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Il MiTo di Speranza Scappucci: un festival di armonia e ascolto

Il MiTo di Speranza Scappucci: un festival di armonia e ascolto
Ian Ehm – foto

La nuova direttrice artistica racconta la ventesima edizione del festival che unisce Milano e Torino:

È una delle direttrici d’orchestra italiane più apprezzate della sua generazione. Dopo una carriera costruita tra i principali teatri e le più importanti istituzioni musicali internazionali, Speranza Scappucci raccoglie una nuova sfida: la direzione artistica di MiTo SettembreMusica, il festival che da vent’anni unisce Milano e Torino in un unico grande progetto culturale. Per il suo debutto alla guida della manifestazione ha scelto una parola tanto semplice quanto impegnativa: Harmonia.

In un’epoca segnata da guerre, polarizzazioni e divisioni sempre più profonde, parlare di armonia potrebbe apparire un esercizio di ottimismo. Eppure è proprio da qui che nasce la ventesima edizione di MiTo, in programma dal 6 al 20 settembre 2026 con oltre sessanta appuntamenti distribuiti tra Milano e Torino.

La parola richiama il fondamento stesso del linguaggio musicale ma anche la figura mitologica di Harmonia, figlia di Ares e Afrodite, della guerra e dell’amore. Un simbolo che attraversa l’intero cartellone, nel quale convivono musica antica e contemporanea, grandi orchestre e giovani interpreti, memoria del dolore e desiderio di rinascita.

Ad aprire il festival sarà il monumentale War Requiem di Benjamin Britten con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai diretta da Simone Young; tra gli ospiti figurano la Filarmonica della Scala con Riccardo Chailly, William Christie con Les Arts Florissants e i Bamberger Symphoniker diretti da Jakub Hrůša. Un programma che mette in dialogo epoche, linguaggi e generazioni diverse mantenendo sempre al centro il tema dell’ascolto. Abbiamo parlato Speranza Scappucci durante una pausa delle prove.

Perché ha scelto proprio Harmonia come parola guida del festival?

«Perché mi sembrava il modo migliore per tenere insieme realtà diverse senza cancellarne le differenze. MiTo nasce dall’incontro di due città, di pubblici diversi, di repertori differenti e di generazioni lontane tra loro. L’idea di Harmonia mi permetteva di valorizzare queste differenze senza annullarle. L’armonia è un concetto musicale fondamentale, ma spesso viene frainteso. Non significa assenza di tensione. Al contrario, nasce proprio dalla convivenza di elementi diversi, perfino contrastanti. Senza tensione non esiste armonia. Mi interessava costruire un festival che raccontasse questo percorso: passare dall’ombra alla luce, dal dolore alla speranza, dalla memoria della guerra al desiderio di pace, mettendo in dialogo il barocco e il contemporaneo, i grandi interpreti e i giovani talenti.»

Il War Requiem di Britten apre il festival. Quanto pesa, in questa scelta, il tempo che stiamo vivendo?

«Molto. Naturalmente c’è anche il desiderio di ricordare Britten nel cinquantesimo anniversario della sua morte, ma non è soltanto una celebrazione. Il War Requiem è una delle opere più potenti del Novecento perché parla della devastazione della guerra e della necessità della riconciliazione. Britten lo compose per la consacrazione della nuova Cattedrale di Coventry, ricostruita dopo i bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Mi sembrava importante che il festival si aprisse con una riflessione di questo tipo. Inoltre è un’opera che coinvolge enormi forze artistiche: orchestra, cori, solisti. È una grande celebrazione collettiva e mi sembrava il modo migliore per inaugurare questa ventesima edizione.»

Qual è stata la sfida principale nel costruire un programma con oltre sessanta appuntamenti?

«Trovare un equilibrio tra varietà e coerenza. Ogni concerto deve avere una propria identità ma, allo stesso tempo, contribuire a un disegno complessivo. Ho cercato di immaginare il festival come un grande mosaico. Ci sono i grandi concerti sinfonici, la musica da camera, i recital, i progetti dedicati ai giovani, la musica contemporanea. Tutto deve dialogare senza diventare ripetitivo. È stato un lavoro complesso ma anche molto stimolante.»

Tra i tanti appuntamenti ce n’è uno che sente particolarmente suo?

«Sicuramente lo Stabat Mater di Rossini che dirigerò con l’Orchestra di studenti dei Conservatori di Milano e Torino. Ci tenevo molto a lavorare con i giovani. Avrei potuto scegliere una delle grandi orchestre presenti nel cartellone, ma ho preferito dedicarmi a un progetto che guardasse al futuro. Lo Stabat Mater racconta il dolore di una madre per la perdita del figlio, ma contiene anche una profonda tensione verso la rinascita. Mi sembrava un’opera perfettamente coerente con il tema del festival.»

Quanto è importante oggi investire sulle nuove generazioni di musicisti e di ascoltatori?

«È fondamentale. E credo che spesso si sottovaluti l’interesse dei giovani per la musica classica. Viaggiando molto vedo ragazzi nei teatri e nelle sale da concerto. Certo, bisogna aiutarli ad avvicinarsi a questo repertorio e trovare nuovi modi per raccontarlo. Per questo credo sia importante utilizzare anche gli strumenti di comunicazione contemporanei. I social network, per esempio, possono diventare un modo efficace per incuriosire e spiegare, purché si mantenga sempre la qualità dei contenuti.»

