Si chiama Napoleone Buonanotte, il suo ultimo brano. Canta di pinoli da schiacciare coi sassi e di un amore svanito Lucio Corsi, 33 anni, che l’anno scorso, in modo inatteso da vero underdog, è arrivato secondo al Festival di Sanremo col pezzo “Volevo essere un duro” e ha vinto il Premio della Critica Mia Martini. E da lì il successo, compreso un quinto posto all’Eurovision. Ora si prepara al tour nei palazzetti: il 27 novembre a Firenze, il 5 dicembre a Roma e l’11 dicembre a Milano. «Nel 2008, avevo 15 anni, al Mandela Forum di Firenze ho visto un concerto che mi ha cambiato la vita: sono stato folgorato dalla chitarra nera di Neil Young. Da quella notte non ho desiderato altro che capelli lunghi e una chitarra elettrica nera. A dicembre salirò su quel palco con i capelli lunghi e una chitarra nera». Ha preso una pausa dai riflettori nell’ultimo anno, che sembra stia per scadere. «Prima di tornare, bisogna avere qualcosa da raccontare», dice quando ci incontriamo davanti al suo pianoforte, nella sala di incisione di Milano, in zona Piazzale Loreto.
È pronto a ripartire dopo questa pausa?
«Mi serve ancora tempo per fare le cose come voglio, per essere soddisfatto di ciò che scrivo. Dopo i concerti prenderò ancora del tempo per comporre».
La popolarità le ha cambiato la vita?
«È bello essere amati da persone di ogni età, dà carica. E bisogna farsi scivolare addosso chi ti chiede: “Ma non vai più in televisione? Sei sparito”. Sto scrivendo cose nuove, è inutile farsi vedere quando hai canzoni brutte. È meglio pubblicare qualcosa di cui essere fieri, altrimenti diventiamo un prodotto, come un paio di scarpe».
Che cosa le interessa raccontare oggi?
«Io cerco di filtrare il mondo e immaginarmi qualcos’altro. Raccontare le cose come sono fuori dalla finestra è uno spreco di carta, di dischi e di spazio nei computer. Bisogna reinventarle, renderle migliori o peggiori, ribaltare le carte in tavola. Usare la fantasia».
Cos’è per lei la fantasia?
«Insegna a non avere paura delle cose mostruose, di quelle diverse da te. A capire che puoi convivere con ciò che non conosci, a dialogarci. La fantasia è la chiave della mia vita. Insieme alla solitudine, di cui ho bisogno».
Perché questo titolo, Napoleone Buonanotte?
«Racconto un’avventura fatta di grandi vittorie e ritirate, euforia e sconfitte, ritorni a casa, fughe ed esili. È una canzone narrativa, una canzone d’amore per la solitudine. Un Napoleone decadente, in qualche modo glam rock».
Il suono ricorda il cantautorato degli Anni 70.
«Lo inseguo da anni, è vicino alle cose che ho fatto in passato. Il folk con interventi delle chitarre è qualcosa che ho affinato nel tempo, come mia nonna che dal 1959 prepara i tortelli al ragù. Mi interessa cambiare, sia nel suono sia nel modo di scrivere, ma ci vuole tempo. Il disco lo sto costruendo in questi mesi. Non potrei sopportare di pubblicare qualcosa di cui non sono convinto. Quando sarà il momento, riapparirò».
Tre anni è il tempo che passa tra un suo disco e l’altro. Continuerà così anche ora che le pressioni di discografia e pubblico sono maggiori?
«Non sono un juke-box: se non ho canzoni valide, non vado avanti. Non è che perché più persone aspettano il mio disco, allora io debba cambiare il mio modo di pensare alla musica. Altrimenti me ne pentirei amaramente».
Quanto le assomiglia Napoleone?
«Per niente, forse solo in altezza! (Ride). Mi riconosco piuttosto in questa sindrome di dover andare via e poi tornare a casa».
Quali sono i suoi punti fermi?
«Le persone che mi sono sempre state accanto. A Sanremo avevo Tommaso (Ottomano, ndr), invece Francis (Delacroix, ndr) vive da me in questi giorni. I ragazzi che suonano con me sono gli stessi dai tempi del liceo. Mi sono circondato di persone fidate e le ho tenute strette. Nei momenti di tensione o in quelli negativi, è fondamentale averle accanto».
Dice spesso che ha bisogno di stare solo, perché?
«Sono legato alla campagna e a quello che si porta dietro. Per me la solitudine è legata alla scrittura. Ho sempre sofferto quando dovevo dedicare parte del mio tempo a qualcosa che non era la musica: divento matto, sento che sto sbagliando perché non sono al pianoforte o a scrivere. È una mania, anche negativa, ma finora è ciò che ho sempre voluto. Per fare le cose bene e a fondo, ci vuole anche un po’ di mania. Il mio equilibrio non è tanto equilibrato, però ci sguazzo. E quando non ce l’ho, la solitudine mi manca».
Nel tour proverà anche canzoni inedite. Non teme di bruciarle?
«Le canzoni sono già fantasmi, non si bruciano. Mi piace testarle dal vivo perché capisco come registrarle, dove posizionarle in scaletta e che reazione provocano. È un momento di ascolto, non necessariamente di coinvolgimento canoro del pubblico. A me piace andare a un concerto di un artista che stimo e sentire un brano che non conosco».
Perché non canta più le canzoni dei suoi primi Ep ?
«Faccio fatica, perché le ho scritte al liceo e non mi riconosco più. Non le rinnego, sono state importanti. Ma penso sia positivo non sentirmi ancora in quei panni: quelli che vogliono essere giovani per sempre mi stanno antipatici».
La fantasia è una risposta a ciò che succede nel mondo?
«Sì. Reinventare le cose con la fantasia è un atto importante. Incontri situazioni assurde, mostruose, diverse da te, e impari a dialogarci. Anche tanti casini politici derivano da persone che non hanno confidenza con l’immaginazione. Hanno paura, e la paura si combatte immaginando, abituandosi a ciò che è lontano da noi. La fantasia resta rivoluzionaria».
Che cosa pensa delle recenti manifestazioni a Milano?
«La violenza è sempre da condannare. Ma amo quei ragazzi che sono scesi in piazza, incazzati, per chiedere un futuro migliore. Loro sono il presente: non siamo noi, sono loro che vanno a scuola e che dovranno vivere nel mondo che stiamo costruendo. È una grande speranza vederli insieme a lottare per un’istruzione migliore. Mi dispiace che chi distrugge le vetrine e chi manifesta pacificamente non riesca ad avere un sogno comune. Invece dovrebbero averlo».
Ha un ricordo del suo liceo?
«Ho frequentato il Liceo Scientifico di Grosseto, e in classe c’era una crepa nel muro della classe, un buco da cui si vedeva il giardino. Di recente ho chiesto a dei ragazzi che lo frequentano oggi se quella fessura ci fosse ancora: è ancora lì».
Chi consulta quando ha dei dubbi?
«Mia nonna è un insegnamento già solo a guardarla: dal 1959 a oggi è rimasta inscalfibile. Andava a scuola con il calesse, insieme alle altre otto sorelle, ed è stata l’unica ad avere la patente. Ha costruito il ristorante, dove le ha fatte lavorare tutte. Anche mia madre e mia zia hanno dedicato la vita al lavoro. È un insegnamento gigantesco, che mi ha spinto a rimboccarmi le maniche».
In famiglia c’è qualcuno che la critica?
«Mia madre, soprattutto al primo ascolto dei miei pezzi. Poi, dopo qualche giorno, viene a dirmi che se n’è pentita».
