Nella cultura musicale italiana esiste una linea irregolare, sotterranea che attraversa generazioni diverse e linguaggi molto lontani tra loro. È la tradizione della comicità musicale provocatoria, una forma di satira che usa il corpo, il linguaggio sessuale e il cattivo gusto come strumenti di critica culturale. In questa genealogia entrano realtà profondamente differenti: Squallor, Skiantos, Elio e le Storie Tese e, oggi, Tony Pitony, unite da un filo rosso comune, ma separate da differenze radicali di stile, contesto e intenzione. È lungo questo filo rosso che si può collocare Tony Pitony, il vero vincitore di Sanremo grazie al travolgente remake di The Lady is A Tramp, con Ditonellapiaga, nella lunga notte delle cover. Siracusano, classe 1996, vero nome, pare, Ettore Ballarino, occhialini neri e maschera alla Presley, Pitony sa cantare, stare sul palco ed è accompagnato da una band di buoni musicisti. Nel suo curriculum ci sono sette anni alla Laine Theatre Arts School di Londra, dove si studiano sul serio canto, recitazione e danza.
Cacciato dai provini di X Factor anni fa, Tony arriva dalla periferia irriverente del web e si piazza al centro della scena pop con milioni di clic in streaming e like: è questa la parabola del finto Elvis.
I suoi brani dal sapore funky sono diventati virali anche per quel che dice nelle strofe. Nel caso di Pitony, l’elemento erotico assume spesso una forma caricaturale. Non si tratta tanto di raccontare il desiderio quanto di deformarlo, trasformandolo in una materia comica fatta di doppi sensi, allusioni e immagini volutamente grottesche (“Resterà di me solo una macchia sui vestiti di Chanel” canta nella hit del momento, Donne ricche). Il sesso diventa così un dispositivo di disturbo: serve a rompere la superficie rispettabile del linguaggio pop e a introdurre un elemento di infantilismo liberatorio.
Tutto inizia nei Settanta con gli Squallor: album a raffica, nessun concerto, nessuna intervista. Il gruppo, formato da figure centrali dell’industria discografica, come Alfredo Cerruti, Giancarlo Bigazzi, Daniele Pace e Totò Savio, fa dell’erotismo esplicito uno dei pilastri della propria satira. Nei dischi (Arrapaho, Tromba e Tocca l’albicocca, alcuni dei titoli), il linguaggio sessuale è deliberatamente eccessivo, quasi teatrale. I personaggi che popolano le loro canzoni, caricature di uomini di potere, di piccoli borghesi, parlano un linguaggio sboccato che riflette la volgarità nascosta della società italiana. In questo senso gli Squallor operano come un laboratorio clandestino: utilizzano la pornografia verbale per smontare il linguaggio ufficiale della televisione, della politica e della canzone leggera. E il fatto che a compiere questa operazione siano quattro pilastri del music business di quel tempo rende tutto ancora più comico e surreale.
Pochi anni dopo, su un terreno diverso, arrivano gli Skiantos guidati da Freak Antoni. L’arte degli Skiantos consisteva nel trasformare il rock in un gesto di sabotaggio culturale. La band bolognese introduce nella musica italiana un’ironia radicale che mescola punk, nonsense e provocazione dadaista. Le loro canzoni (tra i titoli cult, Mi piaccion le sbarbine e Ti rullo di kartoni) e le performance dal vivo non cercavano la perfezione musicale, ma lo smontaggio delle convenzioni dello spettacolo: ridere del rock per liberarlo dalla sua stessa retorica. Passa alla storia l’esibizione a Bologna nel 1979: si presentano in scena con scolapiatti e vasi da notte in testa. Poi, anziché suonare accendono dei fornelletti e si dedicano a una spaghettata. Il pubblico si infuria, gli tira di tutto, ma loro non si scompongono, anzi…
Negli anni Novanta questa tradizione viene ripresa e radicalmente trasformata da Elio e le Storie Tese. Il gruppo porta la satira musicale a un livello di sofisticazione tecnica rarissimo nel pop italiano. Le loro canzoni sono costruite con una competenza musicale sopraffina e attraversano generi diversi. Anche il loro erotismo cambia registro e diventa un gioco di citazioni, doppi sensi e parodie della cultura pop. Il sesso diventa un linguaggio ironico (“Servi della gleba a testa alta verso il triangolino che ci esalta”) che smonta i cliché della televisione, della pubblicità e della musica commerciale. Quando con La terra dei cachi, arrivano sul palco del Festival di Sanremo, nel 1996, lanciano nel tempio della canzone italiana il sasso di una comicità colta e dissacrante.
Ecco, se questa genealogia della provocazione musicale dice qualcosa sul presente, è che la risata oscena, il nonsense e l’ironia demenziale sono una valvola di sfogo ciclica, che riemerge ogni volta che il linguaggio pubblico diventa troppo regolato, troppo sorvegliato, troppo prevedibile. Ecco il perché del fenomeno Tony Pitony, sintomo del bisogno di rompere, almeno per un momento, le catene del politicamente corretto.
