La 79ª edizione del Festival di Cannes prende forma con una selezione che riflette, ancora una volta, le fratture e le inquietudini del presente. Dal 12 al 23 maggio 2026, la Croisette tornerà a essere il centro simbolico del cinema mondiale, tra grandi ritorni, nuove voci e una linea curatoriale che insiste su un punto preciso: difendere la libertà creativa in un momento storico segnato da tensioni geopolitiche e trasformazioni tecnologiche.
A presentare il programma sono stati la presidente Iris Knobloch e il delegato generale Thierry Frémaux, che hanno ribadito i due pilastri dell’edizione: libertà artistica e libertà di espressione. Un messaggio che si inserisce in un contesto globale instabile e che trova nel cinema uno spazio di resistenza culturale. Non a caso, forte anche la presa di posizione sull’intelligenza artificiale, vista come uno strumento già presente nell’industria ma che non può sostituire la centralità dell’autore.
Il concorso: Almodóvar, Farhadi, Kore-eda e il peso del cinema globale
Il cuore del festival resta il concorso ufficiale, con 21 titoli in gara per la Palma d’oro. Una selezione che mescola nomi consolidati e nuove traiettorie, confermando Cannes come il luogo in cui il cinema d’autore continua a ridefinire se stesso.
Pedro Almodóvar torna con Amarga Navidad, mentre Asghar Farhadi presenta Histoires parallèles. Ryusuke Hamaguchi firma All of Sudden, Hirokazu Kore-eda porta Sheep in the Box, e il coreano Na Hong-jin si inserisce con Hope, segnale ulteriore della centralità del cinema asiatico.
Accanto a loro, una forte presenza europea: Andrey Zvyagintsev con Minotaur, Pawel Pawlikowski con Fatherland, László Nemes con Moulin, Cristian Mungiu con Fjord e Rodrigo Sorogoyen con The Beloved. Spazio anche a nuove sensibilità autoriali con Léa Mysius, Jeanne Herry e Arthur Harari.
A presiedere la giuria sarà Park Chan-wook, scelta che non è solo simbolica ma riflette un riequilibrio sempre più evidente degli equilibri culturali globali, conla Corea del Sud e più in generale l’Asia al centro della grammatica contemporanea del cinema.
Nessun film italiano: un’assenza che pesa
Il dato più evidente, e inevitabilmente più discusso, è l’assenza totale dell’Italia dal programma ufficiale, almeno nella fase iniziale. Non solo nessun titolo in concorso, ma nessuna presenza neppure nelle sezioni collaterali già annunciate.
Un vuoto che non si registrava dal 2017 e che segna una battuta d’arresto significativa per il cinema italiano sulla scena internazionale. Fino all’ultimo si era ipotizzata la presenza del nuovo film di Nanni Moretti, Succederà questa notte, ma il titolo non compare nel cartellone, probabilmente per questioni legate ai tempi di produzione.
Resta una presenza indiretta attraverso coproduzioni e cast internazionali: Roma elastica di Bertrand Mandico, nella sezione Midnight, include diversi interpreti italiani, mentre Fatherland di Pawlikowski è sostenuto anche da una produzione italiana.
Fuori concorso e sezioni parallele: tra star system e nuove promesse
Il festival si aprirà con Electric Kiss – La Vénus électrique di Pierre Salvadori, già annunciato come film inaugurale. Fuori concorso, spiccano nomi come Nicolas Winding Refn con Her Private Hell, Guillaume Canet, Andy Garcia e Agnès Jaoui, in una sezione che continua a bilanciare autorialità e richiamo mediatico.
La sezione Un Certain Regard propone sette titoli, tra cui La más dulce di Laïla Marrakchi e Teenage Sex and Death at Camp Miasma di Jane Schoenbrun, mentre Cannes Première accoglie anche l’esordio alla regia di John Travolta con Propeller One-Way Night Coach.
Le proiezioni speciali includono John Lennon: The Last Interview di Steven Soderbergh e Avedon di Ron Howard, a conferma di un dialogo costante tra cinema e memoria culturale.
Chiudono il programma le Midnight Screenings, con titoli come Roma elastica e Colony di Yeon Sang-ho, capaci di intercettare un pubblico più trasversale e notturno.
Cannes tra politica, industria e identità culturale
Nel presentare la selezione, Thierry Frémaux ha insistito su un criterio che va oltre il gusto personale: ogni film è stato scelto interrogandosi sulla sua necessità nel panorama contemporaneo. Una visione che si traduce in una lineup attraversata da temi forti — guerra, violenza, memoria storica — e da una tensione costante tra industria e ricerca artistica.
Non passa inosservata la minore presenza degli studios americani, segnale di un cambiamento strutturale nel rapporto tra Hollywood e i grandi festival europei. Eppure, Cannes continua a mantenere un equilibrio unico, capace di tenere insieme cinema d’autore, star system e operazioni culturali ad alto impatto simbolico.
Le Palme d’oro onorarie a Peter Jackson e Barbra Streisand sintetizzano perfettamente questa doppia anima: da un lato l’industria globale, dall’altro la memoria e il mito.
In un mondo sempre più frammentato, Cannes resta uno degli ultimi luoghi in cui il cinema prova ancora a raccontare — e forse a tenere insieme — ciò che sta cambiando.
