C’è chi corre prima dell’alba, chi infila le scarpe in pausa pranzo o di notte, e chi anche in vacanza – magari dall’altra parte del mondo – non rinuncia ai suoi 10 chilometri quotidiani. La corsa non è mai stata così di moda. La prossima maratona di Londra ha polverizzato ogni record con quasi 1 milione e 400 mila richieste di iscrizione: talmente tante che gli organizzatori stanno valutando di distribuirla su due giorni. E mentre il keniano Sebastian Sawe entra nella storia abbattendo il muro delle due ore sui 42 chilometri, e proliferano app e smartwatch che ci spronano a correre sempre più veloce, milioni di amatori inseguono il proprio personale traguardo: dimagrire, sfidare sé stessi o solo stare al passo con una tendenza globale.
Ma siamo davvero fatti per correre? E soprattutto: chi controlla il “motore”, mentre il piede accelera? Perché sbagliando allenamento, o esagerando con i chilometri, rischiamo che il nostro organismo non riesca a tenere il ritmo dell’entusiasmo: il pericolo è quello di trasformare un investimento in benessere in una scorciatoia verso l’ospedale. «L’organismo umano è straordinario, perché possiede una grande capacità di adattamento, che chiamiamo resilienza» dice a Panorama Federico Chiodini, direttore del reparto di Ortopedia e Traumatologia dell’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo. «Cuore e polmoni, man mano che l’allenamento procede, migliorano rapidamente. Ma articolazioni, tendini e ossa seguono tempi molto più lenti. Quindi, capita spesso che una persona sedentaria, magari quarantenne, nel giro di poche settimane riesca a passare dallo stare sul divano al correre 7 o 8 chilometri al giorno, e si senta improvvisamente forte e allenata. In realtà il sistema cardiovascolare ha iniziato ad adattarsi, ma il resto del corpo non è ancora pronto. Ed è qui che arrivano le tendiniti, le fasciti plantari e i mille problemi del ginocchio. Nei casi più severi possono comparire vere e proprie fratture da stress».
Quando l’entusiasmo della maratona diventa un pericolo per il corpo
Il punto centrale è che correre significa ripetere innumerevoli volte lo stesso gesto: 10 chilometri di corsa equivalgono a migliaia di impatti consecutivi. Se il corpo non è preparato, quel gesto fisiologico diventa dannoso. Tipicamente poi, chi inizia a correre lo fa anche perché vuole perdere i chili di troppo senza doversi sottoporre a diete drastiche, e la scelta della corsa ha un senso perché è tra gli sport con il più alto consumo energetico: ma c’è un’altra insidia nascosta. «Correre con molti chili in eccesso significa sottoporre articolazioni e tendini a un carico enorme» continua Chiodini, che pratica sia la maratona che il triathlon. «Se una persona è sovrappeso e comincia a correre per dimagrire rischia di entrare in un circolo controproducente: si fa male prima ancora di ottenere benefici reali. In questi casi quindi io consiglio sempre di partire con attività a minore impatto, come nuoto o bicicletta e introdurre la corsa solo gradualmente, dopo aver perso parecchi chili».
C’è poi un aspetto psicologico molto forte, spesso sottovalutato. La corsa è uno sport altamente endorfinico: dopo allenamenti intensi si prova una sensazione di benessere reale, una forma di euforia. Questo può trasformarsi in dipendenza, perché molte persone finiscono per usarla come regolatore emotivo, sfogo contro stress, ansia o difficoltà personali. «Chi corre spesso si abitua non solo alla fatica ma anche alla sofferenza fisica: sente dolore ma continua, perché ormai considera normale soffrire. C’è anche la dimensione della sfida personale, soprattutto negli sport di endurance: tanti uomini tra i 40 e i 50 anni vivono queste prove come una continua dimostrazione a se stessi di poter andare sempre oltre. È una spinta potentissima, ma il rischio è ignorare i limiti del corpo e arrivare a pagare un prezzo molto alto» conclude Chiodini.
