Calcio

Ancelotti contro i cori offensivi, ma sospendere le partite è un errore

La crociata del tecnico del Napoli contro razzismo e discriminazione territoriale. Cosa dicono le regole e il rischio ricatto del curve

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Giovanni Capuano

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Carlo Ancelotti non arretra un centimetro nella sua battaglia per cercare di ripulire gli stadi italiani da maleducazione, razzismo e incultura. Avendo vissuto all'estero e lavorato in alcuni dei campionati più affascinanti e ricchi d'Europa, il tecnico del Napoli conosce bene quale clima si possa respirare dentro un impianto: accade in Inghilterra, ma non solo.

Dopo le polemiche per il gesto di Mourinho allo Stadium in risposta ai tifosi della Juventus e i fischi (non insulti) a Bonucci in maglia azzurra a San Siro, ecco che Ancelotti ha scelto di alzare ancora l'asticella: "Se saremo insultati dalla curva avversaria, faremo rispettare le regole che ci sono". Ovvero, il Napoli è pronto a chiedere la sospensione della partita per mettere fine ai cori.

Si parla di discriminazione territoriale, quella categoria che il regolamento del calcio italiano distingue dai cori razzisti ma punisce come comportamento illegittimo dentro uno stadio. C'è un precedente recente che riporta alla discesa in campo del presidente della Sampdoria Ferrero per intimare alla sua curva di smetterla durante la sfida col Napoli dello scorso mese di maggio. Allora Ferrero fece un bel gesto ed ebbe parole durissime verso i propri tifosi, la gara riprese dopo qualche minuto e il club prese 20mila euro di multa con lo sconto proprio per quella dissociazione fattiva del suo numero uno.


La battaglia di Ancelotti è giusta e va combattuta da tutti, senza troppi distinguo. In attesa - si spera in fretta - che gli stadi italiani diventino ovunque strutture all'avanguardia, sarebbe il caso di continuare a ripulirli dentro. I numeri di incidenti, feriti, arrestati e daspo raccontano di una realtà già migliorata rispetto al passato, ora è il momento di passare alla soppressione dell'inquinamento acustico che va dai cori razzisti a quell'insopportabile corredo di discriminazioni e insulti che fa delle tribune ancora un porto franco rispetto a tanti settori della vita civile.

Come dice Ancelotti le regole ci sono e devono essere fatte rispettare. Come fa Ancelotti (doppio applauso per questo) è bene che ciascuno cominci facendo le pulizie in casa propria perchè è difficile trovare innocenti in questo ambito.

L'unico errore da non commettere è restiuire alle curve e ai loro padroni un potere ricattatorio nei confronti del club. Il calcio italiano ci è già passato nel 2013 quando recepì le norme Uefa che portavano fino alla sconfitta a tavolino e (teoricamente) alla penalizzazione in caso di recidiva, salvo accorgersi dopo un crescendo di squalifiche e settori chiusi che le società erano nude davanti al ricatto dei capi-curva.

Recenti vicende giudiziarie hanno confermato il legame e il rischio è inseguire un obiettivo giusto con uno strumento sbagliato. Anzi, pericoloso. Se sospendere la partita ha il significato e valore simbolico di dire "noi non ci stiamo", va bene. Se è un passaggio di un'escalation in cui le società rischiano tanto, tutto, e il potere è nelle mani degli ultras allora no. Si tornerebbe indietro scaricando sul calcio un problema che è anche di ordine pubblico e all'ordine pubblico va chiesto sia risolto. Imparare dalle proprie esperienze è un segno di maturità, non di mancanza di coraggio.

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