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Philip Dick, l’autore visionario che rivoluzionò la fantascienza. Ecco perché è ancora attuale

Philip Dick, l’autore visionario che rivoluzionò la fantascienza. Ecco perché è ancora attuale

Droghe, visioni e universi paralleli: così Philip K. Dick ha cambiato la fantascienza e ispirato Blade Runner

Uno degli autori più visionari e influenti del XX secolo. Buona parte dei film di fantascienza più illustri si ispirano alle sue opere. Su tutti, ovviamente, Blade Runner. Stiamo parlando di Philip K. Dick. Brillante, tormentato, allucinato e allucinante. Brillante nella scrittura, innovativa nella forma e nei contenuti. Tormentato nella vita, costellata di ossessioni, disturbi, tentativi di suicidio e rapporti complessi con le donne. Allucinato dall’uso incontrollato di droghe a tal punto che egli stesso, durante un congresso di fantascienza, disse di credere che la sua vita fosse una simulazione e di vedere sé stesso in realtà diverse. Allucinante (e geniale), all’interno delle sue opere, nel mettere in discussione il vero e il falso: che cos’è reale? La risposta è lasciata al lettore.

Ubik: «Io sono vivo, voi siete morti»

Cominciamo da quello che è probabilmente il suo capolavoro letterario in senso assoluto. Ubik, pubblicato nel 1969, rappresenta il picco creativo e umoristico di Dick. Il piatto principale sono le numerose realtà o universi alternativi, l’uno dentro l’altro. Più precisamente, l’interferenza fra due piani di realtà, uno dei quali in continua trasformazione. Come contorno, alcuni pensieri sulla vita dopo la morte (una «semi-vita», nel caso del romanzo) nella quale le esperienze che ai personaggi sembrano reali sono fittizie. Celebre, in questo senso, è la citazione di uno dei protagonisti, rimasto nel mondo apparentemente come lo conosciamo, mentre gli altri sono bloccati in quello che si trasforma (più precisamente, regredisce, marcisce): «Io sono vivo, voi siete morti».

Vi abbiamo fatto venire il mal di testa, eh? Sì, la trama di Ubik è particolarmente complessa, con il lettore che si trova assorbito nel romanzo, si sente partecipe della realtà in trasformazione. Proprio a causa della complessità, presumibilmente, non ne è stato mai tratto un film, nonostante questo fosse, fin da subito, uno dei romanzi più apprezzati di Dick. E nonostante l’autore stesso avesse scritto una sceneggiatura per un’eventuale trasposizione cinematografica, mai realizzata.

Il cacciatore di androidi, alias Blade Runner

Chiariamo un concetto: il film è diverso dal libro, anche se ne riprende la trama a grandi linee e i temi principali. Su tutti, la difficoltà nel distinguere un androide da un essere umano. Nel romanzo, tuttavia, gli androidi sono macchine disumane, senzienti, ma prive di quell’empatia necessaria a qualificarli come uomini. Possono solamente limitarsi a simulare la natura umana. No, sono gli esseri umani ad avvicinarsi agli androidi, perdendo la loro umanità, la loro empatia. Finiscono addirittura per modulare il loro umore tramite un «modulatore Penfield», che li rende macchine a loro volta. Per tornare a sentirsi umani, superiori agli androidi, empatici, gli uomini utilizzano un apparecchio con cui condividono la sofferenza. Nel film invece no, gli androidi sono empatici, umani nel senso più profondo, anzi più umani degli umani.

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