Home » Tempo Libero » Cinema » Lee Chang-dong torna dopo otto anni con sei minuti di applausi a Venezia. Perché tutti parlano di “Possible Love”

Lee Chang-dong torna dopo otto anni con sei minuti di applausi a Venezia. Perché tutti parlano di “Possible Love”

Lee Chang-dong torna dopo otto anni con sei minuti di applausi a Venezia. Perché tutti parlano di “Possible Love”
SEOUL, SOUTH KOREA – AUGUST 25: Actor Jo In-sung, Jo Yeo-jeong, Lee Chang-dong, Jeon Do-yeon and Sul Kyung-gu attend Netflix Film ‘Possible Love’ Production Presentation at Hotel Naru Seoul MGallery in Mapo-gu on August 25, 2026 in Seoul, South Korea (Photo by THE FACT/Imazins via Getty Images)

Lee Chang-dong torna a Venezia con Possible Love, il nuovo film dopo Burning: cast, trama, recensioni e il racconto della Corea divisa.

Otto anni sono passati da Burning e, per capire quanto siano lunghi, basta guardare ciò che è accaduto alla Corea del Sud nel frattempo: Parasite ha riscritto la storia degli Oscar, Squid Game è diventato uno dei fenomeni televisivi più grandi del mondo, il K-pop ha smesso definitivamente di essere percepito come una nicchia asiatica, le serie coreane sono entrate nelle abitudini del pubblico internazionale e Seoul è diventata una capitale culturale capace di esportare contemporaneamente musica, cinema, beauty, moda e immaginario. Lee Chang-dong, invece, non aveva più girato un lungometraggio dal 2018.

È tornato alla Mostra del Cinema di Venezia con Possible Love, un film di quasi tre ore costruito intorno a quattro persone, due matrimoni e una distanza sociale che, come spesso accade nel suo cinema, non ha bisogno di trasformarsi in una dichiarazione politica per essere percepita in ogni gesto. Quando sono arrivati i titoli di coda, il pubblico della Sala Grande si è alzato in piedi e gli applausi sono andati avanti per oltre sei minuti, mentre nelle stesse ore uscivano recensioni sorprendentemente concordi nell’indicare il film come uno dei titoli più forti passati finora dal Lido.

A Venezia la durata delle standing ovation è diventata ormai quasi un genere giornalistico a sé, con minuti contati, confrontati e trasformati rapidamente in una misura del successo, ma nel caso di Lee Chang-dong il dato interessante arriva dopo gli applausi, perché Possible Love segna il ritorno di un autore che in circa trent’anni ha realizzato appena sette lungometraggi e che, proprio per questo, non ha mai dato l’impressione di girare un film semplicemente perché era arrivato il momento di farne un altro.

Il ritorno di Lee Chang-dong otto anni dopo Burning

Prima di essere regista Lee Chang-dong è stato scrittore e nei suoi film quella formazione continua a sentirsi, non perché il cinema diventi letteratura illustrata, ma perché i suoi personaggi sembrano possedere una vita che precede l’inquadratura e continua oltre il momento in cui la storia decide di abbandonarli. Peppermint Candy attraversava vent’anni di Corea andando all’indietro dentro l’esistenza di un uomo, Oasis metteva al centro due persone che il resto della società preferiva osservare esclusivamente attraverso la loro marginalità, Secret Sunshine prendeva il lutto, la fede e il perdono e li portava in un luogo in cui nessuna risposta riusciva a bastare, mentre Poetry faceva convivere la ricerca della bellezza con una responsabilità morale impossibile da ignorare.

Poi, nel 2018, era arrivato Burning, libero adattamento di Murakami che sembrava inizialmente raccontare un triangolo tra tre giovani e finiva per diventare uno dei ritratti più precisi di una generazione divisa da una disuguaglianza che nessuno aveva bisogno di nominare esplicitamente. Da una parte c’era la precarietà di chi non sapeva quale posto avrebbe occupato nel futuro, dall’altra una ricchezza così naturale da non avere neppure bisogno di essere ostentata, e tra i due mondi cresceva un’inquietudine che il film non si preoccupava mai di risolvere completamente.

