Home » Tempo Libero » Cultura » Bora Chung: «Il capitalismo sta uccidendo le persone». L’horror racconta le contraddizioni della Corea

Bora Chung: «Il capitalismo sta uccidendo le persone». L’horror racconta le contraddizioni della Corea

Bora Chung: «Il capitalismo sta uccidendo le persone». L’horror racconta le contraddizioni della Corea
This picture taken on May 17, 2022 shows South Korean horror writer Bora Chung posing with her book “Cursed Bunny” during an interview with AFP at her apartment in the South Korean port city of Pohang. – A head pops out of the toilet. A woman gets pregnant thanks to birth control pills: South Korea’s Booker prize nominee Bora Chung’s short stories are full of horror, inspired by her own lonely life. (Photo by Jung Yeon-je / AFP) (Photo by JUNG YEON-JE/AFP via Getty Images)

La scrittrice sudcoreana, finalista all’International Booker Prize con Coniglio maledetto, racconta in esclusiva a Panorama perché la realtà può essere più grottesca della finzione. Dal corpo femminile alle discriminazioni, dal ruolo dei traduttori alla Korean Wave, una conversazione sui mostri della letteratura e su quelli della società contemporanea

Un autobus a pianale ribassato, progettato per permettere anche alle persone in sedia a rotelle di utilizzare il trasporto pubblico, che riparte senza far salire proprio i passeggeri per i quali dovrebbe essere accessibile. È uno degli episodi che Bora Chung racconta quando le viene chiesto perché l’orrore, il fantastico e il grottesco occupino uno spazio così importante nella sua scrittura. Non una scena inventata per uno dei suoi racconti, ma qualcosa che la scrittrice dice di aver osservato nelle strade di Seoul, dove la distanza tra le intenzioni dichiarate di un sistema e il suo funzionamento reale può assumere contorni talmente assurdi da sembrare già materiale narrativo.

È una delle chiavi per comprendere l’universo letterario dell’autrice sudcoreana, diventata una delle voci più riconoscibili della narrativa fantastica contemporanea dopo che Cursed Bunny, pubblicato in Italia nel 2024 con il titolo Coniglio maledetto, è entrato nella shortlist dell’International Booker Prize del 2022, nella traduzione inglese di Anton Hur. Dieci racconti nei quali horror, fantascienza, fiaba e grottesco si incontrano, portando il lettore in mondi nei quali oggetti apparentemente innocui possono trasformarsi in strumenti di vendetta, il corpo umano assume forme inquietanti e le strutture sociali diventano spesso più minacciose delle creature immaginarie.

Eppure, nel corso di questa intervista esclusiva a Panorama, realizzata nell’ambito del progetto From Page to Culture: Korean Literature in the Global Imagination, Bora Chung mette in discussione anche una delle abitudini più diffuse tra i lettori internazionali: cercare un significato culturale nascosto in ogni elemento di una storia coreana. Quando le viene chiesto se le interpretazioni straniere dei suoi racconti l’abbiano sorpresa, risponde con una considerazione disarmante: molti lettori europei temono di non comprendere correttamente il presunto simbolismo tradizionale del coniglio, ma quel simbolismo, nel caso delle sue storie, non esiste. Lo ha inventato lei.

È un passaggio che racconta molto del momento attraversato dalla letteratura sudcoreana, oggi al centro di un’attenzione internazionale cresciuta ulteriormente dopo il Nobel a Han Kang. Perché il successo di una produzione culturale può aprire nuove possibilità agli autori, ma può anche spingere il pubblico a considerare ogni opera come una spiegazione della società dalla quale proviene, attribuendo alla letteratura una funzione rappresentativa che non necessariamente coincide con le intenzioni di chi scrive.

Bora Chung rivendica invece la libertà del genere, il piacere dell’invenzione e la possibilità di raccontare storie che siano prima di tutto capaci di coinvolgere i lettori. Non significa rinunciare a una posizione politica. Al contrario, quando parla della Corea contemporanea, il suo giudizio diventa esplicito, soprattutto nei confronti delle discriminazioni, della violenza contro le donne e delle condizioni dei lavoratori. Ma significa rifiutare che ogni racconto debba essere interpretato soltanto come una metafora sociale o un documento sulla Corea.

Nata a Seoul nel 1976, studiosa di letterature slave e traduttrice dal russo e dal polacco, Chung ha sviluppato una scrittura che attraversa generi differenti senza considerare la narrativa fantastica una forma minore rispetto al realismo. In Italia Coniglio maledetto è stato pubblicato da La Tartaruga nella traduzione di Andrea De Benedittis, una circostanza particolarmente interessante per un’autrice che considera il traduttore non soltanto un intermediario linguistico, ma una figura capace di orientare l’esperienza stessa della lettura.

