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Gianna Nannini: «Ai primi concerti mi tiravano i pomodori, ora America la cantano in tutti i paesi»

Gianna Nannini: «Ai primi concerti mi tiravano i pomodori, ora America la cantano in tutti i paesi»

La rocker presenta il nuovo album Giannagold a Milano tra orchestra sinfonica e duetti: il racconto di 50 anni di carriera che sfida il tempo.

Giacca di pelle, ciuffo davanti agli occhi, camminata inconfondibile. Al Teatro Gerolamo di Milano Gianna Nannini, 72 anni, presenta il suo nuovo disco, Giannagold. «Arriva per i 50 anni di carriera, ma non ho voglia di guardarmi indietro», avverte. «Non è un punto di arrivo, ma una partenza. Il momento in cui mi sono sentita più rock e viva è adesso».

Perché GiannaGold?

«È una celebrazione della mia resistenza in questo mondo musicale. In un momento di buio, di amplificazione del dolore, essere Gold è la risposta. Io sono Gold, voi siete Gold».

Il simbolo del disco è il fiore tarassaco, il soffione.

«Quando uno soffia, sparge i suoi piccoli fiocchetti, che vanno giù e rinascono subito. Non si sciupa mai, come me. È il mio portafortuna. La canzone Ricominciassimo, con Gazzelle, è dedicata proprio a questo fiore e a tutto il disco, perché siamo in un momento in cui ci vuole una nascita, non una rinascita».

A proposito, tra i nuovi incontri nel disco ci sono Dardust, Brunori Sas, Gazzelle e Marracash. Che cosa cercava da queste collaborazioni?

«Entrare in contatto con persone con cui fossimo sulla stessa lunghezza d’onda, mischiarci. Con Brunori Sas è stata un’affinità d’anima. Ci siamo incontrati a casa sua, in Calabria, davanti a un buon vino rosso buonissimo che produce la sua famiglia, e in due giorni, dopo aver mangiato e bevuto, è nata una canzone. Con Gazzelle è arrivata Ricominciassimo: sentivo nella sua musica una cultura popolare e romana. Non ho voluto levigare la sua interpretazione. Con Dardust, invece, è stato un bellissimo incontro. È la prima volta che faccio una produzione in Italia dopo tanti anni in Inghilterra».

Ha coinvolto Marracash nella canzone America. Perché?

«È stata una fortuna che abbia detto subito di sì. Volevo un respiro internazionale e mediterraneo, e Marracash ha saputo entrare in questo progetto. Adesso mi segue anche dal vivo, perché riesce a tenere la mia voce in un contesto che non avevo mai sentito prima».

La sua nuova America sembra meno nostalgia dell’originale.

«Le canzoni già cantate, le cosiddette cover di me stessa, acquistano valore se ci metti una variante. Me lo diceva Caterina Bueno, che mi ha insegnato il repertorio folk. Basta fare una variante, il futuro è una proiezione. Volevo dare una versione in cui si capisse il rock europeo, non quello americano. Poi è arrivato Conny Plank e mi ha detto: “Tu sei mediterranea, europea, ascolta te stessa, trova i tuoi suoni”. Siamo partiti dal mandolino, dai salteri e dal liuto, fino ad arrivare alla sinfonia».

Quando uscì America non fu capita in Italia.

«Andò male, malissimo, non se ne accorse nessuno. In Germania ero in classifica, mentre in Italia non se la filava nessuno per anni. Ai primi concerti a Firenze mi tiravano i pomodori mentre cantavo Janis Joplin. Nei teatri italiani cominciavo con America, come facevo in Germania, ma la gente non si alzava. A volte volavano gli abbonamenti e qualcuno arrivava alle mani. Forse si erano fatti un’immagine diversa di me. Ci sono voluti anni, ma adesso la canzone ha trovato la sua collocazione. La sanno tutti a memoria».

Il successo è sempre la risposta al duro lavoro?

«Non ho mai avuto paura di questo, perché sono consapevole che quello che faccio lo sento. Se uno non ha più successo, vuol dire che non c’è più niente da sentire. Non è che lo inseguo, è lui che insegue me. I sogni non sono soltanto qualcosa di materiale, per me il sogno è l’esistenza».

Nel disco ha reinterpretato quindici canzoni con un’orchestra sinfonica. Che cosa cambia nel suo modo di cantare?

«La sinfonia aggiunge armonici alla mia voce, dà qualcosa in più all’emozione. Ogni tanto sento che trascendo di più, ho qualcosa di forte che accompagna la voce e ci sto bene dentro. Gli arrangiamenti non sono tappeti che sottolineano la melodia. Sono contromelodie che, quando è necessario, si intersecano con la canzone. Ho scelto i brani più adatti, quelli più importanti e famosi, ma anche Mama, che non è conosciuta quanto gli altri e che mi piace molto cantare con la sinfonia».

Il punk è stato importante per la sua formazione?

«Moltissimo. Sono arrivata a Berlino per conoscere quel mondo, ho lavorato con Conny Plank e Annette Humpe, mentre esplodeva la Neue Deutsche Welle. I Sex Pistols sono probabilmente una delle mie band preferite. Del punk mi piace soprattutto l’atteggiamento: aprire uno strumento, non pensare e suonare. È una cosa che faccio anche al pianoforte, nonostante abbia studiato classica. Alla fine bisogna dimenticarsene e lavorare per frequenze. Mi piace quella forza, quella pelle addosso, quello spaccare con la voce».

Nel nuovo progetto c’è anche un libro fotografico, in uscita il 10 novembre. Che cosa racconta?

«È un libro visivo, un po’ biografico, realizzato con Alberto Bettinetti per La nave di Teseo. Per ogni fotografia ho registrato un audio in cui raccontavo quello che ricordavo dell’epoca, dell’immagine e del mio stato d’animo. Poi quei ricordi sono stati trascritti. Mi piacciono i libri che puoi aprire su una pagina qualsiasi e guardare una figura. Non tutti devono essere letti dall’inizio alla fine».

Il tour partirà il 15 marzo dal Forum di Milano. Come si prepara a salire sul palco?

«Il respiro è fondamentale. Sono asmatica e mi sono rotta quasi tutto. Però mi sono rimessa in piedi e oggi, con gli allenamenti, mi sento meglio. Ho imparato anche il qi gong, cinque minuti per far circolare l’energia e sono pronta. Non faccio rituali per proteggermi dalla paura».

Quando vede il pubblico davanti a sé, dopo 50 anni che cosa prova?

«Il vero piacere arriva quando finisce il concerto. Durante lo spettacolo non riesco a staccarmi, a chiacchierare, sono concentrata. Sento però una vibrazione molto forte, come se il pubblico fosse la mia vera orchestra. Mi relaziono con le persone che sono lì, e in quel momento le sento come se fossero l’umanità intera».

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