Gli errori nutrizionali dei runner amatoriali
Fine di un mito: sovrappeso e obesità non si combattono con la corsa, perché il rapporto rischio-beneficio si sbilancia verso il primo, e anche per chi è normopeso gli ostacoli fisici sono molti. Se è vero che la corsa ha vantaggi molto concreti, tra i quali il poterla praticare quando si vuole, senza abbonamenti e costi, non è tutto oro quel che luccica: anche dal punto di vista nutrizionale. «Uno degli errori commessi dai runner è pensare che sia sufficiente allenarsi di più mangiando meno» dice la nutrizionista Giorgia Attioli. «In realtà, molte persone sottovalutano quanto la corsa aumenti il fabbisogno energetico e introducono troppe poche calorie rispetto al consumo reale. Corrono a digiuno senza una reale necessità o saltano i pasti pensando di favorire il dimagrimento, ma questo approccio può portare a stanchezza, cali di performance e rischio di perdita di massa muscolare. Un menù per chi corre dovrebbe essere bilanciato e in grado di supportare energia e idratazione».
Ma gli ostacoli verso il traguardo non sono finiti, perché il rischio più grosso è quello legato al cuore. È vero che l’organismo è resiliente, e negli individui sani dopo un paio di mesi di allenamento “si face il fiato”, ma è anche vero che dopo una certa età i controlli devono essere rigorosi. Perché in questo caso in gioco non c’è il ginocchio, ma la vita. «Chi vuole iniziare a correre, e ha superato i 45 anni, deve fare un controllo cardiologico preventivo» dice Giuseppe Musumeci, Direttore del reparto di Cardiologia dell’Azienda Ospedaliera Mauriziano di Torino. «Sicuramente un elettrocardiogramma e un ecocardiogramma. La visita serve a capire se ci sono sintomi come affanno, dolore da sforzo o palpitazioni; se poi il cardiologo ha qualche sospetto, può richiedere anche un test da sforzo». Prima di allacciare le scarpe, dunque, il cuore va ascoltato. «Gli esami servono anche a escludere problemi che magari restano silenziosi finché non vengono messi sotto stress», spiega ancora il cardiologo. «Parliamo di cardiomiopatie, disturbi del ritmo, sindromi aritmiche come quella di Brugada. In condizioni normali possono non dare alcun problema, ma uno sforzo fisico estremo può diventare la miccia che innesca un evento grave».
I segnali cardiaci che un runner non deve mai ignorare
Gli esempi non mancano: perfino “il padre” dello jogging, il giornalista James Fixx morì per un infarto. E nella cultura pop è rimasta impressa anche la scena della morte di Mister Big, il protagonista di Sex and the City, stroncato dopo una sessione sulla cyclette super tecnologica Peloton che vide così crollare in Borsa il valore del marchio. Ma esistono segnali da non ignorare quando si corre? «Il primo è il dolore toracico», avverte Musumeci. «Una sensazione di peso al centro del petto, che compare durante lo sforzo e migliora a riposo, può essere angina: non va mai sottovalutata. Poi c’è la dispnea, un affanno sproporzionato rispetto sullo sforzo, la perdita di coscienza e, infine, le palpitazioni, che sono più difficili da interpretare ma meritano attenzione».
La vera questione, oggi, è quindi capire se la corsa di massa stia diventando una pratica di salute o una rincorsa e basta, senza un minimo di cultura del limite. Perché tra smartwatch che ci rimproverano, app che ci motivano e maratone che vanno sold out come i concerti degli Oasis, il dubbio è legittimo: stiamo davvero ascoltando il nostro corpo o stiamo solo cercando di battere l’ennesimo record, anche quello di resistenza alla ragione? Alla fine, più che correre verso il benessere, rischiamo di arrivarci trafelati, con le ginocchia a pezzi e il cuore in affanno, con una domanda in sospeso: «Ma chi me l’ha fatto fare?». Forse solo il nostro ego smisurato e incauto.