Il programma dedica molto spazio anche alla musica da camera. È una scelta artistica precisa?

«In parte nasce dalla struttura stessa del festival. Ogni giorno proponiamo concerti in spazi molto diversi tra loro. Gli appuntamenti pomeridiani si svolgono spesso in luoghi più raccolti e si prestano naturalmente alla musica da camera, ai recital e ai giovani interpreti. Ma c’è anche una ragione artistica. La musica da camera rappresenta forse la forma più pura dell’ascolto reciproco. Ogni musicista è chiamato a dialogare costantemente con gli altri. Anche da questo punto di vista mi sembrava perfettamente coerente con il tema di Harmonia.»

Fuori dal repertorio classico cosa ama ascoltare?

«Vado molto a periodi. Ci sono momenti in cui ascolto tantissima musica e altri in cui, lavorando tutto il giorno sulle partiture, preferisco il silenzio. Però amo molto la canzone italiana. Penso a Fabrizio De André, Francesco De Gregori, Lucio Dalla. Sono artisti che hanno lasciato un patrimonio straordinario. E poi adoro Mina.»

Da musicista e da direttrice d’orchestra, che cosa rende Mina un’artista unica?

«Più che la tecnica, che è comunque eccezionale, direi il colore della voce e la capacità di trasformarsi. Ha una versatilità incredibile. Riesce a modificare continuamente il proprio modo di cantare a seconda del testo, dell’atmosfera, dell’emozione che vuole trasmettere. È una qualità rarissima. Ogni interpretazione sembra nascere da una personalità diversa eppure resta immediatamente riconoscibile».

Dirigere un’orchestra significa soprattutto guidare o soprattutto ascoltare?

«Le due cose non possono essere separate. Il direttore deve avere una visione molto chiara del brano, ma deve anche saper creare le condizioni affinché tutti possano esprimersi al meglio. Nell’opera, poi, ci sono orchestra, coro, solisti, scena. Bisogna tenere insieme moltissime energie diverse. La musica si costruisce sempre insieme. Tutto ciò che va nella direzione opposta, prima o poi, smette di funzionare.»

Quanto conta il gesto nella direzione d’orchestra?

«Conta moltissimo, ma non è l’unica cosa che conta. Il gesto è il mezzo attraverso cui si comunica durante l’esecuzione, ma dietro c’è tutto il lavoro delle prove, dello studio, della preparazione. Il pubblico vede il gesto finale, ma quel gesto è il risultato di un percorso molto più lungo.»

Ci sono momenti in cui il gesto diventa decisivo?

«Assolutamente sì. Penso per esempio al mio debutto alla Wiener Staatsoper. Non avevo avuto prove con l’orchestra. Sono entrata in buca e abbiamo iniziato direttamente la recita. In una situazione del genere il gesto diventa fondamentale. Devi essere chiara, immediata, trasmettere sicurezza. Quando funziona si crea una sorta di magia irripetibile.»

La magia esiste davvero nella musica?

«Sì, ma arriva soltanto dopo tantissimo lavoro. Esistono serate in cui tutto sembra allinearsi perfettamente e accade qualcosa di speciale tra il palco e il pubblico. Però quella magia nasce sempre dalla preparazione, dall’ascolto e dalla fiducia reciproca. In fondo, credo che sia proprio questa la forma più autentica di armonia»


MITO 2026: cinque appuntamenti da non perdere

War Requiem di Benjamin Britten
Milano, Teatro alla Scala (6 settembre) – Torino, Auditorium Rai Arturo Toscanini (7 settembre)

L’evento inaugurale del festival. Simone Young dirige l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, il Coro e il Coro di voci bianche del Teatro Regio di Torino in uno dei capolavori assoluti del Novecento. Un manifesto contro la guerra che incarna perfettamente il tema di Harmonia.

Riccardo Chailly e la Filarmonica della Scala
Torino, Auditorium Giovanni Agnelli Lingotto (8 settembre)

Uno degli appuntamenti sinfonici più prestigiosi dell’intero cartellone. In programma pagine di Rachmaninov e la Quarta Sinfonia di Čajkovskij.

William Christie e Les Arts Florissants
Torino, Auditorium Giovanni Agnelli Lingotto (9 settembre) – Milano, Teatro Dal Verme (10 settembre)

Il maestro che ha rivoluzionato la riscoperta del barocco francese porta a MiTo un progetto che intreccia musica, teatro e danza intorno alle opere di Marc-Antoine Charpentier.

Lo Stabat Mater di Rossini diretto da Speranza Scappucci
Milano, San Barnaba in Gratosoglio (16 settembre) – Torino, San Filippo Neri (17 settembre)

Il progetto simbolo della nuova direzione artistica: l’Orchestra di studenti dei Conservatori di Milano e Torino, il Coro Maghini e un cast internazionale guidati dalla stessa Scappucci.

Bamberger Symphoniker diretti da Jakub Hrůša
Milano (19 settembre) – Torino (20 settembre)

Il concerto di chiusura del festival. Un omaggio interamente dedicato a Brahms con la Terza Sinfonia e il Secondo Concerto per pianoforte interpretato da Lukas Sternath. Un finale che riassume l’idea di armonia come ascolto reciproco.

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