Caro Direttore,
siedo da un mese nel nuovo Consiglio d’amministrazione della Fondazione Orchestra Regionale Toscana e Le scrivo perché ho avuto gioia autentica dal concerto che Donato Renzetti ne ha diretto, la vigilia di Natale, al Teatro Verdi di Firenze.
Sono musicista io stesso, abruzzese di Celano. Vivo a Ravenna per amore, ho la fortuna di girare il mondo e sono legato a Firenze dall’avervi studiato il pianoforte in Conservatorio negli anni ’80 con la fiorentinissima e superba Lucia Passaglia. Ho dunque ritrovato all’ORT amici uno più bravo dell’altro, e tutti più bravi di me.
Vede, Direttore, Lei sa bene che un’orchestra ha vita come d’un bambino che cresce, continua a diventare adulto ma mai invecchia. E questo è il suo miracolo, che però si compie solo se essa sia affidata a Maestri capaci di accompagnare dai veterani ai giovani orchestrali la stessa cura, lo stesso amore di suono e di fraseggio. Passandosi così l’arte fra di loro, gli anni e poi i decenni creano la voce che ogni gran compagine ha sua propria, riconoscibilissima.
Il Maestro Renzetti, che ha avuto l’ORT in carico tra gli anni ’80 e i ’90, tornava a dirigerla dopo quasi cinque lustri e l’emozione di questa sistole e diastole di musica e di vita ha traboccato nel concerto stesso aperto dai Tre Corali di Bach trascritti da Respighi, eseguiti con tanta bellezza strumentale di legato e di cantabile da far dimenticare finalmente quei cretini che danno al Tedesco un suonìno sterile e cianotico con la stessa impudenza di quegli altri che negano a Respighi la grandezza. Seguiva A spell for Green Corn: the MacDonald Dances di Maxwell Davies, col primo violino storico dell’ORT, Andrea Tacchi, nel ruolo di solista. Un pezzo cachettico; ma l’esecuzione ammirevolissima di tutti, e di Tacchi sopra tutti, violinista d’immenso pregio, l’ha nobilitato a farne uno schizzo quasi postromantico.
Chiudeva il programma l’Ottava Sinfonia di Dvorak, che con l’opera Rusalka e il Quintetto per pianoforte e archi in la maggiore è il frutto più alto dell’arte del boemo: molto più della celebrata Nona, detta “Dal nuovo mondo”, pendente in sé al pompierismo che l’affligge. Renzetti, con grandezza di conoscenza, gesto e idee che paragoni italiani viventi ha solo in Riccardo Muti e Elio Boncompagni, ha ricamato il difficilissimo tombolo della partitura cavando dall’Orchestra un’aristocrazia musicale di cui basta ricordare il melodiare caldo, appassionato e mai gridato, i pizzicati sinuosi fra gli archi ottenuti come fossero, tutti insieme, un’unica grande arpa delicata, e gl’infiniti giochi di dinamiche e colori coi fiati e timpani. È straordinario avere sui podii questi giganti ancora, in mezzo a miracolati d’ogni risma la cui baldanza asfittica infastidisce più dell’ignoranza.
Ecco, Direttore. L’Orchestra della Toscana è bellissima. E amministrarla è onore che per un musicista vale doppio.
Buon Anno!
Nazzareno Carusi