Nella conversazione in esclusiva con Panorama emergono il rapporto tra l’assurdo e la realtà, la centralità del corpo femminile, il peso del capitalismo, le aspettative del pubblico internazionale e la convinzione che non sia necessario comprendere perfettamente ogni riferimento culturale per apprezzare una buona storia.

L’orrore, il corpo e le contraddizioni della società

La letteratura coreana sta ricevendo oggi un’attenzione internazionale senza precedenti. Dal suo punto di vista, che cosa è cambiato maggiormente nel modo in cui il mondo legge gli scrittori coreani?

«La letteratura coreana offre una varietà enorme di opere, quindi non vorrei generalizzare, ma penso che sia divertente. In diverse fiere del libro ho visto molti lettori europei cercare specificamente thriller coreani. Inoltre, tanti lettori mi raccontano di aver cominciato a leggere web novel coreane. Si tratta soprattutto di narrativa di genere scritta per intrattenere. Io stessa appartengo principalmente ai generi horror e fantascienza. Sono contenta che i lettori non coreani trovino interessante la nostra letteratura. Kim Bo-young, una delle mie scrittrici di fantascienza preferite in assoluto, ha recentemente pubblicato Odissea stellare. Spero che i lettori italiani la trovino affascinante quanto la trovo io».

La sua narrativa utilizza spesso l’horror, il fantasy, il grottesco e l’assurdo per descrivere strutture sociali molto reali. Perché queste forme sono così efficaci nel rappresentare la Corea contemporanea? C’è qualcosa che il realismo da solo non riesce a esprimere?

«Trovo che la realtà sia spesso molto assurda e grottesca. Per esempio, ho visto autobus a pianale ribassato rifiutarsi di far salire un passeggero in sedia a rotelle. Questi autobus sono stati introdotti proprio per accogliere persone in carrozzina, passeggini e altri passeggeri che hanno difficoltà a salire le scale. Eppure, nelle strade di Seoul ho visto quegli autobus andarsene davanti alle persone che ne avevano più bisogno. C’è poi il problema del femminicidio. La polizia coreana, le altre autorità preposte all’applicazione della legge e lo stesso governo si rifiutano di riconoscere il femminicidio come concetto. I femminicidi vengono classificati come “crimini senza movente”. Un atteggiamento del genere è una farsa. Ma nello stesso tempo rappresenta un insulto alle vittime e un orrore per tutte le donne coreane. Romanzi realistici come Kim Jiyoung, nata nel 1982 mostrano un modo per rappresentare accuratamente la società coreana; l’horror e il fantasy offrono altri modi per raccontare ciò che provo come donna coreana che vive dentro questa commedia dell’orrore».

Nei suoi racconti, i luoghi di lavoro, le famiglie, le istituzioni e i sistemi economici possono risultare più spaventosi dei mostri. Quali aspetti della società contemporanea la turbano o la preoccupano maggiormente come scrittrice?

«Il capitalismo. Corrieri e lavoratori dei magazzini crollano perché sono sottoposti a ritmi di lavoro eccessivi, vengono pagati troppo poco e non sono protetti dalle condizioni meteorologiche estreme, come i quaranta gradi dell’estate e i venti gradi sotto zero dell’inverno. I lavoratori migranti muoiono nei campi e nelle fabbriche, e le aziende e i loro proprietari li trattano come spazzatura. Il capitalismo sta uccidendo le persone e distruggendo questo pianeta. Ho davvero paura».

Il corpo, nelle sue opere, viene spesso trasformato, minacciato, mercificato o reso estraneo. Perché è diventato un territorio così importante per lei, sia dal punto di vista letterario sia da quello politico?

«Gli esseri umani vivono nel corpo e attraverso il corpo. Come per tutti gli organismi viventi, il corpo umano è l’unica cosa che possediamo davvero. Chiunque abbia un corpo che può avere le mestruazioni, rimanere incinta e partorire sa quanto tutte le strutture sociali cerchino, in qualche modo, di mercificarlo, controllarlo, venerarlo e/o condannarlo. Avere un corpo differente significa vivere la vita in un modo completamente diverso, nel bene e nel male. Questo apre innumerevoli possibilità all’immaginazione. E immaginare tipi differenti di corpi mi permette di comprendere, o quantomeno di provare a comprendere, vite differenti».

Il coniglio maledetto, i lettori internazionali e il lavoro dei traduttori

Quando Cursed Bunny ha cominciato a viaggiare attraverso lingue e Paesi differenti, i lettori internazionali hanno mai interpretato i suoi racconti in modi che l’hanno sorpresa? Le sembra che i lettori coreani e quelli stranieri leggano talvolta versioni diverse dello stesso libro?