Possible Love torna dentro quella distanza sociale, ma questa volta Lee la porta dentro il matrimonio, dentro il modo in cui quattro persone guardano se stesse e gli altri e dentro quella parte della vita privata che continuiamo a considerare separata dalle condizioni economiche anche quando, in realtà, non lo è quasi mai.

Possible Love: due matrimoni ai lati opposti della stessa Corea

Sul Kyung-gu interpreta un saldatore che ha perso il lavoro, mentre Jeon Do-yeon è sua moglie; dall’altra parte ci sono una documentarista interpretata da Cho Yeo-jeong e il marito benestante di Zo In-sung, due coppie che appartengono a condizioni economiche molto diverse ma che finiscono progressivamente abbastanza vicine da poter osservare ciò che manca alla propria esistenza attraverso quella degli altri.

Il cast contiene già una parte importante della storia recente del cinema coreano, perché Sul Kyung-gu ha lavorato con Lee Chang-dong in Peppermint Candy e Oasis, Jeon Do-yeon era la protagonista di Secret Sunshine, interpretazione che nel 2007 le valse il premio come miglior attrice a Cannes, mentre Cho Yeo-jeong è diventata uno dei volti più riconoscibili del cinema sudcoreano nel mondo grazie a Parasite. Lee li mette insieme senza chiedere a nessuno di incarnare semplicemente il ricco, il povero, la vittima o il colpevole, perché nei suoi film le categorie diventano interessanti proprio nel momento in cui smettono di funzionare.

La documentarista decide di avvicinarsi alla coppia dei lavoratori e di trasformarne la vicenda in materia per un film, introducendo così una seconda forma di disuguaglianza che corre accanto a quella economica: la distanza tra chi vive un’esperienza e chi possiede gli strumenti, il tempo e il potere per trasformarla in racconto. È una questione particolarmente interessante proprio perché arriva da Lee Chang-dong, cioè da un uomo che da trent’anni costruisce il proprio cinema prendendo vite lontane dalla sua e cercando di capire quanto sia possibile avvicinarsi senza appropriarsene.

Non è più soltanto una storia sulla differenza tra chi possiede molto e chi ha perso quasi tutto, quindi, ma diventa anche una domanda sullo sguardo, su ciò che crediamo di capire quando osserviamo la vita degli altri e sulla facilità con cui l’empatia può confondersi con il privilegio di poter entrare e uscire da una realtà che per un’altra persona non è una scelta.

La Corea di Possible Love dopo Parasite e Squid Game

Il paragone con Parasite è inevitabile, sia perché Cho Yeo-jeong porta con sé un’associazione immediata con il film di Bong Joon-ho, sia perché ancora una volta il cinema coreano mette nello stesso spazio persone che appartengono a classi economiche lontane. Eppure Bong e Lee arrivano alla stessa frattura da direzioni completamente diverse, perché in Parasite la classe diventava immediatamente architettura, scale da salire e da scendere, grandi finestre aperte su giardini perfetti e piccoli seminterrati quasi al livello della strada, mentre in Lee Chang-dong la distanza sociale tende a insinuarsi nei rapporti, nelle conversazioni e nella percezione che ogni personaggio ha del proprio valore.

È anche ciò che rende Possible Love particolarmente interessante nel momento in cui arriva, perché la Corea che Lee aveva lasciato nel 2018 non è quella che ritrova nel 2026. In questi otto anni il Paese è diventato uno dei centri dell’immaginario globale e ciò che fino a poco tempo fa veniva presentato come Korean Wave oggi non ha quasi più bisogno di un’etichetta: il pubblico internazionale guarda serie coreane senza considerarle un genere esotico, ascolta gruppi K-pop senza dover conoscere prima la storia della Hallyu, compra cosmetici coreani, segue la moda di Seoul, conosce quartieri come Gangnam, Hongdae e Seongsu e, soprattutto, non ha più bisogno di essere convinto che la Corea possa produrre cultura capace di parlare al mondo.

