Il delitto di Garlasco è il suo pane quotidiano. Andrea Sartori, scrittore e giornalista, autore anche di un romanzo horror, da tempo segue il caso dell’omicidio di Chiara Poggi, come un Truman Capote della Lomellina. Lui, autoctono (è nato a Vigevano), su queste lande sembra avere le idee chiare.
Ha paragonato la cittadina teatro dell’assassinio a uno di quei villaggi della provincia Usa raccontati nella letteratura di genere, come la Derry di It o le varie Dunwich e Innsmouth di H.P. Lovecraft. «La Lomellina dove vivo è un set perfetto per un horror e i suoi abitanti sono da film dell’orrore» ha scritto senza troppo timore di suscitare la permalosità di qualcuno.
Un set da film horror nella provincia dimenticata
In un articolo intitolato Antropologia di Garlasco ha soggiunto: «La Lomellina è la parte più depressa della provincia di Pavia, fatta di nebbie e silenzi, zanzare e risaie». Unici bagliori Vigevano, con la sua piazza rinascimentale, e Garlasco, «un tempo nota come la “Las Vegas della Lomellina” per via della discoteca “Le Rotonde” e luogo di residenza del celebre cantautore Ron», ma adesso celebre per il suo famoso delitto.
Per lo scrittore «la Lomellina è una zona di comunità chiuse a riccio». Una «chiusura» che «porta a far sì che nessuno parli male del paesello». Anche a causa dello sguardo vigile dei «mammasantissima» e dei «donrodrighi locali». Per Sartori «la faccenda di Sempio ha qualcosa di dostoevskiano», anche se il Raskolnikov di Delitto e castigo «non era un personaggio completamente spregevole nonostante non avesse tutti i venerdì», mentre il giudizio su Sempio è decisamente più severo.
Lo scrittore azzarda un paragona pure tra il procuratore di Pavia Fabio Napoleone e il giudice istruttore di San Pietroburgo Porfirij Petrovich. «Ambedue hanno ingaggiato un duello psicologico con la persona della cui colpevolezza sono certi».
La verità è che nei diari di Sempio e nella sua autoanalisi mancano la tensione e la grandezza dei personaggi di Fëdor Dostoevskij. La sua personalità è stata studiata dagli specialisti del Racis, il Raggruppamento Carabinieri investigazioni scientifiche, mentre i suoi comportamenti sono finiti sotto la lente del Nucleo investigativo dell’Arma di Milano, comandato dal colonnello Antonio Coppola.
Dall’esame dello smartphone del trentottenne commesso emergono fotografie intime, video e chat che offrono un profilo sempre più contorto dell’indagato. Negli atti viene infatti citato «un filmato realizzato da Sempio all’interno del negozio in cui lavora»: nel video, l’indagato, «di nascosto, inquadrava una collega sotto la gonna». Ma sul cellulare dell’uomo gli investigatori hanno trovato anche le immagini hot di una cugina: alcune sarebbero state ottenute legittimamente, «previo compenso in denaro», mentre altre sarebbero state scaricate «abusivamente» dal profilo WhatsApp della donna.
La parente sarebbe anche la «principale confidente di Sempio», da lei considerato «un fratello». I loro scambi erotici riempiono un intero allegato finito nei faldoni. Versi ispirati come questi: «Lasci scivolare le dita sotto l’elastico delle mutandine… mi guardi mentre trattengo il fiato, fissi i tuoi occhi nei miei… resto sul letto con le tue mutandine calde in mano».
Ma dal sesso, seguendo opere e pensieri di Sempio, si sprofonda nel satanismo. Il Virgilio che ci conduce all’Inferno è un personaggio apparentemente marginale, un altro «parente» dell’indagato, che un ex collaboratore dell’avvocato Massimo Lovati dipinge come «coinvolto in fatti di droga e di sette sataniche». In passato, «la polizia giudiziaria avrebbe omesso di indagare» sull’inquietante personaggio, «tant’è che quest’ultimo si trasferì in Spagna».
