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Dustin Hoffman, carnefice o vittima della bulimia accusatoria?

Una seconda donna accusa il premio Oscar di molestie sessuali in quello tsunami di denunce partito da Weinstein che non risparmia nessuno

Un tempo le donne accettavano. Accettavano il collega di lavoro che sbirciava nella loro scollatura; accettavano i "Ciao bella!" gridati dalle auto; accettavano i fischi per strada e i "Perché non andiamo fuori a bere qualcosa io e te?".

Facevano parte del gioco, erano il prezzo che una bella e giovane donna doveva pagare per essere - appunto - giovane e bella. Ora le donne hanno detto basta. Basta al machismo imperante, basta agli occhiali da sole abbassati spudoratamente per ammirare meglio il derierre della malcapitata di turno e basta a quella sindrome predatoria che sembra essere il male genetico del quale soffre il maschio medio (e mediocre).

Tsunami Weinstein

Le accuse fioccano. Harvey Weinstein ha avuto, se non altro, il merito di scoperchiare il vaso di Pandora.

Di permettere di dire a tante, tantissime donne, che no: la doccia con te non solo non la faccio, ma ti denuncio pure. Non ti massaggio i piedi per un contratto e non sbatto le ciglia per una parte in questo o quel film. Si tratta di una rivoluzione, ma di una rivoluzione tardiva.

Già da tempo, infatti, le signore (e signori) arrivate al successo o a ruoli di prestigio sociale grazie alla cena consumata con  la persona giusta o al drink bevuto con chi poteva aiutarle avrebbero dovuto spezzare la catena, e invece no.

Per anni sul sottile filo che separa avance da molestie ci hanno marciato e hanno costruito la propria carriera giustificando e giustificandosi. Succedeva così e le più furbe (o furbi) ne approfittavano, gli altri restavano un passo indietro mantenendo intatta la reputazione, ma indietro la fama. 

Chi finge di scoprire oggi le regole di un gioco che ha fatto comodo a tanti fa un doppio torto: alla propria intelligenza e a quella delle vittime.

Il caso Hoffman

Perché se una donna arriva a denunciare oggi una "palpatina" subita nel 1985 qulcosa di marcio nel meccanismo c'è. Cosa spinge un'ex stagista a dichiarare che 30 anni fa Dustin Hoffman le ha toccato per quattro volte il sedere? Bisogno di giustizia? Impossibilità a dormire sogni sereni da tre decenni? O altro?

Perché è, appunto, davvero sottile il filo che separa un molestatore reale dal solito maschio che spesso perde l'occasione per tenere la bocca chiusa con un'avance di troppo. 

Ad Hollywood in queste settimane è in corso una partita a domino che sta facendo cadere un numero elevato di pedine del bel mondo patinato.

Come funzionava per entrare nelle grazie di Weinstein lo si è capito e condannato abbondantemente e lo stesso vale per il regista James Toback contro cui oltre 200 donne hanno fatto denuncia.

Kevin Spacey e la denuncia facile

Ora però pare che il copione della molestata (e molestato) si stia diffondendo a macchia d'olio. "Mi ha invitato a seguirlo nella sua camera d'albergo" ha detto l'attore Anthony Rapp nei confronti di Kevin Spacey che ha chiesto scusa ma è finito con la lettera scarlatta del molestatore impressa sul petto.

Certo erano gli anni '80, lui era giovane e ubriaco, ma non basta a giustificarlo. L'altro era minorenne, quella manciata di mesi che lo separavano dai 18 anni era penalmente perseguibile. Ma perché dirlo ora? Perché rovinare la reputazione di un attore che ha segnato pagine memorabili della storia del cinema?

La tempistica che sta facendo tremare l'intero star system è, se non altro, sospetta. Dopo la stagista che ha accusato Hoffman di molestie (lei si chiama Anna Graham Hunter e sostiene di essere stata molestata sul set di Kramer contro Kramer - 1985) oggi si è aggiunta una seconda donna che ha detto: "Sì, nel '91 Dustin Hoffman ha molestato anche me". Si tratta della sceneggiatrice e produttrice tv, Wendy Riss Gatsiounis.

Aveva incontrato il premio Oscar per proporre l'adattamento cinematografico di una pièce teatrale. Lui aveva provato a sedurla. Lei aveva detto no. E lui non aveva più voluto fare il film. E' molestia? Ciò che andrebbe spiegato e valutato è il terreno che separa un uomo stupido da un uomo violento.

Stupido o violento?

Andrebbe raccontato anche alle donne che oggi pescano a mani piene nel vaso dell'indignazione popolare raccontando di quando il compagno di classe le ha sbirciato nella scollatura con l'hashtag #molestie.

Perché le violenze, quelle vere, segnano nel corpo e nell'anima e per rispetto alle troppe donne che subiscono angherie d'ogni tipo da parte degli uomini bisognerebbe avere il pudore del silenzio e l'intelligenza di chi sa distinguere  per non mettere alla pubblica gogna uomini sciocchi, tonti, mediocri, ma non violenti che si vedono trasformati in orchi messi al bando dalla società in questa bulimica mania accusatoria che non risparmia nessuno.

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