Lee torna proprio quando quella vittoria sembra ormai acquisita e sceglie una prospettiva opposta, perché invece di raccontare fin dove sia arrivata la Corea guarda chi, dentro quella stessa corsa, è rimasto fermo o è stato lasciato indietro. Il successo globale del Paese e la vita di un uomo che ha perso il lavoro non sono due narrazioni in contraddizione, ma appartengono alla stessa realtà, e probabilmente è proprio questo che negli ultimi anni è diventato più difficile vedere dall’estero mentre l’immagine coreana si faceva sempre più desiderabile.

Il lavoro in Corea è molto più di uno stipendio

Il protagonista interpretato da Sul Kyung-gu è un saldatore licenziato e, presa isolatamente, potrebbe sembrare soltanto un’informazione utile alla trama, ma dentro la storia economica e sociale sudcoreana porta con sé un peso molto più grande. Il lavoro è stato uno degli elementi intorno ai quali la Corea ha costruito la propria trasformazione, dalla rapidissima industrializzazione del secondo Novecento alla crescita dei grandi conglomerati, fino a un sistema in cui scuola, università, ingresso nelle aziende e carriera sono rimasti per generazioni legati non soltanto al reddito ma all’idea stessa del posto occupato da una persona nella società.

Perdere quel lavoro, allora, significa perdere contemporaneamente una fonte di reddito, una posizione sociale, una parte dell’identità e, in alcuni casi, persino il linguaggio attraverso cui ci si era abituati a definire se stessi. Lee Chang-dong porta questa frattura dentro una coppia proprio perché è lì, molto più che nelle statistiche economiche, che la perdita smette di essere un dato e comincia a modificare la quotidianità, il desiderio, i silenzi, il modo in cui due persone si guardano e quello in cui immaginano il futuro.

Il film nasce del resto da una riflessione che Lee aveva cominciato molti anni fa, nel periodo delle grandi vertenze industriali e dei licenziamenti di massa che avevano lasciato una ferita profonda nella società sudcoreana, ma il progetto era rimasto fermo fino a quando quella domanda non ha trovato una forma nuova. Ed è significativo che torni oggi, quando automazione e intelligenza artificiale stanno riportando in primo piano un problema che sembrava appartenere soprattutto alla vecchia industria: che cosa succede all’identità di una persona quando il lavoro che le ha dato un posto nel mondo smette di avere valore o semplicemente scompare?

È per questo che Possible Love, pur partendo da una vicenda profondamente coreana, smette molto presto di essere soltanto un film sulla Corea.

Possible Love e quel “possibile” che cambia tutto

Anche il titolo sembra semplice finché non ci si ferma sulla parola che viene prima di “love”, perché Lee Chang-dong non ha chiamato il film Love, ma Possible Love, e quel “possibile” introduce immediatamente l’ipotesi contraria. Se un amore è possibile significa che potrebbe anche non esserlo, e la questione diventa allora capire quali condizioni debbano esistere perché una relazione possa resistere quando intorno cambiano il lavoro, il denaro, il potere e perfino la percezione che una persona ha di sé.

Non serve pensare all’amore soltanto in senso romantico, perché il film allarga progressivamente il significato del titolo alle relazioni tra persone che appartengono a mondi diversi e alla possibilità stessa di guardare qualcuno senza ridurlo alla categoria sociale in cui lo abbiamo incontrato. È anche qui che il documentario interno alla storia acquista importanza: avvicinarsi alla sofferenza altrui può significare comprenderla, ma può anche diventare il lusso di chi sa di poter tornare alla propria vita quando ha finito di osservare.

Lee non sembra interessato a sciogliere la contraddizione, perché la sua forza è sempre stata precisamente questa, lasciare abbastanza spazio perché lo spettatore continui a muoversi tra interpretazioni incompatibili senza che il film gli consegni una posizione moralmente confortevole.

Il paradosso Netflix dietro il ritorno di Lee Chang-dong

La storia produttiva di Possible Love aggiunge un livello ulteriore perché il film, inizialmente pensato per una produzione e una distribuzione cinematografica tradizionali, ha trovato in Netflix la condizione necessaria per essere realizzato dopo che Lee Chang-dong non era riuscito a raccogliere il sostegno necessario attraverso i canali abituali.