E proprio in Spagna, secondo il veterinario del paese, sarebbe stata portata l’arma del delitto. Anche Sempio, nei suoi diari, si è definito seguace del demonio, sebbene solo in età adolescenziale. Un audio aggiorna, però, a tempi più recenti la fascinazione: «Andrea elenca i libri che sono rimasti a casa dei genitori a Garlasco e dice di avere libri di magia, satanismo e “cose brutte”» si legge in un brogliaccio.
Il monologo registrato nell’auto dei sospetti
Ma se Sempio, in questa brutta vicenda, viene considerato, anche per le sus stranezze, il colpevole perfetto, scartabellando gli atti, si scopre che non è l’unico della sua vecchia compagnia a parlare da solo in macchina. E pure il flusso di coscienza di un altro suo amico potrebbe resultar sospetto.
Il riferimento è a Mattia Capra, oggi istruttore di fitness e carrozziere. Il monologo trascritto dagli investigatori risale all’11 marzo 2025. Il soliloquio parte poco dopo le 7 del mattino. «Se l’avessi ammazzata non sarei…», dice a un certo punto. Poi si interrompe. Riparte. «Ma sei fidanzata… io… ti volevo…». E ancora silenzio. Vuoti. Parole mangiate. Poi comincia a contare: «Dieci… venti… trenta… quaranta…». Arriva fino a novanta. E ricomincia da capo.
Quando riparte con l’auto sembra ripartire anche il processo immaginario. «No… non commetto crimini… ok?… mi sento un pochino accusato in questo momento… non so di cosa stia parlando». Ma nessuno gli sta parlando. Nessuno lo sta interrogando. Eppure lui risponde a un’accusa invisibile. La scena diventa quasi teatrale. Da monologo. «Chiedimi, fammi la domanda… fammi la domanda corretta». Poi arriva Chiara. «Credo che nessuno vedesse Chiara in quel modo». Una frase che dura pochi secondi. Perché subito dopo aggiunge un altro elemento: «Ero invaghito, era la donna della mia vita». È un’altalena continua. «Nessuno vedeva Chiara così». Però lui sì. O almeno così sembra in quel monologo spezzato, registrato mentre attraversa le strade di Garlasco con addosso il peso dell’inchiesta. Il percorso gemstone sempre più accidentato e illogico: «Per me le ragazze frequentavano… c’era il punto zero sì… c’era il punto zero che poi ha chiuso… nessuna… sento di poter dire che nessuna… io… ero al classico… ero invaghito, era la donna della mia vita… e anche… guardi io sinceramente me ne sono sempre un pochino fregato delle donne… nel senso che se non mostravano interesse loro prima… io mi sono sempre fatto gli affari miei, non c’ho praticamente… ma no, ero un po’ sfigatino». Ma, prima di concludere, scoppia a ridere, come annota chi l’ha ascoltato. Poi, «a bassissima voce», afferma: «Minchia […] sono sotto indagine».
Parole simili (seppur rese più sospette da altri indizi) sono costate a Sempio un’accusa pesantissima. Leggendo i faldoni dell’inchiesta si ha la sensazione che ancora troppe cose non tornino e che forse vada riscritto anche il capitolo del video intimo tra Chiara e Alberto, un filmato che, secondo gli inquirenti, avrebbe portato Sempio a tentare un approccio, respinto dalla ragazza con il fatale rifiuto.
I misteri informatici nei computer di Chiara e Alberto
Nel verbale del 18 ottobre 2007, Marco, il fratello di Chiara, raccontava una scena molto precisa: «Dopo i funerali, durante una mia visita presso il cimitero di Pieve Albignola in compagnia di Alberto e dei miei genitori, ho chiesto ad Alberto se fosse in possesso di qualche video in cui resta ripresa mia sorella aggiungendo altresì che avevo avuto modo di intuire dell’esistenza almeno di un video […]». Il ragazzo riferisce la presunta risposta del «biondino»: «Alberto Stasi mi confermava dell’esistenza di questo video e sorridendomi aggiungeva che lo stesso era attinente alla loro intimità». Marco, a questo punto, ne avrebbe chiesto una copia, domandando se Alberto potesse prima «eliminare le scene intime dei due». L’ex fidanzato avrebbe risposto negativamente, annunciando che avrebbe consegnato «l’intero filmato». Nel 2025, diciotto anni dopo, però, il fratello cambia radicalmente versione: «Non ho mai parlato espressamente di questo video con Stasi». E precisa: «Tuttavia, ricordo che in una occasione in cui siamo andati insieme al cimitero gli avevo chiesto se potesse darmi tutte le foto e i video che aveva fatto lui di Chiara, ad esclusione delle “cose vostre” intendendo i contenuti intimi».