«I lettori europei a volte sembrano più preoccupati dalla possibilità di interpretare male il “simbolismo coreano” presente nei racconti. Non esiste alcun simbolismo coreano tradizionale legato ai conigli nelle mie storie. Ho inventato tutto. Mi sembra che gli appassionati di horror e di narrativa di genere, ovunque si trovino, si sentano più a loro agio con Cursed Bunny. Di recente un lettore australiano mi ha suggerito di scrivere una storia con canguri maledetti. Un’idea meravigliosa! Scrivo horror, fantasy e fantascienza. Sono una scrittrice di genere e scrivo per intrattenere. Spero che i miei lettori si divertano».

La traduzione è stata fondamentale per la vita internazionale delle sue opere. Che cosa, secondo lei, deve assolutamente sopravvivere quando una storia passa in un’altra lingua? E quali cambiamenti è disposta ad accettare?

«Le lingue europee hanno generalmente strutture grammaticali più complesse rispetto al coreano. Il genere grammaticale ne è un esempio. I miei traduttori devono spesso decidere il genere di un robot, di un’automobile intelligente o di un animale maledetto, perché l’originale coreano non lo specifica. Credo che gli elementi più importanti siano gli omicidi e le storie di fantasmi. E questi esistono in ogni cultura e in ogni lingua, quindi non me ne preoccupo».

Come considera il ruolo del traduttore: interprete, mediatore culturale o, in un certo senso, un’altra voce creativa all’interno dell’opera?

«Credo che il traduttore sia una sorta di curatore. Sceglie quali opere meritino di essere tradotte. Anche quando è l’editore ad acquistare un libro, alla fine è il traduttore a dover accettare il testo e il lavoro necessario per tradurlo. Poi sceglie le parole e le espressioni più appropriate tra una serie di sinonimi e formulazioni simili. Il traduttore cura l’esperienza fondamentale che costituisce il mondo all’interno dell’opera letteraria. Ma spetta al lettore attraversare quell’esperienza e trovarvi il proprio significato».

Molti lettori internazionali incontrano oggi la Corea attraverso il K-pop, il cinema o i K-drama prima ancora di prendere in mano un libro coreano. Pensa che la Korean Wave abbia modificato il modo in cui la letteratura coreana viene accolta all’estero, in positivo o in negativo?

«Sì! Credo che la Korean Wave abbia abbassato la barriera d’accesso alla letteratura coreana per moltissimi appassionati. Ho sentito raccontare da tanti lettori non coreani che il loro primo incontro con la cultura coreana è avvenuto attraverso i K-drama o il K-pop. Quell’esperienza è piaciuta loro ed è per questo che hanno cominciato a leggere libri coreani. Le persone che apprezzano un settore della cultura coreana sono disposte a esplorarne anche altri. Penso di essere debitrice a tutti i grandi creatori del K-pop, del cinema e dei K-drama tanto quanto lo sono nei confronti degli altri scrittori coreani e dei traduttori che hanno aperto la strada».

La libertà di scrivere senza dover rappresentare un Paese

L’etichetta “K-literature” sta diventando sempre più diffusa a livello internazionale. Crea una visibilità utile oppure rischia di spingere gli scrittori a rappresentare una determinata immagine della Corea, fatta di traumi, competizione, disuguaglianze, patriarcato e violenza sociale? Gli autori hanno talvolta bisogno di opporsi a queste aspettative?

«Gli scrittori coreani scriveranno quello che vogliono scrivere, indipendentemente dall’etichetta. Ci sono autori che raccontano i traumi storici e le tragedie della violenza di Stato, mentre altri si specializzano nei cosiddetti cozy novels, i romanzi consolatori. Altri ancora trasformano l’orrore del capitalismo e della competizione esasperata in thriller agghiaccianti o avvincenti romanzi polizieschi. Esistono tante storie quanti sono gli scrittori, e ognuna è diversa dalle altre. È proprio questo il bello».

Che cosa può rivelare la letteratura della Corea che musica, cinema o televisione non riescono a mostrare? E che cosa spera che i lettori internazionali comprendano diversamente del Paese dopo aver letto narrativa coreana?

«La letteratura può spiegare narrazioni e contesti complessi molto meglio del cinema o della televisione. E credo che sia molto più personale. Non dico addio di Han Kang, per esempio, potrebbe probabilmente diventare una serie televisiva straordinaria. Ma la recitazione costituisce già una forma di interpretazione. Quando si legge, invece, il lettore deve immaginare ogni singola frase e sentire tutto da sé, senza l’aiuto di qualcuno che gli mostri che cosa sta accadendo. Penso che sia un’esperienza profondamente potente. Spero che i lettori internazionali si sentano a proprio agio con la letteratura coreana e con i prodotti culturali coreani in generale. Non è necessario “comprendere correttamente” qualcosa per apprezzare della buona letteratura. E in Corea ci sono tantissimi scrittori. Spero che i lettori siano coraggiosi e provino opere differenti».

© Riproduzione Riservata