Non provoca dolore, non modifica il battito cardiaco e, nella maggior parte dei casi, può rimanere elevato per anni senza produrre alcun sintomo riconoscibile. Eppure il colesterolo LDL continua ad accumularsi nelle arterie, contribuendo alla formazione delle placche aterosclerotiche che possono ostacolare il flusso del sangue e, nel tempo, favorire infarto e ictus.
A riportare l’attenzione su questo “nemico silenzioso” è una nuova analisi del Global Burden of Disease Study 2023, pubblicata il 29 luglio 2026 sulla rivista scientifica JAMA. Secondo le stime dei ricercatori, nel solo 2023 livelli elevati di colesterolo LDL sono stati responsabili di circa 3,6 milioni di morti, pari al 6 per cento di tutti i decessi registrati nel mondo, e di 90,7 milioni di anni di vita sana persi a causa di morte prematura o disabilità.
Il dato non significa, naturalmente, che su 3,6 milioni di certificati di morte compaia la parola “colesterolo”. Si tratta di una stima epidemiologica della quota di decessi per cardiopatia ischemica e ictus ischemico attribuibile all’esposizione a livelli elevati di LDL. Il valore è accompagnato da un intervallo di incertezza piuttosto ampio, compreso tra 2,2 e 5,4 milioni di morti, ma restituisce comunque la dimensione globale di un fattore di rischio ancora largamente sottovalutato.
La nuova mappa mondiale del colesterolo LDL
Per costruire la nuova mappa, i ricercatori hanno stimato i livelli medi di LDL nella popolazione utilizzando i dati di 806 studi condotti in 161 Paesi. Hanno poi applicato i rischi ricavati dalle meta-analisi di 38 sperimentazioni cliniche randomizzate, analizzando la popolazione adulta dai 25 anni in su in 204 Paesi e territori.
Il risultato mostra un mondo diviso. Nel 2023 i tassi standardizzati di anni di vita sana persi attribuibili all’LDL erano più elevati nell’Europa orientale e più bassi nell’area Asia-Pacifico ad alto reddito. India e Cina concentravano, da sole, circa un terzo dell’intero peso globale associato al colesterolo LDL.
Il rischio si sta inoltre spostando verso i Paesi con uno sviluppo sociodemografico intermedio, dove l’aumento della popolazione, l’urbanizzazione e l’invecchiamento procedono spesso più rapidamente rispetto alla capacità dei sistemi sanitari di diagnosticare e trattare le persone a rischio.
Il paradosso: i tassi scendono, ma le morti aumentano
La ricerca contiene anche una notizia positiva. Tra il 1990 e il 2023 il tasso di mortalità attribuibile al colesterolo LDL, corretto per l’età della popolazione, è diminuito del 45,6 per cento. Nello stesso periodo il tasso degli anni di vita sana persi è sceso del 39,5 per cento.
A parità di età, quindi, oggi il rischio è inferiore rispetto a trent’anni fa. Hanno contribuito il miglioramento delle terapie, la maggiore diffusione delle statine, il trattamento dell’ipertensione, la riduzione del fumo in molti Paesi e una più efficace gestione degli eventi cardiovascolari acuti.
In termini assoluti, però, il peso delle patologie attribuibili all’LDL è aumentato del 38,5 per cento. La spiegazione è soprattutto demografica: la popolazione mondiale è cresciuta ed è diventata più anziana, aumentando il numero di persone che raggiungono le fasce d’età nelle quali infarto e ictus diventano più frequenti. I progressi della prevenzione non sono quindi ancora sufficienti a compensare la crescita e l’invecchiamento della popolazione.
Perché il colesterolo LDL è pericoloso
Definire l’LDL semplicemente come “colesterolo cattivo” è utile per comunicare il concetto, ma non descrive fino in fondo il fenomeno. Il colesterolo è una sostanza necessaria all’organismo, utilizzata per costruire le membrane cellulari e produrre ormoni. Il problema riguarda le particelle che lo trasportano nel sangue.
Quando le particelle LDL sono presenti in quantità eccessive possono attraversare il rivestimento interno delle arterie, rimanere intrappolate nella parete vascolare e innescare una risposta infiammatoria. Con il passare del tempo questo processo favorisce la formazione e la crescita delle placche aterosclerotiche.
Le prove provenienti da studi genetici, epidemiologici e da sperimentazioni cliniche dimostrano che l’LDL non è soltanto associato all’aterosclerosi, ma rappresenta una sua causa diretta. Il danno dipende sia dal livello del colesterolo sia dalla durata dell’esposizione: anche valori non estremamente elevati possono diventare importanti quando persistono per decenni.
È per questo che la prevenzione non dovrebbe iniziare soltanto dopo i 60 o 70 anni. Il rischio cardiovascolare è il risultato di un’esposizione cumulativa che può cominciare molto prima della comparsa dei sintomi.
Qual è il valore giusto di colesterolo LDL?
La domanda più frequente è anche quella che non ammette una risposta unica. Non esiste infatti un valore di LDL ideale e identico per tutte le persone. L’obiettivo dipende dal rischio cardiovascolare complessivo, valutato considerando età, pressione arteriosa, fumo, diabete, funzionalità renale, familiarità, eventuali malattie cardiovascolari già presenti e altri fattori.
