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Fitness tossico, quando i “10 mila passi” diventano una malattia moderna

Fitness tossico, quando i “10 mila passi” diventano una malattia moderna
Man training with dumbbells

Tra app, integratori e dispositivi smart, la ricerca della forma fisica diventa ossessione: così il fitness si fa tossico.

Li riconosci subito. Li vedi camminare avanti e indietro mentre aspetti con loro l’arrivo del treno alla stazione. Perfino davanti all’ascensore non riescono a stare fermi. D’altronde ogni passo li avvicina all’obiettivo. Perché sprecare cinque minuti fermi sulla banchina della Centrale di Milano o incollati al monitor dell’aeroporto in attesa che compaia il gate del volo, quando si può racimolare qualche centinaio di passi extra.

E se li fissi stupito, sono ben felici di dirti: «Sto facendo la mia attività fisica quotidiana». Benvenuti nel club dei 10 mila passi.

È una tribù che si sta espandendo, sempre più tecnologica, dotata di strumenti all’avanguardia per misurare battito cardiaco, calorie, fare diagrammi e proiezioni delle performance, che conta i passi come Paperon de’ Paperoni contava i dollari. In questo circolo, coccolato dall’industria farmaceutica, corteggiato dai colossi della tecnologia e dall’industria del fitness, si annoverano i fanatici degli integratori alimentari, della palestra, dei cibi biologici senza se e senza ma, delle diete disintossicanti. Tutto portato a principio di vita, seguito come una religione, con il fanatismo di chi ritiene di essere sulla strada giusta per assicurarsi il traguardo dei 100 anni. Secondo i dati contenuti in un report di Fortune Business Insights il mercato dei fitness tracker nel 2024 aveva un valore stimato di 62 miliardi di dollari.

Per il 2025 si stima che gli incassi cresceranno, raggiungendo i 72 miliardi, e che toccherà i 290,85 miliardi entro il 2032. Una ricerca della Cornell University e dell’Università di Chicago fornisce qualche indicazione in più: la domanda globale dei dispositivi intelligenti per monitorare lo stato della salute potrebbe passare dagli attuali 47 milioni di unità a 2 miliardi entro il 2050. Un aumento di 42 volte e un valore globale atteso oltre i 154 miliardi di dollari entro il 2031, con una crescita annua del 16,3%.

Un mercato guidato da giganti come Apple, Samsung Electronics, Huawei Technologies e Google (Fitbit) che si contendono questo business miliardario. Il fenomeno riguarda tutta la popolazione mondiale. Un americano su cinque utilizza regolarmente strumenti per monitorare i propri parametri; in Giappone il crescente utilizzo di questi apparecchi si registra soprattutto nella popolazione più anziana, che li usa per controllare la frequenza cardiaca, analizzare la qualità del sonno o gestire malattie croniche. In Cina brand come Xiaomi o Huawei hanno lanciato prodotti funzionali ed economicamente accessibili, che dominano gli e-commerce.

Non fa eccezione l’Europa. In Gran Bretagna più di un quarto della popolazione adulta possiede un fitness tracker e in Italia nel 2024 sono stati venduti 2,4 milioni di smartwatch e smartband, i braccialetti intelligenti per monitorare le funzioni vitali. Una ricerca di mercato condotta dal World Economic Forum rilevava che già nel 2023, il 66% delle persone della GenZ utilizzava strumenti digitali per la salute, contro un 40% registrato nelle altre generazioni. Inoltre, il 18% dei giovanissimi dichiarava di seguire un piano di allenamento online e il 17% di fare uso di app per controllare la propria alimentazione. Quasi il doppio degli intervistati della Generazione Z rispetto a quelli più adulti ha ammesso di usare applicazioni specifiche.

Ma gli esperti hanno osservato che più si esercita il controllo e più si diventa dipendenti dai risultati. La conferma è in uno studio pubblicato su The Lancet, la prestigiosa rivista scientifica inglese, dal quale emerge che coloro che utilizzano dispositivi indossabili hanno aumentato l’attività fisica intensa di sei minuti al giorno, hanno fatto circa 1.800 passi in più, camminando 40 minuti in più. Fino a che punto questa performance è davvero salutare o finisce per essere un condizionamento che sconfina nella dipendenza ossessiva?

