Calcio

Estorsione e violenza: chi sono i capi ultras della Juventus arrestati

L'inchiesta della Procura di Torino sull'attività dei gruppi di tifosi per mantenere privilegi e guadagni illeciti. Il club vittima di ricatti

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Giovanni Capuano

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Quella che gli investigatori della Procura di Torino definiscono "una capillare strategia criminale" per ricattare la Juventus e tornare a godere di privilegi e guadagni, dopo che il club bianconero aveva deciso di tagliare i ponti con la frangia estrema del suo tifo, altro non è che la conferma del rapporto incenstuoso e difficile da spezzare tra le società e il mondo ultras.

L'operazione della Polizia che ha portato all'arresto di 12 referenti delle curve dello Stadium arriva a un anno di distanza dalle polemiche per l'inchiesta Alto Piemonte e per i contatti svelati tra alti dirigenti juventini e capi ultrà. Allora la Juventus, mai indagata per quelle intercettazioni, aveva denunciato di essere stata costretta a difendersi da azioni ricattatorie. Oggi l'inchiesta conferma quel disegno e racconta lo spaccato di quanto accaduto per mesi dopo la rottura definitiva di ogni rapporto.

"Un'inchiesta replicabile con successo sul territorio nazionale" ha detto il questore di Torino, Giuseppe De Matteis. Nata dalla denuncia del club e dalla sua collaborazione per mesi per provare a rompere definitivamente tutti i legami.

Cosa ha scoperto l'indagine della Procura di Torino

Non è un caso che l'inchiesta che ha portato ad arresti e perquisizioni sia partita proprio da una denuncia della Juventus. Un anno di indagini, pedinamenti e registrazioni video per arrivare a concludere che nei confronti della società sarebbe stata orchestrata "una precisa strategia estorsiva" per cercare di ripristinare la situazione precedente alla fine della stagione 2017-2018, il momento in cui il club di Andrea Agnelli ha deciso di staccare la spina di tanti privilegi concessi agli ultrras.

Si parla di biglietti (centinaia) da gestire per ogni partita interna e in trasferta con guadagni da decine di migliaia di euro e una guerra per affermare il proprio ruolo e la propria forza combattuta senza esclusione di colpi. Coinvolti tutti i gruppi ultras della Juventus: Drughi, Tradizione-Antichi Valori, Viking, Nucleo 1985 e Quelli... di via Filadelfia. Uno spaccato della tifoseria bianconera che si estende anche a una quarantina di esponenti, tutti iscritti nel registro degli indagati.

Le accuse a vario titolo sono quelle di associazione a delinquere, estorsione aggravata, autoriciclaggio e violenza privata. L'inchiesta ha svelato anche i sistemi di auto finanziamento di uno dei gruppi (i Drughi) che per mesi hanno proseguito nelle loro attività approvvigionandosi di centinaia di tagliandi per le partite dello Stadium grazie alla compiacenza dei titolari di agenzie e negozi abilitati alla vendita dei biglietti in tutta Italia.

 

Le intimidazioni dentro lo Stadium

La reazione minacciosa e ricattatoria dei capi ultras verso la Juventus ruotava intorno all'annuncio di comportamenti che avrebbero inesorabilmente portato a multe o alla chiusura dello stadio. Un clima irrespirabile che ha accompagnato la passata stagione - sempre monitorato dagli investigatori - con i capi in grado di gestire ogni aspetto della vita della curva, impedendo agli altri anche solo di tifare o esultare per un gol della propria squadra.

Incredibile quanto accaduto a un padre con un bambino, finiti per errore in un posto (regolarmente acquistato) nel quale secondo i Drughi non potevano sedere e allontanati malgrado le proteste. Un controllo capillare esercitato in una fetta dello stadio territorio di nessuno.

Le contestazioni per il caro biglietti e abbonamenti, i fischi per il ritorno di Bonucci in bianconero? Tutti pretesti, secondo gli investigatori, per mettere in scena comportamenti lesivi per il club all'interno di una strategia criminale per riottenere privilegi e tagliandi come in precedenza e garantire quella pace venuta meno con il termine della stagione 2017-2018.

Chi sono gli ultras arrestati

Le dodici persone sottoposte a provvedimento di arresto sono tutti nomi noti della galassia del tifo bianconero. Si tratta dei referenti dei gruppi ultras che animano lo Stadium, in diversi casi già al centro di precedenti vicende giudiziarie legate al loro status di capi ultrà.

In manette è finito Geraldo Mocciola, detto Dino, leader dei Drughi che rappresentano una delle realtà numericamente e storicamente più influenti della curva bianconera. Mocciola era già finito in carcere negli anni Novanta per l'omicidio di un carabinieri. 

Arrestati Salvatore Cava, Domenico Scarano e Umberto Toia, i capi del gruppo Tradizione (perquisito il locale Black and White dello stesso Toia), Luca Pavarino e Sergio Genre. Misura cautelare dell'obbligo di dimora per Massimo Toia e Massimo Corrado Vitale.

Gli investigatori hanno così ricostruito le gerarchie all'interno delle varie fazioni della curva: Il capo dei Drughi era Dino Mocciola cui rispondevano tre cosiddetti colonnelli: Salvatore Cava, Sergio Genre e Domenico Scarano. Per Tradizione il leader era Umberto Toia e sotto di lui Massimo Toia e Corrado Vitale. Nei Viking comandava Fabio Trinchero con il colonnello Roberto Drago mentre il leader di Quelli di... via Filadelfia era Giuseppe Franco.

Chi è Dino Mocciola

Che si tratti di personaggi di elevato spessore nel controllo della curva del club più ricco e importante d'Italia lo conferma anche l'esito delle numerose perquisizioni portate a termine lungo tutto il Paese. A casa di Dino Mocciola, ad esempio, gli investigatori hanno trovato una targa dedicata a lui dagli appartenenti ai Drughi: "Miglior capo. sei un vero leader, in grado di dare le giuste indicazioni a tutti". E nella sede del gruppo sono stati trovati e sequestrati striscioni e bandiere con simboli nazisti e fascisti, bassorilievi di Mussolini e altro materiale inneggiante al Duce.

Mocciola è il personaggio chiave nel racconto della storia non solo recente della curva bianconera. Potente e temuto da tutti, tanto che nelle 225mila intercettazioni telefoniche che hanno fatto da corredo all'inchiesta, il suo nome non compare ma viene solo evocato senza citarlo direttamente: "lui", "il presidente", "il cane".

Finito in carcere nel 1990 per l'uccisione di un carabiniere nel corso di una rapina, Mocciola si era ripreso il potere dentro la curva una volta scontata la pena e aveva rapidamente riportato in auge i Drughi che senza di lui erano stati scalzati da altri gruppi di ultras. Un ruolo riconosciuto quasi all'uanimità da tutti, e che veniva esercitato decidendo modalità e prezzi del bagarinaggio.

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