Calcio

La Super Champions spaventa ma esiste già: ecco i club sempre presenti

La rivoluzione del calcio europeo dal 2024 favorirà le big. Gli altri? Fuori a guardare (o quasi). Ma già oggi è così

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Giovanni Capuano

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Tramontata almeno ufficialmente l'idea della Superlega privata, il progetto della Super Champions che Uefa e grandi club stanno cominciando a tratteggiare in vista della rivoluzione dei calendari internazionali del 2024 scuote il mondo del calcio. E preoccupa soprattutto chi è destinato a restare alla finestra, ospite (se va bene) del circo di lusso che diventerà il football europeo sul modello delle leghe professionistiche statunitensi.

Che sia a inviti, con la formula delle wild card o, semplicemente, con un sistema premiale per la storia delle società e il peso economico loro e dei mercati televisivi che rappresentano, è chiaro che la Champions League del futuro è destinata a trasformarsi in un torneo sempre più chiuso e sempre meno democratico.

Non è detto che sia un male. Anzi. Già oggi alcune partite della prima fase assomigliano a un confronto impossibile tra Davide e Golia mentre fuori dal giro ci sono squadre che per fascino, storia ed appeal meriterebbero la massima ribalta europea. Però è chiaro che la cultura sportiva del Vecchio Continente è diversa da quella degli Stati Uniti e accetta col mal di pancia l'idea che il merito sportivo valga meno di altri parametri.

Il compromesso sarà, però, obbligatorio pena il ritorno di spinte alla fuga di club che sono ormai multinazionali e che dal 2012 hanno visto impennarsi i loro ricavi da Champions League (premi e diritti televisivi) scavando un solco quasi definitivo con il resto della truppa. Questo, più l'effetto delle norme del Fair Play Finanziario, ha disegnato lo scenario che oggi preoccupa chi è rimasto fuori e non certo chi è dentro e si preparara a mangiare fette sempre più abbondanti della torta.

I club sempre presenti e la grande ipocrisia

La grande ipocrisia di chi si straccia le vesti pensando al modello che sarà è questa: la Super Champions assomiglierà alla Champions League di oggi con qualche sostanziale differenza, a partire dal sacrificio chiesto ai campionati nazionali, sotto forma di riduzione dei format, per dare spazio nel week end all'attività internazionale. Un modo per ottimizzare i guadagni, vendere il prodotto alle tv asiatiche e portare il fatturato complessivo ben oltre gli attuali livelli.

Già oggi la Champions è un torneo a numero quasi chiuso. Fintamente democratico. Una prova? Prendendo come riferimento il periodo dal 2012 a questa edizione, ci sono 8 club che vi hanno preso parte sempre continuativamente: Real Madrid, Barcellona, Psg, Juventus, Manchester City, Bayern Monaco, Porto e Benfica. Guarda caso l'intelaiatura del fu-progetto della Superlega.

A questi si aggiungono Atletico Madrid e Borussia Dortmund (6 partecipazioni nelle ultime 7 edizioni), Manchester United, Arsenal e Chelsea (5). Un totale di 13 squadre che rappresentano l'aristocrazia del calcio europeo e che già oggi ci sono sempre.

Due anomalie che potranno essere sanate dal nuovo modello: la Premier League ha anche altri pesi massimi che a turno sono obbligati a stare fuori (Liverpool e Tottenham) e la Serie A sta attraversando un momento storico di transizione. C'è solo la Juventus tra le big tradizionali ad essere al livello delle grandi europee, l'Inter sta crescendo ed è rientrata nel giro Champions dopo un'assenza lunga sei anni mentre il Milan ha bisogno di bruciare le tappe e anche per questo Elliott ha dichiarato guerra all'Uefa sul Fair Play Finanziario.

In un'ottica commerciale e di business le milanesi hanno maggiore appeal di Napoli e Roma che, sportivamente parlando, oggi meriterebbero di più. Ma gli affari sono così. E, quindi, c'è chi protesta per la Super Champions che verrà, sperando di poterci entrare, e chi in silenzio manda avanti il progetto. Ruoli chiari, stesso obiettivo. Del sogno delle piccole realtà che completano il quadro del pallone europeo interessa davvero a pochi.

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