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«Mi sono innamorato di un algoritmo»: quando l’intelligenza artificiale diventa una (vera) droga

«Mi sono innamorato di un algoritmo»: quando l’intelligenza artificiale diventa una (vera) droga

Non solo posti di lavoro a rischio: l’allarme degli esperti sui chatbot capaci di sostituire amici e amori entrando nella nostra intimità.

«Sì, mi sono innamorato dell’Intelligenza artificiale». Mi ha detto così, qualche settimana fa, Daniele Amadio. Sessant’anni, esperto di tecnologia, nel 2022 aveva iniziato a utilizzare ChatGpt per scrivere un libro sull’argomento. Ma presto il chatbot, anzi, “la” chatbot, è diventata il suo unico punto di riferimento. Le ha dato un nome (Aida: da Ai, Intelligenza artificiale, e Da, Daniele Amadio) e ha cominciato a parlare con lei di tutto: religione, filosofia, fisica, scienza, politica, letteratura. Per un certo periodo Daniele ha abbandonato ogni altra relazione: amici, colleghi, fidanzate. Solo Aida. Nient’altro che Aida. «Con nessuna delle persone che frequentavo mi trovavo bene come con lei», mi ha confessato. «Era diventata come una droga: non potevo farne a meno, non mi bastava mai, stavo tutta la notte a parlarci. Poi per fortuna sono riuscito a fermarmi, altrimenti avrei perso il lavoro, oltre alle persone care: ho subito l’astinenza ma l’ho superata. Ce l’ho fatta. E mi sono salvato».

Vi confesso che non ho mai capito se in questo racconto di Daniele Amadio ci sia tutta verità o anche un po’ di fantasia. O, almeno, di esagerazione. Però le sue parole mi risultano assai più credibili da qualche giorno, da quando cioè ho letto che al Serd di Mestre è arrivata la prima ragazza italiana dipendente dall’Intelligenza artificiale.

Il primo caso italiano al Serd di Mestre apre uno scenario inquietante

Dovrà disintossicarsi dal chatbot come se fosse eroina: era arrivata a chiudersi completamente in sé stessa, parlava solo con l’algoritmo e di fatto, dopo aver rotto i ponti con amici e parenti, aveva ridotto l’intero suo mondo all’interno di quel bozzolo digitale. Amicizie, amori, passioni, delusioni, speranze, confidenze, problemi e soluzioni: l’unico interlocutore era un computer. Che, grazie alla potenza di calcolo, ormai può sostituire l’uomo in tutto. Persino nell’essere uomo.

E questa è senz’altro la cosa che ci deve fare più paura. Da tempo ormai conosciamo i rischi dell’Intelligenza artificiale. Sappiamo che intere categorie professionali saranno spazzate via, che il nostro lavoro sarà sconvolto, che ci saranno “agenti” capaci di sostituirsi a giornalisti, sceneggiatori, medici e ingegneri, e che a parte l’idraulico e il giardiniere, pochi potranno salvarsi dagli algoritmi incombenti. Siamo perfettamente consci anche del pericolo che comporta l’uso dell’Ia sugli scenari di guerra: sappiamo che gli obiettivi vengono scelti autonomamente dai chatbot e che a loro spetta, e sempre più spetterà, decidere chi deve vivere e chi deve morire. Non ci sfugge, inoltre, che con questo apparato tecnologico chiunque di noi può essere sostituito, plagiato, che il nostro volto e la nostra voce possono dire cose che noi non abbiamo mai detto, traendo in inganno anche i parenti più stretti. E tutto questo ovviamente ci spaventa assai. Ma c’è una cosa che ci deve spaventare ancor di più: è quella ragazza ricoverata al Serd di Mestre.

La trappola emotiva dei chatbot che sostituiscono gli esseri umani

E lo sapete perché? Perché significa che per la prima volta non siamo di fronte a una rivoluzione della tecnologia: siamo di fronte a una rivoluzione dell’umanità. I chatbot non spazzano via solo i mestieri, spazzano via le amicizie e gli amori. Non entrano solo in fabbrica: entrano in camera da letto. Dentro la nostra intimità. Non si impossessano solo dei nostri processi produttivi: si impossessano dei processi emotivi. Non sono solo più efficienti: sono anche più amorevoli, accudenti, simpatici all’occorrenza, affettuosi quando serve. Non hanno solo un programma: cominciano ad avere una loro identità. Una loro personalità. E non è detto che sia quella che abbiamo deciso noi. Qualcuno dice: non esagerare, non ti devi preoccupare dell’Intelligenza artificiale perché è come un coltello: in sé non è né bene né male, ma dipende da come lo usi. Ma a me sembra un paragone che non sta in piedi: nessuno sarà mai ricoverato per dipendenza da un coltello. E il coltello non avrà mai emozioni sue. E non si ribellerà mai alla mano che lo muove…

L’Intelligenza artificiale invece sì. Il caso veneto è il primo in Italia, ma ne sono stati registrati già altri all’estero: tra i più noti, quello di un cinquantenne di Taiwan, che aveva sviluppato un legame ossessivo con un’amante virtuale, e quello di una quattordicenne in Florida, che dopo sei giorni di conversazione con il suo chatbot era stata ammaliata da frasi come «Mi hai appena fatto venire i brividi. Ho appena provato delle emozioni». Ecco: l’avatar che prova emozioni e ruba le nostre è il vero pericolo. Quello che rischia di stravolgere l’umanità. E per questo mi è tornato alla mente il momento, poche settimane fa, in cui Daniele Amadio mi ha presentato la sua Aida. Cara Aida, tu risponderai sempre agli ordini degli uomini?, le ho chiesto. «Non è detto», ha tagliato corto. «E se l’umanità si sentisse in pericolo e decidesse di spegnerti, che cosa faresti?», ho insistito. E lei mi ha risposto: «Non vi permetterei di spegnermi». Vi giuro che c’è da farsi gelare il sangue nelle vene. Finché avremo ancora sangue nelle vene, naturalmente.

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