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Iran, sanzioni USA: ecco come i fondi di Teheran passano dalle banche americane

Iran, sanzioni USA: ecco come i fondi di Teheran passano dalle banche americane
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Società di comodo e intermediari esteri permettono all’Iran di accedere al circuito del dollaro. La stretta di Trump punta sui controlli bancari, tra difficoltà di tracciamento e rischi per la stabilità finanziaria.

La stretta economica dell’amministrazione Trump sull’Iran si scontra con una vulnerabilità interna al sistema che dovrebbe isolare Teheran: le banche americane. Secondo funzionari e ricercatori occidentali, miliardi di dollari riconducibili all’Iran attraversano ogni anno conti di compensazione negli Stati Uniti, nonostante le sanzioni vietino ai soggetti sottoposti alla legge americana quasi tutte le attività finanziarie con il Paese. A consentire questi passaggi è una rete di intermediari esteri, società di comodo e rapporti bancari difficili da ricostruire.Al centro del meccanismo c’è la corrispondenza bancaria, un’infrastruttura che permette agli istituti di Paesi diversi di regolare pagamenti internazionali. Le banche straniere utilizzano conti presso istituti americani per effettuare operazioni in dollari. L’Iran sfrutterebbe questi collegamenti attraverso partner capaci di occultare l’origine e la destinazione dei fondi. Le banche statunitensi possono così intervenire nella compensazione di trasferimenti i cui legami con Teheran non emergono dai dati disponibili. Washington ha invitato gli istituti esteri a interrompere le operazioni che consentono all’Iran di accedere al circuito del dollaro e ha chiesto alle banche americane controlli più incisivi. L’iniziativa rientra nell’Operazione Economic Outcast, una campagna di pressione finanziaria con cui l’amministrazione punta a ottenere concessioni da Teheran e a porre fine alle ostilità in Medio Oriente. Ai governi stranieri viene prospettato il rischio di sanzioni secondarie e dell’esclusione dal sistema finanziario statunitense se manterranno determinati rapporti con l’Iran. Un caso riguarda la filiale negli Emirati Arabi Uniti di Banque Misr, banca statale egiziana. Il 28 agosto il Tesoro americano l’ha indicata tra gli istituti sospettati di facilitare l’accesso iraniano al sistema bancario degli Stati Uniti. Secondo le autorità, Misr UAE avrebbe trasferito fino a 1,8 miliardi di dollari a società potenzialmente collegate alle reti finanziarie ombra di Teheran, utilizzando rapporti di corrispondenza negli Stati Uniti.

Il Tesoro ha riferito che la filiale disponeva di conti in dollari presso tre banche americane, senza identificarle. Sul proprio sito Banque Misr cita JPMorgan Chase e Citigroup tra gli istituti corrispondenti, ma questo non dimostra il loro coinvolgimento nelle operazioni contestate. Entrambe hanno rifiutato di commentare il provvedimento. Il ministero degli Esteri egiziano ha dichiarato di essere in contatto con Washington; Banque Misr ha confermato il dialogo con il Tesoro, rivendicato il rispetto delle norme applicabili e assicurato la normale operatività delle filiali emiratine. La dimensione del fenomeno resta significativa. Il Tesoro ha dichiarato di aver individuato circa 9 miliardi di dollari di fondi iraniani transitati attraverso banche americane nel 2024. Alcuni esperti ritengono che questa cifra potrebbe diminuire se gli istituti statunitensi esaminassero con maggiore attenzione i rapporti con le controparti estere. Elaine Dezenski, già funzionaria del Dipartimento per la Sicurezza Interna e oggi alla Foundation for Defense of Democracies, sostiene che individuare le reti ombra sia molto difficile, ma che tracciarne i flussi non sia impossibile.

Le banche americane affermano di collaborare con il Tesoro e di presentare le segnalazioni previste per le attività sospette. Le autorità intervengono generalmente quando rilevano gravi carenze nei programmi di conformità alle sanzioni e nei controlli sulle transazioni. Negli incontri privati con i responsabili bancari, tuttavia, l’amministrazione ha sollecitato una vigilanza più efficace. Gene Lange, alto funzionario del Tesoro impegnato nel contrasto al finanziamento del terrorismo, ha avvertito che gli obblighi legali non sono facoltativi e che le violazioni avranno conseguenze.Per aiutare gli intermediari, il Tesoro ha diffuso indicazioni sui segnali di rischio: assetti proprietari opachi, società emiratine difficili da ricondurre a un titolare effettivo, imprese registrate a Hong Kong con conti in Cina e prive di presenza online. Questi elementi possono suggerire ulteriori verifiche, senza costituire da soli la prova di un legame con l’Iran. La difficoltà è distinguere le normali operazioni commerciali dai trasferimenti costruiti per nascondere beneficiari sottoposti a restrizioni. Pur ricorrendo sempre più allo yuan e alle criptovalute, Teheran continua ad avere bisogno di dollari per alcune transazioni commerciali, per sostenere alleati regionali e per acquistare tecnologie e componenti soggetti a restrizioni. Secondo funzionari e ricercatori, la sua rete comprende società di comodo e uffici di cambio in centri come Dubai e Hong Kong. Questi soggetti evitano l’apertura di conti negli Stati Uniti e si appoggiano a banche in Cina, negli Emirati o altrove, sfruttandone i collegamenti con gli istituti americani.

Un episodio descritto dal Wall Street Journal illustra il possibile percorso. Una società di ingegneria iraniana aveva ordinato a un fornitore cinese 150.000 circuiti stampati e sensori, componenti utilizzabili nell’industria automobilistica ma richiesti anche per armi e droni. La fattura prevedeva un pagamento di 650.000 dollari su un conto cinese, attraverso un partner di compensazione a New York. Altri documenti indicavano il ricorso a Bank Tejarat, banca iraniana sanzionata dagli Stati Uniti. Secondo i ricercatori, un’operazione simile avrebbe probabilmente richiesto una società di comodo e una banca estera intermediaria. Non è però chiaro se il pagamento sia stato eseguito. Per Misr UAE il Tesoro ha scelto di limitare l’accesso ai conti corrispondenti americani, senza imporre sanzioni secondarie. La misura non è immediata: la banca dispone di 30 giorni per presentare osservazioni. Non sono state minacciate azioni contro gli istituti statunitensi. La gradualità riflette il timore che un’esclusione brusca provochi effetti a catena sull’economia e sul sistema finanziario. Il dilemma americano riguarda l’equilibrio tra efficacia dei controlli e stabilità finanziaria. La corrispondenza bancaria sostiene gli scambi internazionali e genera commissioni e depositi per le banche. Restringerla può colpire attività legittime, indebolire istituti stranieri e ridurre la visibilità sui movimenti iraniani. Inoltre un uso crescente delle sanzioni può incoraggiare alternative al dollaro, come osserva l’ex funzionario del Tesoro Alex Zerden.

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