sundown (un milione di ascolti al mese su Spotify), una band vintage di rock psichedelico interamente generata dall’intelligenza artificiale: musica, testi, immagini e biografia sono stati infatti prodotti con strumenti IA come Suno (una piattaforma che genera contenuti musicali).

Tornando alla musica “umana”, la centralità della musica dal vivo nell’ecosistema del music business è fotografata da due eventi apparentemente lontani, quasi inconciliabili: il concerto-record di Ultimo a Tor Vergata (il 4 luglio, 250 mila biglietti venduti in tre ore) e la prima volta degli Iron Maiden allo stadio di San Siro (17 giugno, già sold out). Sono due riti collettivi che parlano a generazioni diverse, con linguaggi diametralmente opposti, ma attraverso una dinamica sorprendentemente simile: il bisogno di riconoscersi dentro una comunità ampia, fisicamente presente. Ultimo non rappresenta la spettacolarità nel senso classico: la sua forza non è l’eccesso scenico, ma la costruzione di un rapporto diretto, quasi confidenziale, con un pubblico che si riconosce pienamente nelle storie delle sue canzoni.

Gli Iron Maiden rappresentano invece una delle ultime grandi narrazioni coerenti della musica rock: un immaginario stabile, un pubblico intergenerazionale, una relazione costruita sulla fedeltà  e sulla continuità. Il loro debutto a San Siro è il riconoscimento formale di qualcosa che esiste da decenni: l’heavy metal come cultura popolare strutturata. E poi, il ritornio di Bruno Mars con un nuovo album, The Romantic, dopo dieci anni (a fine febbraio) e il concerto a San Siro il 14 luglio.

Per l’anno che verrà si parla molto del declino del rap. Nelle ultime settimane ha fatto scalpore la notizia che per la prima volta da 35 anni non ci fosse un brano rap nella Top 40 della classifica americana. Da qui una serie di considerazioni: per oltre un decennio il rap è stato il linguaggio dominante della musica, non solo un genere, ma un sistema: estetico, linguistico, industriale.

Solo che quando si parla di trend musicali, nulla è per sempre, men che meno un genere che reitera da troppo tempo gli stessi stereotipi: successo economico, rivalsa personale, estetica del lusso, antagonismo di facciata. E allora, più che di declino, è corretto parlare di saturazione, di fine dell’illusione che riscaldare la stessa minestra fosse la strada per restare per sempre al centro del sistema musica. Non è così e non è mai stato così per nessun linguaggio popolare. 

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