Ci sono città che possono essere raccontate attraverso i loro monumenti, altre attraverso la storia, altre ancora attraverso una serie di luoghi riconoscibili che, messi uno accanto all’altro, finiscono per costruire un’immagine condivisa. Tokyo appartiene a una categoria diversa, perché ogni tentativo di fissarla sembra arrivare con qualche secondo di ritardo: mentre la si fotografa, un quartiere cambia volto, una vecchia insegna scompare, un edificio viene demolito, una strada apparentemente anonima diventa improvvisamente il centro di una nuova geografia urbana. È forse per questo che la fotografia di strada continua a essere uno degli strumenti più efficaci per raccontarla, non tanto perché riesca a spiegare Tokyo, quanto perché accetta fin dall’inizio l’impossibilità di farlo.
È da questa idea che nasce Now Is Now Tokyo, il nuovo volume pubblicato da teNeues e curato dal fotografo Lukasz Palka, che riunisce diciotto autori chiamati a osservare la stessa metropoli senza cercare di restituirne una versione uniforme. Il risultato non è la Tokyo da cartolina, quella dei neon di Shinjuku, dell’incrocio di Shibuya o dei templi utilizzati come contrappunto estetico alla città futuristica, ma un organismo molto più ambiguo, fatto di dettagli minuscoli, solitudini improvvise, corpi che si sfiorano senza incontrarsi, vecchi negozi schiacciati dai nuovi edifici, luci artificiali e momenti in cui una delle città più affollate del mondo sembra quasi svuotarsi.
Palka conosce bene questa contraddizione. Nato in Polonia, cresciuto negli Stati Uniti e residente a Tokyo dal 2008, fotografa da anni la capitale giapponese considerandola non come uno sfondo, ma come un soggetto vivo, mutevole, quasi impossibile da possedere attraverso un solo sguardo. In Now Is Now Tokyo rinuncia infatti all’idea dell’autore unico e costruisce un ritratto corale nel quale sensibilità molto differenti possono convivere, da chi cerca l’energia più nervosa e cinematografica della città a chi aspetta invece il gesto apparentemente insignificante, una persona davanti a una serranda, un riflesso sul vetro, una figura isolata dentro uno spazio enorme.
È proprio qui che il libro diventa qualcosa di più interessante di una raccolta di belle fotografie. Tokyo è una delle città sulle quali la cultura popolare occidentale ha proiettato più fantasie: il futuro tecnologico, il cyberpunk, la perfezione organizzativa, il caos ordinato, la cultura kawaii, i capsule hotel, i treni pieni, le insegne luminose, i robot, i convenience store aperti ventiquattr’ore su ventiquattro. Un repertorio visivo talmente potente da avere finito, in parte, per nascondere la vita quotidiana dietro la propria rappresentazione. Le fotografie raccolte nel volume fanno il percorso opposto, riportando l’attenzione sulle persone e su ciò che avviene quando apparentemente non sta accadendo nulla.
La Tokyo più interessante finisce così per essere quella delle interruzioni. Una città densissima nella quale esistono enormi spazi di solitudine, ipertecnologica ma ancora disseminata di gesti analogici, ossessionata dalla novità e allo stesso tempo legata a rituali che si ripetono quasi immutati. Il paradosso è che proprio la velocità con cui Tokyo produce immagini nuove rende la fotografia una forma di conservazione: lo scatto che oggi sembra descrivere il presente, fra pochi anni potrebbe già documentare qualcosa che non esiste più.
È un meccanismo che riguarda molte grandi città, ma che nella capitale giapponese assume una dimensione quasi estrema. Fotografare una strada significa spesso registrare una configurazione temporanea; fotografare un piccolo ristorante, una facciata o un passaggio ferroviario può significare costruire inconsapevolmente un archivio. Non c’è necessariamente nostalgia in questo processo, perché il cambiamento è parte dell’identità stessa di Tokyo, ma esiste una consapevolezza precisa: una metropoli non è fatta soltanto dalle architetture che decide di conservare, ma anche da tutto ciò che lascia scomparire.
Le immagini di Now Is Now Tokyo funzionano quindi come frammenti di presente sottratti per un istante alla trasformazione. Non cercano una definizione conclusiva della città e probabilmente è questo il loro punto di forza, perché Tokyo continua a sfuggire proprio nel momento in cui si pensa di averla capita. Diciotto fotografi possono guardarla nello stesso momento e vedere diciotto città differenti, tutte vere e tutte incomplete.
Forse è questa la lezione più affascinante del volume: per raccontare Tokyo bisogna rinunciare alla pretesa di possederla. Guardarla, invece, sapendo che ciò che abbiamo davanti potrebbe essere già sul punto di cambiare.