Il confine è labile. I fitness tracker che tengono sotto controllo ogni momento della quotidianità e inviano costantemente notifiche per ricordare di fare più passi, di alzarsi dalla sedia, di bere più acqua, di dormire più a lungo per arrivare al traguardo considerato ottimale, dettano il ritmo della giornata finendo per programmarla al minuto.

Così il presunto standard salutare per conquistare la longevità e la perfezione organica diventa una gabbia, una prigione. «Il problema è chi controlla che cosa. Quando sono in una condizione di controllo, scelgo le abitudini consapevolmente e so quando devo essere flessibile. Il problema sorge quando è l’oggetto a controllare me. Allora mi sento male se non porto a termine l’obiettivo prefissato in maniera rigida», spiega a Panorama Gianluca Castelnuovo, professore di Psicologia clinica presso la facoltà di psicologia dell’Università Cattolica di Milano. «La vita di tutti i giorni per essere equilibrata richiede grande flessibilità. La vigoressia – disturbo psicologico caratterizzato dall’ossessione di non essere abbastanza muscolosi – e l’ortoressia – la fissazione patologica per la qualità e la “purezza” degli alimenti – sono comportamenti che tendono a una irrealistica perfezione. Ma più si persegue questo obiettivo e più la delusione è cocente. Bisogna piuttosto lavorare con i propri limiti e mancanze accettando che non possiamo essere al 100%, non è normale. La vita è fatta di compromessi, non viviamo di eccellenze e perfezioni ma di normalità», sottolinea Castelnuovo.

Ma, a quanto pare, questa normalità fatta di imperfezioni spesso è respinta. Come emerge anche da una discussione riportata sul social Reddit, c’è un’altra faccia delle ossessioni salutiste. «Se cammino senza il mio smartwatch mi sento male, perché i passi non sono registrati», scrive un utente, mentre un altro dice di aver abbandonato il dispositivo digitale perché «il conteggio della spesa calorica rispetto alle calorie mangiate, oltre all’attenzione affinché ogni allenamento fosse contato al minuto» gli aveva causato molto stress.

Una ricerca pubblicata sul Journal of the American Heart Association conferma che le persone che utilizzano strumenti per monitorare la propria frequenza cardiaca sono tendenzialmente più ansiose. Legato al desiderio spasmodico della perfezione fisica o salutistica, è anche l’uso sconsiderato degli integratori. C’è chi ne possiede tanti quanti le lettere dell’alfabeto, nell’illusione di avere uno scudo contro vecchiaia e malattie, dimenticando che il loro scopo, appunto, è “integrare” l’alimentazione solo in caso di carenze accertate o di un aumentato fabbisogno che la dieta non può soddisfare.

Dietro questa bulimia vitaminica e proteica, si muove un giro d’affari sempre più importante. Un’analisi condotta da Integratori & Salute, l’associazione di settore di Unionfood, rileva che tale mercato in Italia ha superato la soglia dei 4 miliardi di euro di vendite. In crescita esponenziale è anche il settore dei dispositivi indossabili sempre più piccoli, leggeri ed efficienti. Oltre agli smartwatch, vanno per la maggiore gli anelli – gli smart ring – dotati di sensori per rilevare frequenza cardiaca, livello di ossigeno nel sangue e temperatura, in aggiunta al controllo della qualità del sonno e delle sessioni di fitness.

Di solito questi strumenti sono accompagnati da app di supporto che permettono di registrare i parametri raccolti per consentire all’utente di analizzarli in un secondo momento con calma, in modo da poter valutare al meglio la propria condizione sia nei momenti di relax che sotto sforzo. Hai visto mai sfuggisse qualcosa!

Che dire poi del nuovissimo cerotto smart che, posizionato sulla pelle, monitora lo stato di salute e comunica le informazioni in tempo reale sullo schermo dello smartphone o del tablet.

Chi pensa di sottrarsi al marketing incalzante viene riacciuffato dai social che propongono app e video con performance sfidanti. Tutti più sani? Forse. Di sicuro più ansiosi.

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