Ma se i ricordi umani mutano, le memorie dei pc sono più stabili. E in essi il professore Paolo Dal Checco ha ricostruito una strana storia. Nei computer di Chiara e Alberto ha trovato tre immagini uguali, che hanno attirato la sua attenzione. Il primo elemento è una «gif» animata a tema erotico che ritrae un personaggio femminile, che nell’immagine successiva «si denuda». C’è poi una foto denominata «appero 2.jpg», che ritrae il posteriore di un corpo femminile dalla cintola in giù. In biancheria intima.
Per l’esperto ci sono due possibili scenari. Nel primo Chiara «avrebbe usato una piattaforma di comunicazione, come Messenger o le email, per comunicare col fidanzato, inviandogli le tre foto». Alberto avrebbe risposto con l’immagine contenuta in «apperò 2.jpg».
Il secondo scenario, invece, è decisamente più ambiguo. «Un utente dal pc di Chiara» si sarebbe «finto Chiara», oppure avrebbe «utilizzato un’utenza di comodo, sconosciuta a Stasi, per comunicare con lui, fingendosi una ragazza». Una giovane che sarebbe, nell’ipotesi del tecnico, «quella ritratta nelle foto». La consulenza prova persino a ricostruire la dinamica. «Questo utente avrebbe cercato di catturare l’interesse e la fiducia dello Stasi, inviandogli delle foto di una ragazza di bell’aspetto, corredata da scene di parziale nudità». Con questa finalità: «Per poi farsi inviare dallo stesso delle sue foto intime».
Qualcuno stava cercando di ingannare Alberto? E a che scopo? Per Dal Checco «è possibile» che l’invio «sia stato pensato come azione goliardica da parte di una o più persone».
L’assalto mediatico e la trincea di casa Cappa
Ma se a Garlasco è impossibile controllare i gossip, c’è chi vive in trincea, pronto a farsi giustizia da solo. Stiamo parlando della famiglia Cappa, zii e cugine di Chiara Poggi.
Il 30 marzo 2025, mentre in tv Le Iene manda in onda l’ennesima puntata su Garlasco, a casa Cappa tentano di opporsi all’assalto mediatico con le armi a disposizione: un block notes, un investigatore privato e soprattutto una bottiglia di ottimo vino.
Mentre papà Ermanno segue con attenzione, arriva la chiamata di una delle gemelle, Stefania. «Come sta andando?», chiede la cugina di Chiara. Lo zio risponde quasi annoiato: «Fino adesso assolutamente niente nel modo più assoluto…». Stefania confessa che per vincere il nervosismo ha stappato «un Donnafugata 2020… un brut», «una bottiglia costosissima». La donna suggerisce al padre di disintossicarsi e di smettere di seguire certi programmi. Ma Ermanno non arretra: «No, guarda, io sono qui con il block notes». E comunica l’essenza della sua missione: «Sto prendendo tutti i nomi… io dovrò inculare tutti… diventerò il grande Sodoma…». La figlia ha un’altra strategia: «La cosa più diretta e immediata per ottenere giustizia legalmente, quindi senza far cose… è mandare un investigatore […]». Ma il fine è lo stesso del genitore: «A quel punto li ho inculati tutti prima ancora che ci arrivi il pubblico ministero, ecco…».
Anche la gemella Paola segue un suo percorso e, per gestire la vicenda Garlasco, entra in contatto con Francesco Chiesa Soprani, conosciuto soprattutto per vicende legate al mondo dello spettacolo e del gossip, oltre che per essere stato la spalla di Fabrizio Corona ai tempi della prima inchiesta sull’omicidio di Garlasco, quando spuntò il fotomontaggio delle gemelle con la cugina. Ma anche questa strada si rivela un vicolo cieco, soprattutto dopo che l’uomo entra in contatto proprio con le Iene.
