da Roma
Nel «Museo dei ricordi smarriti» ci sono cose che non ci saranno più: un biglietto del cinema sgualcito, una bicicletta malandata, un computer troppo ingombrante per essere ancora funzionante. Poi, sotto un’altra teca, una sigaretta spezzata, con addosso un tratto deciso di penna, come a rimarcare la solennità di un atto sofferto. Tutt’intorno, una storia che non è giusto svelare fino in fondo, per non guastare il piacere della visione di Non oggi, cortometraggio con lo spessore del film compiuto, per la profondità della trama e il talento degli attori, a partire dal protagonista-regista, Sergio Castellitto.
Lo snodo principale è quello di un futuro con lo sguardo rivolto al passato, segnato dal dolore non del tutto cicatrizzato di una perdita e quella lieve malinconia dei ricordi che è insieme balsamo e rimpianto. Come sottinteso, una previsione che coincide con un auspicio: un domani le sigarette tradizionali potrebbero essere soltanto un ricordo. Per l’appunto, materiale di un bizzarro museo ad alto tasso emotivo.

Presentato questo pomeriggio alla Festa del Cinema di Roma e prodotto da Dude, il cortometraggio è stato realizzato in collaborazione con Philip Morris Italia prendendo spunto dalla trasformazione in corso nel settore del tabacco e dalla convinzione che l’unico modo per fortificare un’innovazione sia attraverso un cambiamento culturale. E che la settima arte sia uno straordinario veicolo per favorirlo e determinarlo. Per spingere le persone, non solo sul grande schermo, a spegnere, o meglio a spezzare, l’ultima sigaretta.
«Se vogliamo tenere al centro il tema della salute», riflette con Panorama.it Pasquale Frega, presidente e amministratore delegato di Philip Morris Italia, «dobbiamo ricordarci che la salute è un diritto, ma anche un dovere. Specie se si pensa agli effetti del fumo sulle persone che ruotano attorno al fumatore. Dunque, certe scelte coincidono con un gesto di responsabilità verso gli altri, oltre che sé stessi».
Ma perché un produttore di sigarette diventa il portavoce di questi messaggi? Non è una contraddizione?
È la stessa domanda che mi ha fatto Andrea Bocelli quando gli ho raccontato la piattaforma «Believe. Further», che insegue il medesimo obiettivo, ma con un altro linguaggio universale, quello della musica.
E lei cosa ha risposto a Bocelli?
Che se da subito, come azienda, dovessimo smettere di vendere le sigarette, faremmo un favore tanto alla concorrenza quanto alla criminalità organizzata.
Invece?
Invece crediamo alla gradualità di un processo che si sta già dimostrando inesorabile. In Italia, negli ultimi 8 anni, più o meno la metà dei fumatori ha abbandonato le sigarette tradizionali grazie alle opportunità oggi offerte da scienza e tecnologia. È una trasformazione che puntiamo ad accelerare ulteriormente.

Tentiamo lo stesso esperimento del corto, proiettiamoci in avanti, prendiamo un orizzonte di sei mesi. Come si potrà misurare il successo di questa iniziativa?
Prima di tutto dal dibattito che sarà stata in grado di creare. E poi da quello che staremo facendo noi come Philip Morris Italia. Se saremo impegnati a produrre un’altra iniziativa dello stesso spessore, allora vorrà dire che è andata davvero bene.
Ci conceda un piccolo spoiler per il pubblico: dopo i titoli di coda è presente una sorpresa. Un invito, stretto in uno slogan, a crederci un po’ di più. A cosa si riferisce?
Alla necessità di spingersi oltre nella lotta alle sigarette tradizionali. Perché è un fenomeno sociale estremamente complicato, alimentato in parte dalla confusione nella testa dei decisori. Ma è anche un invito a mettere il naso fuori, a guardare agli esempi virtuosi, come quello della Svezia, dove il 95 per cento dei cittadini ha abbandonato il fumo, preferendo soluzioni alternative per assumere la nicotina. E non è fiction.

In compenso, all’interno del film non si vede, nemmeno in un fotogramma, nessuno dei vostri prodotti di nuova generazione. Perché non portarli in scena in questa visione del futuro?
Perché la nostra non è un’operazione commerciale e dimostra la serietà con cui stiamo affrontando la tematica.
Quanto ha pesato il contributo di Sergio Castellitto nel farla emergere con chiarezza, senza che risultasse forzata o troppo didascalica?
Sin dal primo momento ha creduto nella bontà del progetto e del messaggio che c’è dietro. Ci ha aiutato a trasformare un’idea bella in qualcosa d’intenso, che tocca il cuore, fa venire le lacrime agli occhi alla stragrande maggioranza degli spettatori.
Compreso lei?
Compreso me. Sarà il coinvolgimento personale e l’investimento emotivo, sarà perché ciascuno di noi ha perso qualcuno d’importante nella sua vita e la trama spinge inevitabilmente a ripensarci, ma ho visto e rivisto il film molte volte e mi ha commosso sempre.