Le linee guida europee indicano obiettivi diversi a seconda del livello di rischio cardiovascolare. In generale, nelle persone considerate a basso rischio si punta a valori di LDL inferiori a 116 mg/dL, mentre in caso di rischio moderato l’obiettivo scende sotto i 100 mg/dL. Quando il rischio è elevato, il target diventa più stringente e si scende sotto i 70 mg/dL, con l’indicazione di ridurre il colesterolo LDL di almeno il 50 per cento rispetto al valore iniziale. Nelle persone a rischio molto alto, come chi ha già avuto un infarto o un ictus di origine aterosclerotica, l’obiettivo è ancora più basso, intorno ai 55 mg/dL, sempre con una riduzione di almeno il 50 per cento rispetto ai livelli di partenza.
L’aggiornamento 2025 delle linee guida della Società Europea di Cardiologia ha confermato questi obiettivi, ribadendo che l’intensità del trattamento deve essere stabilita sulla base del rischio individuale e non soltanto osservando un singolo numero nelle analisi.
Anche il riferimento compreso tra 35 e 54 mg/dL utilizzato nello studio di JAMA non deve essere interpretato come una nuova soglia terapeutica universale. È il livello teorico di esposizione associato al rischio minimo adottato dai ricercatori per calcolare la quota di malattia attribuibile all’LDL, non un obiettivo che ogni persona debba necessariamente raggiungere.
Il colesterolo totale non basta
Un valore di colesterolo totale apparentemente accettabile non permette, da solo, di valutare il rischio. È necessario osservare l’intero profilo lipidico, che comprende colesterolo totale, LDL, HDL e trigliceridi, e interpretarlo insieme agli altri fattori di rischio.
Una persona con LDL moderatamente elevato, pressione alta, diabete e abitudine al fumo può avere un rischio molto maggiore rispetto a un coetaneo con lo stesso valore di LDL ma senza altre condizioni. Il Progetto CUORE dell’Istituto Superiore di Sanità valuta infatti il rischio di infarto o ictus nei dieci anni successivi combinando colesterolemia, età, pressione arteriosa, fumo, diabete e altri parametri clinici.
Le più recenti indicazioni europee invitano inoltre a considerare, quando opportuno, fattori capaci di modificare la valutazione del rischio, come la presenza di aterosclerosi subclinica, il calcio coronarico e la lipoproteina(a). Quest’ultima è determinata soprattutto geneticamente e le linee guida suggeriscono di misurarla almeno una volta nella vita adulta.
Un problema diffuso anche in Italia
Il fenomeno non riguarda soltanto i Paesi con sistemi sanitari meno sviluppati. I dati preliminari dell’Italian Health Examination Survey dell’Istituto Superiore di Sanità mostrano che, nel biennio 2023-2024, tra gli italiani dai 35 ai 74 anni il 25 per cento degli uomini e il 30 per cento delle donne presentava livelli elevati di colesterolo totale oppure assumeva una terapia specifica.
Tra le persone interessate, circa due su dieci non erano consapevoli della propria condizione. Un dato che conferma il principale problema dell’ipercolesterolemia: senza un semplice esame del sangue può rimanere invisibile per molto tempo.
I controlli sono particolarmente importanti per gli over 40 e per chi presenta familiarità per infarto o ictus precoci, ipertensione, diabete, obesità, malattie renali, abitudine al fumo oppure una precedente patologia cardiovascolare. La frequenza degli esami deve però essere stabilita con il medico in base al profilo personale.
Cosa si può fare per abbassarlo
Alimentazione, attività fisica, controllo del peso e abbandono del fumo rappresentano la base della prevenzione cardiovascolare. A tavola è utile ridurre i grassi saturi presenti soprattutto in carni lavorate, burro, alcuni formaggi e prodotti industriali, sostituendoli con grassi insaturi provenienti, per esempio, da olio extravergine d’oliva, frutta a guscio e pesce. Legumi, cereali integrali, frutta e verdura aumentano inoltre l’apporto di fibre.
Lo stile di vita può produrre una riduzione significativa del colesterolo e migliorare contemporaneamente pressione, peso e metabolismo del glucosio. In presenza di valori molto elevati, predisposizione genetica o rischio cardiovascolare alto, tuttavia, la sola alimentazione può non essere sufficiente.
Le statine rimangono il trattamento farmacologico di prima scelta. Quando non permettono di raggiungere l’obiettivo, non sono tollerate o il rischio è particolarmente elevato, il medico può valutare altre terapie, tra cui ezetimibe, inibitori di PCSK9 e acido bempedoico. L’aggiornamento europeo del 2025 ha rafforzato l’importanza di una riduzione precoce e intensiva dell’LDL, soprattutto nelle persone ricoverate per una sindrome coronarica acuta.
Le stesse linee guida non raccomandano invece vitamine o integratori alimentari come strategia per ridurre il rischio cardiovascolare attraverso l’abbassamento dell’LDL. Qualunque modifica o interruzione di una terapia prescritta deve essere concordata con il medico.
Il vero messaggio della nuova ricerca
La nuova mappa mondiale non introduce una diversa definizione di colesterolo alto e non dimostra che ogni persona con un valore fuori scala sia destinata ad avere un infarto. Mostra però quanto possa essere pesante, su scala globale, l’effetto di un fattore di rischio comune, silenzioso e almeno in parte modificabile.
Il calo dei tassi di mortalità dimostra che prevenzione e terapie funzionano. L’aumento del numero assoluto dei decessi indica, nello stesso tempo, che controlli e trattamenti non raggiungono ancora una parte sufficiente della popolazione.
La conclusione non è quindi inseguire autonomamente il valore più basso possibile, ma conoscere il proprio LDL, inserirlo all’interno del rischio cardiovascolare complessivo e intervenire con la strategia più adatta. Perché il colesterolo non si sente, ma il suo effetto sulle arterie può accumularsi per tutta la vita.
