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Essere belli non basta: che cosa ci rende davvero sexy (e perché cambia con le epoche)

Essere belli non basta: che cosa ci rende davvero sexy (e perché cambia con le epoche)

Da Marilyn Monroe a Brigitte Bardot e Alain Delon, i codici della seduzione cambiano con la società. Un viaggio dentro ciò che rende qualcuno davvero irresistibile.

La bellezza si può misurare, almeno ci si prova da secoli, costruendo proporzioni, canoni, simmetrie, classifiche e algoritmi capaci di trasformare un volto in una percentuale. Con il sex appeal le cose diventano molto più complicate, perché ciò che rende una persona irresistibile raramente coincide con ciò che la rende perfetta e, soprattutto, cambia continuamente insieme alla società che la osserva. Un corpo, un modo di parlare, un abito, un gesto o persino una forma di indifferenza possono essere considerati sensuali in un’epoca e quasi invisibili in quella successiva.

È la domanda attorno alla quale ruota Sexiness – The Secret of Irresistible Charm, il volume di Nils Ketterer pubblicato da teNeues, 272 pagine nelle quali immagini, storia della cultura popolare, moda, cinema e costume vengono utilizzati per inseguire una qualità che tutti riconoscono ma che diventa sorprendentemente difficile definire nel momento in cui si prova a spiegarla.

Per buona parte del Novecento l’industria culturale ha cercato di farlo costruendo archetipi potentissimi. Marilyn Monroe è diventata il simbolo di una sensualità insieme ingenua e consapevole, Brigitte Bardot ha trasformato l’apparente disordine in un codice estetico, Alain Delon ha dimostrato quanto il sex appeal maschile potesse dipendere da uno sguardo e da un atteggiamento prima ancora che dalla perfezione fisica. Hollywood, la fotografia, la pubblicità e la moda hanno prodotto generazioni di corpi ai quali il pubblico ha attribuito il ruolo di modello del desiderio.

Il punto interessante, però, è che quasi nessuno di quei modelli è rimasto intatto. La sensualità è probabilmente uno degli indicatori culturali più sensibili ai cambiamenti sociali, perché contiene dentro di sé il modo in cui un’epoca guarda il corpo, il genere, il potere, la libertà e perfino la trasgressione. Ciò che veniva considerato provocatorio negli anni Cinquanta oggi potrebbe apparire innocuo; ciò che per decenni è stato associato a un ideale estremamente codificato di femminilità o mascolinità si è progressivamente aperto a identità, fisicità e linguaggi molto più numerosi.

E c’è un altro paradosso contemporaneo. Viviamo nell’epoca nella quale il corpo non è mai stato tanto visibile: social network, piattaforme video, pubblicità, fitness, beauty e moda hanno trasformato l’immagine personale in una produzione continua. Eppure proprio questa sovraesposizione sembra avere reso il desiderio meno legato alla semplice quantità di pelle mostrata. Quando tutto può essere visto, fotografato, ingrandito e riprodotto infinite volte, il sex appeal torna spesso a nascondersi in qualcosa di molto più difficile da costruire: la sicurezza, l’ironia, l’ambiguità, il modo in cui una persona occupa lo spazio e perfino ciò che decide deliberatamente di non mostrare.

È qui che Sexiness diventa più interessante di un’antologia di icone seducenti. Ketterer tratta infatti la sensualità come un fenomeno culturale, attraversando rituali, tabù e convenzioni che cambiano nel tempo e nei diversi contesti, perché non esiste un corpo universalmente sexy nello stesso modo in cui non esiste un solo linguaggio universale della seduzione.

Anche la moda lo ha capito da tempo. Un abito può essere estremamente scoperto e risultare quasi privo di erotismo, mentre una silhouette rigorosa, una giacca maschile o un dettaglio apparentemente secondario possono produrre l’effetto opposto. Il desiderio lavora per associazioni, memoria e immaginazione molto più che per formule, e forse proprio questa impossibilità di standardizzarlo spiega perché continui ad avere una forza enorme nell’industria culturale.

La vera trasformazione degli ultimi anni riguarda però il rapporto fra sensualità e potere. Per molto tempo essere sexy ha significato soprattutto essere guardati; sempre più spesso significa invece decidere come essere guardati. È una differenza sottile, ma decisiva, perché sposta l’attenzione dall’approvazione esterna alla costruzione consapevole della propria immagine.

Alla fine rimane una definizione volutamente incompleta. Essere sexy non significa necessariamente essere belli, giovani, perfetti o provocanti. Significa produrre un’attenzione che non dipende interamente da ciò che si vede. Ed è forse per questo che, in un mondo nel quale tutto è diventato esposto, modificabile e immediatamente disponibile, il vero lusso del desiderio continua a essere ciò che resiste alla spiegazione.

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