Vale la pena fermarsi su questo punto perché stiamo parlando dell’autore di Burning, Poetry, Secret Sunshine e Oasis, quindi di uno dei nomi più riconosciuti del cinema sudcoreano contemporaneo, eppure persino un regista con la sua storia ha incontrato difficoltà nel finanziare un dramma di quasi tre ore, con una struttura fortemente autoriale e nessuna particolare intenzione di adattarsi alle logiche più rassicuranti del mercato.

Alla fine è stata Netflix, la piattaforma che più di ogni altra viene associata alla trasformazione delle abitudini di consumo e alla crisi del modello cinematografico tradizionale, a permettere a Lee di realizzare il film garantendogli libertà creativa. Il paradosso è evidente e racconta qualcosa di importante sul momento attraversato dal cinema coreano, che non è mai stato così visibile nel mondo e, nello stesso tempo, continua a confrontarsi con difficoltà interne, pubblico cinematografico cambiato e investimenti più prudenti.

La Corea può essere contemporaneamente una superpotenza culturale e un mercato nel quale uno dei suoi registi più importanti fatica a finanziare un film; può esportare serie e cinema in tutto il mondo e avere un’industria domestica costretta a ripensare il proprio modello. Non è una contraddizione diversa da quella che attraversa Possible Love: la crescita collettiva non garantisce che tutti crescano allo stesso modo, così come il successo di un Paese non dice necessariamente molto della sicurezza delle persone che lo abitano.

Perché Possible Love arriva nel momento giusto

I sei minuti di applausi a Venezia raccontano bene la temperatura di una première, ma raccontano poco di ciò che potrebbe restare di un film, e nel caso di Possible Love probabilmente il dato più interessante è proprio che un’opera di quasi tre ore, volutamente letteraria, costruita su personaggi difficili da collocare in categorie semplici e diretta da un autore che non ha mai avuto fretta di accompagnare lo spettatore verso una conclusione, abbia trovato un’accoglienza così immediatamente forte.

Negli otto anni in cui Lee Chang-dong è rimasto lontano dalla regia, il cinema coreano non ha avuto alcun bisogno di aspettarlo per conquistare il mondo, perché ha ottenuto premi che sembravano irraggiungibili, prodotto fenomeni globali e trasformato la propria industria culturale in uno degli strumenti di soft power più efficaci degli ultimi decenni. Ciò che Lee fa, però, appartiene a un’altra velocità, perché invece di inseguire il momento in cui qualcosa esplode preferisce osservare quello che rimane dopo, quando le telecamere si sono spostate altrove e una persona deve continuare a vivere con le conseguenze di ciò che è accaduto.

È forse per questo che il suo ritorno pesa così tanto proprio oggi. Lee Chang-dong aveva smesso di girare prima che la Corea diventasse definitivamente uno dei luoghi più osservati del mondo e ritorna quando quell’immagine è ormai consolidata, ma invece di aggiungere un altro capitolo al racconto del suo successo sposta l’inquadratura verso chi quel successo non lo ha vissuto, verso chi ha perso il lavoro mentre il Paese continuava a crescere, verso chi scopre che il proprio valore non coincide necessariamente con quello che il mercato gli attribuisce e verso relazioni che devono sopravvivere dentro differenze economiche che nessun sentimento può fingere di cancellare.

Possible Love parla di amore, quindi, ma proprio per questo finisce inevitabilmente per parlare anche di lavoro, denaro, dignità e possibilità, perché Lee Chang-dong sembra ricordarci che nessuna relazione nasce in uno spazio vuoto e che anche le cose che consideriamo più intime vengono continuamente attraversate dal mondo in cui viviamo.

Otto anni dopo Burning, mentre il resto del mondo continua a guardare la Corea per capire quale sarà la prossima cosa capace di conquistarlo, Lee Chang-dong torna e guarda nella direzione opposta.

Verso quello che il successo, da solo, non riesce a raccontare.

© Riproduzione Riservata