In Cina, mentre in Occidente il dibattito ruota ancora attorno all’idea che l’intelligenza artificiale possa o meno sostituire uno psicologo, la Gen Z ha già scelto una terza via. Non è terapia tradizionale. Non è un chatbot. È qualcosa di più umano, più rapido, più spiazzante. Si chiamano instant response specialists, in cinese miao hui shi, e rappresentano la versione emotiva dei call center: risposte immediate, testuali, personalizzate. Sempre disponibili. Veloci. Praticamente istantanee.
Un modello che intercetta un bisogno profondo: essere ascoltati nel momento esatto in cui l’ansia emerge, senza mediazioni, senza burocrazia emotiva, senza il peso simbolico della “terapia” come istituzione.
Chi sono i “miao hui shi” e dove si trovano
Gli instant response specialists operano negli spazi digitali più familiari alla Gen Z cinese: marketplace integrati nei social media, piattaforme gig, ambienti ibridi dove lavoro, identità e intimità si sovrappongono senza soluzione di continuità. Con pochi yuan e senza appuntamenti è possibile avviare una conversazione privata con qualcuno che risponde nel giro di secondi.
Non si tratta di consulenze cliniche né di percorsi strutturati. Il servizio è semplice, quasi disarmante: ascolto, empatia, presenza. Uno spazio dove sfogarsi, raccontare una giornata storta, una pressione lavorativa insostenibile, una relazione che non funziona, la solitudine di un monolocale in una megalopoli. Spesso di notte. Spesso quando non c’è nessun altro a cui scrivere.
La promessa non è guarire, ma esserci. E per una generazione cresciuta nell’iper-connessione ma povera di contatto umano autentico, questa promessa vale moltissimo.
Una risposta emotiva alla solitudine urbana
Il successo dei miao hui shi racconta la Cina contemporanea meglio di molte analisi sociologiche. Racconta di giovani adulti che vivono soli, lavorano troppo, cambiano città rapidamente, costruiscono relazioni fragili e temporanee. Racconta di una società che ha accelerato ogni cosa — carriera, mobilità, aspettative — tranne la capacità di fermarsi ad ascoltare.
La terapia tradizionale, per molti, appare distante: costosa, lenta, istituzionale, spesso associata a uno stigma ancora presente. Gli instant response specialists aggirano tutto questo. Nessuna diagnosi. Nessun divano. Nessuna cartella clinica. Solo una conversazione immediata che restituisce, anche solo per pochi minuti, la sensazione di contare qualcosa per qualcuno.
In questo senso, il fenomeno non è una moda passeggera, ma una risposta funzionale a un vuoto strutturale.
Il lato economico: empatia come lavoro
Dal punto di vista economico, il modello si inserisce perfettamente nella logica del nuovo lavoro digitale cinese. Le tariffe sono flessibili, spesso calcolate sul tempo o sulla domanda. I guadagni possono arrivare a circa 10.000 RMB al mese — una cifra significativa, soprattutto per studenti universitari, genitori a casa o giovani lavoratori in cerca di redditi alternativi.
Chi offre il servizio non è necessariamente un “esperto” nel senso classico. È qualcuno che monetizza disponibilità emotiva, capacità di ascolto, linguaggio empatico. Una professionalità fluida, non certificata, ma perfettamente coerente con un’economia in cui tutto — anche l’attenzione — diventa una risorsa.
È qui che la questione si fa più complessa: quando l’ascolto diventa lavoro, e il conforto una micro-transazione, cosa succede al concetto stesso di cura?
Perché non sono (e non vogliono essere) terapeuti
Il confronto con la psicoterapia è inevitabile, ma rischia di essere fuorviante. Gli instant response specialists non promettono guarigione, né strumenti clinici. Non parlano di traumi, diagnosi o percorsi di lungo periodo. Offrono qualcosa di diverso: un sollievo immediato, una pausa emotiva, una presenza continua e potenzialmente illimitata.
Ventiquattro ore su ventiquattro. Senza confini geografici. Senza liste d’attesa. In una Cina dove milioni di giovani vivono lontani dalla famiglia e dove il supporto emotivo informale si è assottigliato, questa disponibilità permanente ha un valore enorme.
Ma è proprio questa assenza di confini a generare le prime crepe.
I rischi di un settore non regolamentato
La crescita rapidissima del fenomeno solleva interrogativi seri sulla qualità e sulla sicurezza del supporto offerto. Gli instant response specialists non hanno una formazione clinica e non sono tenuti a rispettare codici deontologici. Questo significa che potrebbero non riconoscere situazioni di disagio grave, fornire consigli inadeguati o trovarsi impreparati di fronte a dilemmi etici complessi.
La Cina, alla fine del 2025, ha rafforzato la normativa sulla sicurezza degli utenti, in particolare per quanto riguarda chatbot e servizi digitali. Ma il territorio umano degli instant reply providers resta in gran parte una zona grigia, dove l’innovazione corre più veloce della regolamentazione.
Il rischio non è solo individuale, ma sistemico: delegare il benessere emotivo a figure informali può diventare una scorciatoia pericolosa se sostituisce del tutto l’accesso a un supporto professionale.
Un segnale che va oltre la Cina
Liquidare il fenomeno come improvvisato o superficiale sarebbe un errore. Gli instant response specialists sono un sintomo, non un’anomalia. Raccontano una trasformazione globale: la salute mentale come servizio immediato, la relazione come esperienza frammentata, l’ascolto come prestazione.
È un modello che nasce in Cina, ma parla a tutte le società iper-performative del presente. Dove il bisogno di essere ascoltati corre più veloce delle istituzioni chiamate a rispondere. Dove il tempo è scarso, ma l’ansia è costante.
Forse non sono terapeuti. Ma raccontano, con una precisione quasi crudele, cosa succede quando l’empatia diventa un’infrastruttura parallela. E quando il conforto, invece di essere un diritto, si trasforma in un servizio on demand.