Paola lo scarica con un vocale: «Mi dispiace che alla fine ti sei rivelato […] dovresti vergognarti […] forse avevi tu un interesse a rilanciarti a livello di immagine […] volevi accompagnarmi a questo eventuale interrogatorio che non c’è e non ci sarà» perché «hanno già tutto quello che gli serve» e «il mio alibi è a posto» e «quello di mia sorella anche». L’interlocutore la rintuzza così: «Ma tu cosa pensi, che io ho bisogno di te per tornare in voga, io domani sera esco con Eros Ramazzotti a cena. E poi ricordati questo: Stasi è innocente, andrà in galera Sempio. Buona vita, ahahah». In poche battute la plastica rappresentazione della degenerazione del caso Garlasco: il gossip, le celebrità messe sullo stesso piano di una morta o di un indagato, le sentenze anticipate come vaticini da talk show. E soprattutto quella strana trasformazione di un’indagine giudiziaria in una specie di reality.
In cui anche i passanti provano a recitare un ruolo. Per esempio ha offerto agli investigatori le sue presunte rivelazioni anche un’ex studentessa della Bocconi, Maria Chiara, che però non aveva davvero niente da raccontare, se non pettegolezzi infondati: «Nel 2007, quando avvenne l’omicidio di Chiara Poggi, nell’ambiente bocconiano se ne parlava spesso perché anche Stasi era un bocconiano» esordisce a verbale. Quindi arriva al dunque: «Ricordo che in più circostanze, con persone diverse, ma sempre legate alla cerchia dei bocconiani, si era parlato del fatto e molte persone che erano presenti e partecipi alle conversazioni sostenevano che Stasi fosse gay e che il suo fidanzato fosse l’amico con il quale era andato a Londra poco prima del delitto». La testimone non si tiene: «Queste persone, anche loro omosessuali, dicevano che era chiaro il movente dell’omicidio ovvero che Chiara si era recata a Londra a trovare Stasi e che probabilmente in quella circostanza aveva appreso della sua omosessualità». L’alternativa era che lui le avesse rivelato «questa sua tendenza proprio il giorno dell’omicidio chiedendole di fargli da copertura». In entrambe le versioni «questo aspect omosessuale di Stasi aveva portato i due a discutere sino all’omicidio». I nomi delle sue fonti, però, Maria Chiara proprio non li ricorda e, così, le sue restano maldicenze senza nessuna prova a supporto.
Ma, dopo aver letto gli atti, colpiscono anche i titoli di giornale che hanno rilanciato il contenuto degli appunti di Sempio del 27 novembre 2022. Era questo: «Andato a trovare la Mao. Non fu bellissimo. Si capiva che aveva paura le facessi qualcosa». Una frase a cui i media hanno attribuito il peso di una confessione. Ma alla domanda degli investigatori, «la Mao», un’ex fidanzata dell’attuale indagato, ha smontato ogni ricostruzione malevola. Davanti ai carabinieri la donna, di nome Federica, ha ammesso di aver mandato a Sempio «foto intime […] in più occasioni» e senza che lui glielo avesse chiesto. «La ritenevo una cosa del tutto normale in una coppia», fa verbalizzare la testimone.
E quanto alla presunta paura, la ragazza la collega a uno specifico episodio: «Abbiamo avuto un rapporto intimo, era probabilmente una delle ultime volte che ci siamo visti, e in quell’occasione io ero preoccupata perché non volevo che ci vedessero in giro insieme, dato che avevo una relazione sentimentale con un altro ragazzo». Federica ribadisce di «aver cancellato» tutte le chat con il commesso di Voghera, «per paura» che il fidanzato «le leggesse». Quindi a preoccuparla non era la frequentazione del presunto omicida, ma una banale storia di corna. Una delle tante che si consumano ogni giorno nell’irrequieta provincia italiana.
