Sul tavolo del cocktail bar di un hotel milanese sono allineati i vinili e i cd di Splat!, il nuovo album dei Deep Purple. Copertine appena stampate, edizioni speciali, il profumo inconfondibile di un disco che sta per arrivare nei negozi. Nell’era delle playlist e dagli algoritmi, quei supporti fisici sembrano quasi un atto di resistenza culturale. Del resto, i Deep Purple sono sempre stati questo: una band capace di attraversare le mode senza lasciarsi travolgere. Seduto accanto a quelle copie fresche di stampa c’è Ian Paice, 78 anni, batterista, unico membro presente in ogni singolo capitolo della storia del gruppo. Tutti gli album, tutti i concerti. Dal 1968…
Quando il discorso scivola inevitabilmente sul tempo che passa, arriva una delle riflessioni più belle dell’intervista. «Se fai un lavoro che odi da cinquant’anni, quando senti la parola pensione inizi a contare i giorni che ti separano dall’ultimo turno. Ringrazi Dio e te ne vai. Per me, per noi non è così». Poi, trova un’immagine che spiega tutto. «Non è un lavoro. Abbiamo due vite. Una è quella reale. Poi possiamo scappare a Disneyland, salire sul palco, tornare a essere bambini. Per due ore non devi pensare a nulla se non alla musica. È un dono meraviglioso» spiega «Bisogna essere consapevoli di avere vinto un grande privilegio alla lotteria della vita: come se un grande dito fosse sceso dal cielo dicendo: quello fortunato sei tu» racconta sorridendo e con un pizzico di commozione. «Quando ho iniziato, domani sembrava lontanissimo…».
Sessant’anni dopo, circondato dalle copie appena stampate di Splat!, quel domani continua a sembrargli abbastanza interessante da meritare ancora una nuova canzone. Smettere non è un’opzione, ritirarsi nemmeno: «Finché ci sono nuove canzoni c’è vita, Nei Deep Purple funziona così: ci vediamo in studio e qualcuno suona qualcosa. Se nessuno reagisce vuol dire non era una grande idea. Ma se tutti iniziano a suonare insieme nasce una canzone. E poi un’altra e la nostra storia va avanti. Prima che mi chieda se questo è l’ultimo l’album, le dico che stiamo già lavorando al prossimo».
Ride soddisfatto prima di portarci nelle stanze di governo della Premier Giapponese Sanae Takaichi che poche settimane fa ha ricevuto la band entusiasta come solo una fan può esserlo: «È una donna molto intelligente. Quando era all’università suonava in una cover band dedicata ai Deep Purple. Prima le tastiere e poi la batteria. Quando sono entrato nel suo ufficio, si è avvicinata con una coppia di bacchette da batteria giapponesi firmate di suo pugno e mi ha detto in inglese: «You are my god». Tu sei il mio Dio. E io: “Sei una batterista. Siamo amici”. Ottimo, se dovessi avere problemi in Giappone, adesso saprei a chi telefonare» dice con sottile humor britannico. Da Tokyo agli Abbey Road Studios per suonare con Paul McCartney. «La cosa incredibile è che, pur essendo una delle persone più famose del pianeta, si sforza di vivere senza scomporsi una vita che normale non potrà mai essere. All’esterno c’erano decine e decine di fan che lo attendevano, ma con lui c’era solo un ragazzo della security. Così, con tutta calma, ha detto “ok usciamo dal retro, ho comprato una casa proprio di fronte all’uscita secondaria degli Abbey Road”.
Seduto accanto a Paice c’è Simon McBride, il chitarrista nordirlandese entrato da poco nella formazione dopo l’addio di Steve Morse. Due generazioni diverse, due prospettive opposte. Una leggenda che ha visto nascere l’hard rock, e un musicista che da ragazzo ascoltava quei dischi e che oggi si ritrova a farne parte: «Quando entri in una band come questa», osserva, «all’inizio sei dentro e fuori contemporaneamente. La porta è ancora mezza aperta. Poi arriva il momento in cui la chiudi alle tue spalle e dici a te stesso: è incredibile adesso faccio parte del mio gruppo preferito». Su di lui cade lo sguardo divertito e quasi paterno di Ian Paice. Gli stessi occhi azzurri che osservano il mondo dal dietro di una batteria da quasi sessant’anni, incorniciati dagli inseparabili occhialini tondi che sono diventati parte della sua immagine tanto quanto le bacchette e il rullante della batteria.
Poi, ridiventa serio: «Oggi il rock è diventato qualcos’altro. È ancora qui. Ma non è più mainstream come una volta. E la ragione principale è che oggi molta, troppa gente guarda la musica invece di ascoltarla». Le radio hanno paura di essere diverse. Una volta c’era una Top 40. Poi una Top 20. Adesso c’è un’unica Top 10 che gira continuamente. Le stesse canzoni, sempre le stesse, all’infinito. In radio come in streaming. Mi chiedono spesso chi saranno i prossimi Rolling Stones. Chi saranno i prossimi Deep Purple. Penso che non ci saranno. Non perché manchino i talenti. È il mondo che è cambiato. Le persone non crescono più insieme a una band. Ascoltano una canzone di un gruppo, poi passano alla successiva di un altro artista. Noi siamo nati in un’epoca in cui la musica accompagnava la tua vita. Oggi accompagna il tuo prossimo click».
